
Panamà, 04 – 23
Agosto 2007
L’inizio di questo viaggio a Panama risale
al 2003, in Costa Rica; precisamente nel Parco
Manuel Antonio. Pioveva. Io e due miei amici,
completamente fradici, eravamo riusciti a trovare
per caso alloggio per la notte in una casa ai
margini del parco, a pochi metri dalle scimmie
urlatrici che ruggivano impietose sotto gli scrosci
di pioggia. Conosciamo subito il nostro vicino
di casa che era uscito a vedere chi fossero questi
tre disperati sbucati dall’oscurità.
Lui era un diplomatico panamense in vacanza:
al nostro entusiasmo per il Costa Rica aveva
risposto decantando le lodi della sua terra che
prometteva essere senza rivali in quanto ad animali
selvaggi e spiagge fantastiche, soprattutto in
un arcipelago di cui non riuscivo a ricordarmi
il nome…
Da quel momento mi è rimasta la curiosità per
questa destinazione amena, fino al momento di
organizzare il viaggio estivo del 2007, momento
in cui si decide di intraprendere per la prima
volta un viaggio insieme alla mia dolce metà.
Sono contento di intraprendere questo viaggio
con lei. Viaggiare è in assoluto la cosa
che mi entusiasma di più e voglio che
lei mi veda così, fuori dai soliti problemi
e fatiche della vita lavorativa, almeno per un
po’. E soprattutto voglio presentarle quelli
che considero un po’ come dei vecchi amici,
di quelli che anche se non si vedono per anni
si considerano importanti: I Caraibi. Che magnifiche
sensazioni mi hanno donato, vorrei che anche
lei possa vederli, conoscerli e spero amarli
come li amo io.

04 – 05
Agosto : Panama City
Il primo giorno
di visita alla città conta
già due “must” imperdibili:
il Casco Vejo, una sorta di Havana diroccata in
procinto di una rinascita spero sfavillante e Miraflowers
Locks, le chiuse del canale di Panama verso l’Oceano
Pacifico.
Il Casco Vejo ha perso fortunatamente gran parte
della pericolosità e della cattiva reputazione
di un tempo anche grazie alla presenza della polizia
in bicicletta che ti accompagna in giro come una
guida turistica: il personale dell’ufficio
del turismo e superdisponibile e i militari sono
gentili e sorridenti. In verità dovrà passare
ancora qualche anno perché ritorni allo
splendore di un tempo, infatti molte case hanno
solo più le pareti esterne e la vegetazione
invade i ruderi abbandonati. L’atmosfera
decadente è comunque affascinante, soprattutto
alla sera dove si può mangiare a lume di
candela in ristorantini con dehors sulle piazze
illuminate. Per Manolo Caracol, al periodo il più in
voga, assolutamente d’obbligo la prenotazione.
Per il pranzo invece scegliamo invece di infilarci
subito nell’atmosfera vibrante della capitale
centroamericana e ordinare il pesce più fresco
della città direttamente al Mercado de Marisco:
il ristorante è situato al secondo piano
dell’edificio del mercato del pesce e vi
si affaccia direttamente. Le voci dei pescatori
sono la divertente colonna sonora del pranzo. Consigliatissimo!
Le chiuse di Miraflowers sono facilmente raggiungibili
con i bus locali. Obbligatorio vederle, impressionante
immaginare lo sforzo progettuale e realizzativo,
il museo molto moderno ed interattivo accoglie
i visitatori prima del passaggio delle navi. Un
inciso lo meritano sicuramente tutti i bus pubblici
in città, vecchi scuola bus americani anni ’50
fantasticamente personalizzati. Sono coloratissimi,
fanno a gara per attirare l’attenzione con
accessori e dipinti i più sorprendenti.
Gli accessori vanno da un impianto stereo di tutto
rispetto alle pinne di squalo sul tetto passando
per clacson tritonali, boa di struzzo, bandiere
e tutto quello che si può immaginare come
gadget. Costano solo 25 cent e trasportano solo
gente locali. Noi non incontriamo mai altri turisti,
diventano subito il nostro mezzo di trasporto preferito
sdegnando i taxi, pur economicissimi, che ci suonano
continuamente per la strada, accattivandoci le
simpatie dei locali.
Il giorno seguente, dopo una colazione abbondante
nel giardino coloratissimo di Casa de Carme, piccolo
ostello in una zona centrale di Panama City, siamo
pronti per il Parco Naturale Soberania, affidandoci
ai consueti bus super caratteristici. La guida
Lonely Planet non è affatto precisa sul
parco, è chiaro che l’autore non c’è mai
stato. Alla stazione dei bus della cooperativa
Seca un guidatore del bus diretto verso Paraiso
sembra cambiare idea e ci dice che ci porterà all’entrata
del parco invece di aspettare due ore il bus diretto
a Gamboa. Ci fidiamo e saliamo. Seguendo le vaghe
indicazioni di un ragazzo ci buttiamo fuori dal
bus in un punto in mezzo alla foresta dove parte
un sentiero segnalato. È molto corto ma è già avventuroso
per noi. Uscendo dal sentiero speriamo che passi
un bus che ci porti diretti al Sendero del Oleoducto
a Gamboa, uno dei paradisi di Panama per birdwatchers.
Eccolo subito, colpo di fortuna !
Per qualche km quindi seguiamo agevolmente il Sendero
nella fitta foresta e veniamo ripagati dalla vista
di tre tapiri, parecchie scimmie curiose e da innumerevoli
e coloratissime farfalle, compresa la “farfalla
dagli occhi” che avevamo visto esposta al
museo di Miraflowers Locks. L’errore è stato
quello di non portarsi niente da mangiare e da
bere, come due sprovveduti, confidando in un chiosco
inesistente all’entrata del sentiero… Il
turismo è ancora agli albori! A Gamboa,
alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti,
viviamo però una bella esperienza, di quelle
che puoi vivere solamente vagando un po’ a
caso, ovviamente senza affidarsi a pacchetti tutto
compreso, cioè da vero “backpacker”:
nel piccolo paesino sul lago una marea di gente
chiassosa invade un centro sportivo dotato di piscina. È la
festa paesana dei Bomberos, i vigili del fuoco
locali, a cui partecipano proprio tutti. Ci uniamo
alla festa, mangiamo squisite hojaldres preparate
sul momento in una cucina improvvisata. Meno male
perché di negozi o bar nemmeno l’ombra…
Non so spiegare come e perché ma quando
sono in viaggio sento che una buona stella mi protegge
e che posso osare e affrontare situazioni con un
pizzico di incoscienza e di leggerezza. Questo
per me è viaggiare, fidandomi principalmente
dell’istinto ed immergendomi il più possibile
nel paese che visito.
Riusciamo quindi a salire al volo sul bus che ci
riporterà alla Ciudad. L’indomani
partiremo presto, all’alba, con un piccolo
biplano Aeroperlas, prenotato via internet. Destinazione
Yandup, Komarca de Kuna Yala, Arcipelago sulle
coste atlantiche chiamato San Blas, Caraibi.
06 – 08
Agosto : Yandup, Komarca de Kuna Yala
Sono le otto di sera, abbiamo già mangiato
ed è buio pesto nell’isola minuscola
senza elettricità corrente di Yandup. Siamo
sdraiati sulle amache fuori dalla cabana di legno
e tetto di foglie di palma, cullati dal rumore
delle onde che si infrangono a pochi metri da noi.
Un cielo incredibilmente stellato è orlato
dalle altissime palme che ricoprono l’isola. È proprio
quello che desideravamo da molti mesi, da quando
l’idea delle vacanze a Panama si era concretizzata:
l’essere letteralmente “fuori dal mondo”.
L’isola è disabitata, come la maggior
parte delle isole che formano l’arcipelago
gestito dagli Indio Kuna in modo autonomo dal governo
panamense centrale, non ammettendo alcuna ingerenza
esterna. I Kuna sono una popolazione molto fiera,
povera ma fondamentalmente allegra. È una
comunità matriarcale che vive di pesca,
caccia, vendita di cocco e di turismo. Le donne
sono vestite in abiti colorati tradizionali e cuciono
molas, gli uomini vestono all’occidentale
ed alcuni di loro, quelli che parlano un po’ di
spagnolo, sono delle guide come il nostro amico
Leo che ci scorrazza su e giù per l’arcipelago
con una lancia di legno in mezzo alle mangrovie
in cerca dei migliori spot di snorkeling e delle
spiagge più “caraibiche”.
Solo le foto possono pallidamente rappresentare
quanto l’arcipelago, il mare caraibico e
la nostra isoletta siano splendide, a parole è veramente
difficile.
Visitiamo anche la caratteristica comunità di
Playon Chico, o di Ugupusani in lingua indigena,
ed il loro cimitero, in cui Leo ci spiega usanze
e tradizioni funerarie. Spero vivamente che gli
Indios kuna mantengano viva la loro fiera indipendenza
indigena, allontanando la speculazione edilizia
e gli investitori stranieri da questo angolo di
paradiso.
Mangiamo sempre quello che offre il pescato del
giorno cucinato dalle donne kuna che lavorano sull’isoletta di Yandup, il filetto di barracuda appena fritto
e marinato nel limone è da ricordare. Per una notte siamo gli unici turisti
dell’isola, che comunque conta cinque cabanas in totale. Ci godiamo l’assoluta
solitudine. Una luce penzolante rischiara la notte permettendoci di leggere o
di scrivere il diario. Non ci sono neanche insetti e mi sembra incredibile. L’atmosfera è quali
irreale, il tempo sembra immobile, magie dei caraibi.

09 – 12
Agosto : El Valle e Santa Catalina
Il
mattino salutiamo il Caribe con una pioggia
torrenziale (2500 mm di pioggia annui non sono
uno scherzo), salutiamo con emozione Leo farneticando
di una prossima visita alla sua “finca” e
siamo sul piccolo biplano che ci riporterà alla
Ciudad de Panamà, da dove prenderemo subito
un minibus con aria condizionata al massimo e
musica panamense sparata in direzione El Valle.
El Valle è una
piccola cittadina costruita nel cratere di un
vulcano inattivo di 5 km di diametro, a circa
1000 metri di altezza. All’Hotel Don Pepe,
dove possiamo fare anche il bucato, non c’è nessun
altro, neanche il senor che ci dovrebbe fare
la registrazione. Vaghiamo un po’ nel paese
che non offre granché,
anche il famoso mercato dell’artigianato è in
realtà poca
cosa durante la settimana, meglio venire qui
nel week end ci dicono,. Affittiamo allora una
bici e saliamo verso il Chorro El Macho, una
cascata a cui piedi la guida decanta un magnifico
bagno nella piscina naturale. Il fatto è che
anche la stagione non sembra essere quella giusta,
El Macho in realtà è un
po’ fiacco. Torniamo indietro e tranquilli
ci godiamo il passaggio dell’unica
via del paese. La gente si muove in bici, decine
di cani scorrazzano per la strada. La situazione
potrebbe ricordare il Perù con l’aria
fresca serale, le alte montagne intorno, le strade
poco trafficate e le rocciose facce tipiche da
indios.
La panetteria Dulceria è uno dei pochi locale che offre servizio internet,
viene ad accenderlo un bambino che non avrà più di 10 anni, l’unico
della famiglia che sembra capire come funzioni quello strano attrezzo che hanno
deciso di comprare. Da qui partiamo per Santa Catalina, il migliore accesso per
Isla Coiba, parco naturale dalle incredibili meraviglie. Il viaggio consiste
in minibus fino all’incrocio dell’interamericana a Las Uvas, bus
per Santiago preso al volo, minibus fino a Sonà da dove l’ultimo
minibus, sempre più mal ridotto, ci porta fino al fondo della strada.
Dopo 7 ore e mezza ci ritroviamo all’unico incrocio di Santa Catalina sotto
una pioggia battente. Le indicazioni non sono precise ma riusciamo ad arrivare
alla destinazione che avevamo scelto tra le poche presentate dalla guida LP.
L’hotel Punta Brava risulta caro per quello che offre, cioè una
stanza squallida in un edificio un po’ cadente. Il posto sembra abbandonato
dopo l’esplosione di una bomba nucleare., solo la vista è magnifica.
A cena in un ristorante vicino gestito da due surfisti argentini abbiamo una
bella sorpresa, oltre alla cena in sé: sono disposti ad affittarci una
delle loro due cabanas per pochi dollari. Sicuro che la prendiamo, è spartana
ma di gran gusto, allegra e colorata con annessa cucina, patio coperto e doccia
calda. Per la prima notte dobbiamo stare per forza al Punta Brava, dove non si
accende neanche la luce e ci arrangiamo con la torcia, ma l’idea della
casa di Diego ci entusiasma comunque . Sono le difficoltà che un viaggio
organizzato non prevede di certo, ma preferiamo la soddisfazione di vivere le
situazioni e l’emozione di una piacevole
scoperta.
Il giorno dopo è all’insegna del relax, passeggiamo per Santa Catalina
e verso la spiaggia nera, adottiamo un piccolo cane che chiamiamo il Flacho,
il magro. Leggiamo, ascoltiamo musica alla Choza dei due argentini, Portished,
Massive Attack e Bob Marley. Leggo sulla guida che la pizzeria Jammin gestita
da italiani surfisti è il posto più frequentato, quindi non manchiamo
per la sera. Incontriamo infatti tutti quelli che avevamo notato in giro. Al
ritorno anche al ristorante El Pibe c’è gente,
ne approfittiamo per un paio di cuba libre in
compagnia. Wow, facciamo serata ci ritiriamo
ben alle 22, record della vacanza. Che inguaribili
viveur…
Ecco finalmente il giorno in cui abbiamo appuntamento
allo scuba dive per il tour all’Isla Coiba. Ci uniamo ad una coppia di mezza età simpaticissimi
e un marsigliese che lavora nel centroamerica, noi siamo gli unici che non faremo
immersioni, ci basta lo snorkeling. E che snorkeling, la vista sottomarina è mozzafiato
anche se la visibilità non è ottima, incontriamo anche una murena,
un lungo serpente di mare, un piccolo squalo ed una stupenda tartaruga. Se già il
panorama dalla barca ci aveva indotto a pensare di essere in un luogo incontaminato,
l’attracco alla spiaggia dell’isola ci lascia a bocca aperta. La
spiaggia bianca baciata dal sole risplende di una bellezza primitiva, pochi metri
dietro la spiaggia oltre le cabine dei ranger del parco vivono iguane, varani,
una grande varietà di uccelli e di scimmie. Entusiasti del posto rimaniamo
quasi seccati di dover tornare, sarebbe magnifico passare un paio di giorni sull’isola
ma la guida non spiegava alcuna opportunità ma comunque sembra che sia
fuori portata dal nostro budget, un vero peccato. Al ritorno l’atmosfera
dai Los Pipes è sempre accogliente e passiamo la serata tra quelli che
dopo pochissimi giorni possiamo già considerate degli amici. So che alla
fine del viaggio uno dei ricordi più vividi sarà quell’unica
strada di Santa Catalina popolata da cani e galline, dove una piccola comunità di
surfisti si è mescolata ai pescatori e
ai contadini del luogo e conduce una vita semplice
ed in armonia, a cui sento che non manca proprio
niente.
13 – 16
Agosto : Boquete
Lasciando le chiavi sul
bancone del ristorante vuoto partiamo di nuovo
sul minibus che ci porterà di nuovo a
Sonà, poi Santiago e diretti e veloci
sull’interamericana , la lunga strada che
collega il Canada fino alla Terra del Fuoco in
Argentina, interrotta solamente nel Darien, la
selvaggia regione di Panama verso la Colombia.
L’abitato di Boquete si sviluppa praticamente
sull’unico tratto di strada principale
ed intorno ad una piazza quadrata dove le attività turistiche
ben si confondono con quelle tipiche panamensi.
Il posto è meta di pensionati americani che si ritirano a Panama per godersi
il meritato riposo: Boquete ha infatti un clima ideale sempre fresco, la pioggia
rinfrescante del tardo pomeriggio permette di coltivare caffè, frutta
e numerosi ortaggi sulle pendici altrimenti boscate dei dolci versanti. inoltre
il territorio circostante è l’ideale per un po’ di
buon trekking montano.
Affittiamo una stanza da una signora gentile
e sorridente e cominciamo la visita di Boquete
partendo da Mi Jardin es Tu Jardin, che consiste
in un giardino privato immenso aperto ai visitatori
gratuitamente. Lì vicino al caffè Ruiz
ci gustiamo un ottimo espresso e ci iscriviamo alla visita per il giorno dopo
alle piantagioni di caffè. È una buona scelta, la visita si rivelerà molto
interessante, tra le piantagioni, il centro di lavorazione e la degustazione.
Incontriamo anche il proprietario, il vecchio Senor Plinio Ruiz, fondatore della
società orami ottantenne con ancora una
grande passione.
Da segnalare per delle ottime e abbondanti colazioni è il Puerto de Encontro,
cafè affacciato su un bel giardino in cui cinguettano numerosi uccelli
tra cui i colibrì.
A Boquete le possibilità di fare trekking o escursioni anche più tranquille
non mancano, ci si può affidare alle compagnie che offrono i servizi turistici.
Il tourist information propone il trekking del Sendero de Los Quetzales a 40
$ cadauno, ma è possibile anche arrangiarsi da soli con un po’ di
spirito di iniziativa. Così infatti facciamo. Il sendero dovrebbe essere
il più bel percorso del centroamerica per bird-watcher, ottima occasione
per ammirare l’uccello simbolo del Gautemala, da dove è ormai scomparso
e protagonista di vari miti e leggende. Abbandoniamo invece l’idea di scalare
i 3400 mt data la durata del trekking (min 6 ore) e per la scarsa possibilità di
ammirare la vista dei due oceani dalla sommità vista
la presenza quasi costante delle nubi.
Il bus locale arriva a circa 3 km di strada asfaltata,
dalle pendenze importanti, dall’ingresso del Parco Naturale Volcan Barù. La strada dall’ingresso,
si fa subito sterrata, fino a diventare uno stretto e scivoloso, data la stagione
delle piogge, sentiero in mezzo alla foresta. In mezzo alla vegetazione così fitta
non riusciremmo a scorgere neanche un fagiano, figuriamoci il leggendario e timido
Resplendent Quetzal, ma la camminata è comunque
piacevole e le sponde di alcuni rii sono dei
posti incantevoli per un pic nic.
Un altro trekking proposto è la gita alle Hot springs a Caldera, stesso
prezzo porposto dall’agenzia, stesso metodo scelto da noi, ovviamente con
i bus locali, in cui siamo sempre gli unici turisti. Dopo circa 2,5 km di strada
sterrata quasi pianeggiante in mezzo ai pascoli si arriva alla Finca proprietaria
dei pozzi termali, ma non c’è organizzazione e non riescono a darci
il resto (2$ il prezzo, 20$ la nostra banconota). Diamo un’occhiata comunque
senza immergersi (temperature proibitive!) e torniamo indietro dopo il consueto
spuntino in riva al rio Caldera. Prima che si rimetta a piovere torniamo in paese
e scopriamo che mancano ancora due ore al passaggio del prossimo bus per Boquete:
le passiamo in compagnia di un’anziana e meravigliosa coppia in un bar
dai prezzi ridicoli. In tutta Panamà se si vuole fare estrema attenzione
al portafoglio si riesce a mangiare tranquillamente la comida corriente per 2-3
dollari a pasto e delle volte si vivono belle esperienze in mezzo alla povera
gente locale che supera subito la sopresa iniziale di vedere dei turisti. Con
qualche dollaro in più e senza pretese
di lusso a Boquete si mangia ottimamente da Lourdes,
sul terrazzo affacciato sulla strada principale.
17 – 19
Agosto : Isla Cristobal, Arcipelago di Bocas
del Toro
Due settimane di vacanza, è uno
dei momenti che solitamente preferisco, quando
non si ha più l’ansia esagerata
iniziale né ancora
la tristezza dell’imminente fine vacanza,
quando si è totalmente
immersi nel posto che si sta visitando, quando
si infilano di nuovo gli zaini in spalla e le
Birkenstock ai piedi per partire verso la prossima
destinazione. Calcoliamo che potremmo arrivare
a Bocas nel primo pomeriggio: bus da Boquete
a David, minibus e taxi per Changuinola e water
taxi lungo il canale una volta utilizzato dalla
compagnia della frutta per il trasporto delle
banane verso il mare aperto. A Changuinola incontriamo
gruppetti di turisti tutti provenienti dal Costa
Rica che aspettano sul pontile. Il pontile è un
piccolo vecchio imbarco commerciale letteralmente
in mezzo alle piantagioni della Ciquita, lungo
le baracche allineate telefono da una cabina
pubblica mezza distrutta on i fili che pendono
fino a terra. Riesco ad avvertire del nostro
imminente arrivo Erika di Dolphin Bay Hideway,
minuscolo B&B scoperto sull’isola Cristobal,
dove la LP indica mancanza di “accomodation”…
Il viaggio lungo il canale coperto da giacinti
d’acqua, se si è fortunati
e non in gruppi numerosi si parte subito, parte
nel paradiso naturale di Sad Sak Pond e vale
ampiamente il costo del biglietto e la fatica
di arrivarci.
Josè di Dolphin Bay ci viene a prendere in lancia scoperta e per nostra
fortuna si mette a piovere, l’ultimo tratto non è per niente piacevole,
il vento e la pioggia ci sferzano il viso, ma l’arrivo ci ripaga ampiamente:
il B%B è ina posizione incantevole, dal pontile davanti si possono ammirare
i delfini che nuotano nella baia omonima, la struttura è stupenda con
una terrazza tutta per noi, la stanza è incantevole, il giardino pieno
di fori tropicali, l’acqua è bollente! Passiamo tre giorni fantastici,
rilassandoci a Dolphin Bay in compagnia della loquace Erika, siamo anche gli
unici clienti, e degli animali della casa che consistono in 8 galline, un rottweiller
femmina dolcissima e un incrocio vaimaraner molto giocoso, un pappagallo intraprendente,
un tucano e Kinka, una strepitosa kinkajou che assomiglia ad un lemure. Impossibile
annoiarsi la sera dopo cena. La mancanza della spiaggia non è un peso,
infatti abbiamo a disposizione le tipiche imbarcazioni di legno degli indios,
i kayuco, per girovagare nella baia e la possibilità di fare alcuni tour,
noi scegliamo uno snorkeling magnifico di mezza giornata, la gita a Cayo Zapatillo,
una delle più belle isolette dell’arcipelago, veramente da sogno,
la bellezza dell’isola e del mare è oltre
le nostre aspettative e la visita ad una azienda
famigliare di cacao biologico, in cui gli stravaganti
proprietari americani ci accompagnano per una
passeggiata istruttiva nella piccola piantagione.
Prima di farci accompagnare all’Isla Bastimentos, sempre nell’arcipelago,
saldiamo il conto, che è salato per le nostre tasche da budget travellers,
ma è niente per l’atmosfera unica
degli ultimi tre giorni che abbiamo vissuto immersi
in un fantastico sogno.
20 – 22
Agosto : Isla Bastimentos, Arcipelago di Bocas
del Toro
L’Isla Bastimentos è una
piccola isola nel parco naturale omonimo, casa
di alcune specie endemiche di rane, tra cui la
famosa red frog che avremo modo di vedere giusto
fuori della nostra capanna di legno costruita
su palafitte a circa e metri di altezza dal suolo
su una piccola collina che guarda la baia. Povere
costruzioni baraccate lungo l’unico passaggio
lastricato, ovviamente pedonale, sono la dimora
della poca gente locale. Le case più belle
sono di proprietà di coloro che hanno
investito nelle attività turistiche,
anche se qui ci arrivano ancora pochi turisti,
attirati maggiormente dalla festosa atmosfera
di Bocas del Toro, sull’isla Colon. Noi
abbiamo preferito di nuovo un’esperienza
più naturale ed autentica, economica e
con una spiaggia stupenda raggiungibile a piedi
con un sentiero di 1,2 km a scavalcare la collina.
Lungo il sentiero che si snoda tra banani e alti
alberi si ha anche la possibilità di avvistare
dei bradipi, uno degli animali certamente più strani
che abbia visto.
La sera si trascorre in uno dei due ristoranti
su palafitte della baia, con prezzi economici
e qualità simili, unici ritrovi “turistici” di Bastimentos.,
oltre ad un paio di piccoli residence ecocompatibili dall’altro
lato della baia.
L’ultimo giorno a Bastimentos scorre per forza tranquillo, immerso nei
pensieri. L’indomani saremo a Bocas, cominciando un lento ma inesorabile
ritorno alla civiltà: Bocas, Panama City,
Torino via Newark.
Dalla giungla primaria alle piazze di porfido,
dai giardini lussureggianti alle scale condominiali,
dalle lance e dai kayuco alle automobili. A Bocas
ci sorprenderà già camminare
su una strada vera, sono sei giorni che non ne vediamo una! Nel mentre ci sorprendiamo
a immaginare un’attività nel Caribe,
un altro mondo. A pensare se sarebbe bello scomparire,
dimenticare e ricominciare?
23
Agosto : Isla Colon, Arcipelago di Bocas del
Toro
Bocas è un ottimo posto per
ripartire il giorno dopo per Almirante e per
goderci di nuovo un po’ di civiltà più abituale.
L’aspetto
del paese costruito principalmente lungo il “waterfront” è gradevole
in stile appunto “bocadoreno”, vari
water taxi partono per tutte le destinazioni
dell’arcipelago, tra cui anche la nostra
spiaggia a Bastimentos. Noi ne prendiamo uno
diretto a Changuinola accordandoci che ci lasci
sulla spiaggia di Bocas del Drago. Tra lo stupore
degli altri turisti siamo gli unici a scendere
sulla stretta striscia di sabbia, per noi è perfetto.
Sorpresa tra le sorprese a pochi metri dalla
riva ci sono decine di stelle marine, passiamo
ore ad osservarle e a giocare con i pesciolini
che vengono a riva ad “assaggiarci” i
piedi. A qualche centinaio di metri sorge il pueblo di Bocas del Drago con bar/ristorante
direttamente sulla sabbia e bus che ci riporterà indietro
per una strada sconnessa in mezzo ai pascoli
ed alle consuete piantagioni di banane.
D’obbligo la sera cenare a base di pesce in uno dei ristoranti affacciati
sulla baia e poi passare un po’ di tempo
al Barco Hundido, locale costruito intorno ad
un relitto affondato.
24-25
Agosto : Viaggio di ritorno
Due giorni
completi di viaggio per tornare a casa, via
Almirante diretti a Panama City con bus di
primera classe. A Panama torniamo a cenare
per l’ultima
sera al Trepiche locale raggiungibile a piedi
dalla Casa de Carmen, con cucina e atmosfera
tradizionale per evitare il distacco il più possibile,
con davanti la cartina di Panamà in
cui ci diciamo non sarebbe male tornarci tra
dieci anni, visitare i posti dove non siamo
stati e tornare a vedere come sono cambiati
i luoghi visitati, oggi ancora agli albori
del turismo. Prima e dopo il viaggio mi sono
sentito più volte chiedere con tono
sorpreso ed a volte ironico “A Panama?
E cosa andate a fare?”. A visitare un
territorio ancora selvaggio ed un mare incredibilmente
naturale, tra gente semplice e non corrotta
dalle invasioni turistiche. A godermi l’autentico,
sonnolente e meraviglioso Caribe. Cerca di non
cambiare troppo, noi cercheremo di fare del nostro
meglio. Aspettaci, torneremo.

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