Viaggi Avventura: racconti di viaggio

 



Selamat pagi

Selamat pagi è il saluto che gli indonesiani si scambiano il mattino. E’ con queste parole nella mente, come cantate, che inizia il mio viaggio tra i meandri di Jakarta. Esco da casa per immergermi nella realtà di una giornata come un’altra. Il caldo mi avvolge pregno di un’umidità tremenda: voglio un paio di branchie per respirare meglio! E’ lo stesso caldo che contribuisce alla lentezza della gente, al non porsi il problema del tempo. In un’occasione importante, dato il grave ritardo, ho detto ad un autista di affrettarsi. Ricordo distintamente il suo sguardo attraverso lo specchietto retrovisore, era di compatimento. Sul momento m’irritò, adesso, aiutata dalla benevolenza che solo la nostalgia sa regalare, mi viene da ridere al pensiero.

Subito di là del cancello, per strada, incontro qualcuno dei mille odori di cui è pervasa la città. Jakarta non dorme mai. La gente vive per le strade, si ferma a mangiare e a dormire con ritmi che seguono la scansione delle preghiere, giorno e notte. Sono a disposizione, sparse per ogni dove, delle incredibili bancarelle per comprare tutti i generi di cibo. Sento il profumo dolciastro della salsa d’arachidi, quello intenso delle fritture. L’unica pietanza inodore è il riso bianco. Incrocio qualcuno dei molti venditori ambulanti e ognuno di loro produce un suono al suo passaggio che individua ciò che vende: verdura, frutta, uova... Mi piace imparare a riconoscerli.

Ogni volta in cui esco in auto corro il rischio reale restare intrappolata nel traffico intensissimo, in un modo che a volte ha saputo darmi angoscia. Mi porto dietro sempre dell’acqua in un termos e, se ho con me i bambini, anche qualche biscotto di sicurezza. Da quest’osservatorio, sollevato dalla superficie stradale, rallegrata dalla presenza d’insetti e animali vari, posso vedere mille cose.



Attraverso, subito dopo un temporale nella stagione delle piogge, un quartiere particolarmente degradato, con casupole fatte di materiali poverissimi e fatiscenti. Un grandissimo avvallamento di una strada si è trasformato, con la pioggia, in un imprevisto divertimento per i piccoli che sguazzano allegramente nell’immensa pozza d’acqua, come in una piscina di un albergo a cinque stelle. Ho sentimenti contrastanti a quella vista. L’indice di mortalità infantile è molto elevato nel paese. I bambini sono tenuti in braccio dalle loro mamme fino ai due, tre anni. Affermano che sia perché per terra striscia il male, in realtà è una forma inconsapevole di protezione dalle malattie, come mi è stato spiegato da un medico locale.

Un’altra volta, durante un acquazzone violentissimo che ci coglie in periferia, vedo due uomini camminare ridendo, tentando di ripararsi sotto enormi foglie di banano, trasformatesi in estemporanei ombrelli esotici.

Ho imparato a mie spese che, quando si gira in auto, è bene non chiedere un’informazione. Ci sono, infatti, ottime possibilità d’essere male indirizzati. Nella cultura indonesiana mostrare di non sapere qualcosa provoca gran vergogna e quindi, piuttosto che provare un tale imbarazzo, la persona cui è chiesta l’informazione preferirà mandarvi da qualunque parte.



In ogni caso, ovunque io vada, mi circondano i colori e le geometrie dei tessuti batik che sono un tutt’uno con le persone ed i luoghi e formano un’immensa tovaglia distesa per la città. Quelle linee e quei colori mi restano dentro e sono davanti a me, ora, mentre scrivo.

Allo stesso modo è inciso nella mia memoria il loro sorriso. Un sorriso che si fa strumento per esprimere più di uno stato d’animo o, piuttosto, per nasconderlo. Sì, ho incrociato sorrisi carichi di un garbo innato ed ineguagliabile ma ne ho visti altri che mi sono sembrati stonati perchè, come ho saputo poi, spesso sono un modo per coprire un disagio o un’inquietudine. Molto difficile coglierne il senso. Quel sorriso è un enigma che ancora voglio decifrare.

 

by Luisa Lastilla Torna alla lista
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