
Viaggio
in Islanda – 15-22
luglio 2005.
Il viaggio in Islanda non è stato programmato
e studiato in anticipo, come i precedenti viaggi
estivi. Io e Maria Elena desideravamo prenderci
una vacanza e visitare un paese straniero per
noi nuovo. La mia scelta, approvata anche da
mia figlia, era orientata verso i paesi baltici.
Negli anni passati io e Giovanni
più volte avevamo tentato un viaggio in quei posti, allora appartenenti
all’ U.R.S.S., ma nessuna agenzia turistica ci offriva un viaggio completo:
i programmi pubblicati nei dépliants sfioravano qualche capitale baltica,
dedicando la maggior parte del viaggio alle capitali scandinave.
A casa avevamo scelto il programma
che ci sembrava più interessante, e coincidente con le ferie appena prese
da Maria Elena; io avevo cominciato a leggere delle notizie concernenti le nostre
mete sulla guida del Touring Club, su una enciclopedia geografica e su alcune
riviste, convincendomi via via che la nostra scelta era interessante. Bisognava
solo andare in agenzia e prenotare. Sembrava tutto semplice. In agenzia invece
apparvero vari intoppi: non c’era posto nell’aereo che da Palermo
avrebbe dovuto portarci all’aeroporto di Malpensa, da dove iniziava il
viaggio. Il titolare dell’agenzia ci propose di spostare di una settimana
la vacanza scelta, ma Maria Elena respinse la proposta per non chiedere altre
ferie. Si poteva partire da Catania, anziché da Palermo: due posti in
aereo c’erano. Ma il volo partiva di notte e Ignazio, che vive in quella
città, si trovava a Milano per motivi di lavoro e non avrebbe potuto accoglierci
al nostro arrivo e accompagnarci all’aeroporto. Non sapevamo come districare
la matassa. All’improvviso Maria Elena, guardando i coloratissimi dépliants
esposti in bella vista per i clienti, posò lo sguardo sull’Islanda
e mi disse:” Mamma, andiamo in Islanda”.
Il titolare dell’agenzia immediatamente sfogliò il
dépliant, cercò le date, trovò quella
giusta per noi e il viaggio fu prenotato senza
problemi. Saremmo partiti il venerdì della
settimana successiva, 15 luglio, e tornati il venerdì della
settimana seguente, 22. Io ero perplessa per il
repentino e inaspettato cambiamento; Maria Elena
invece era decisa, spinta non solo dalla data del
viaggio a lei favorevole, ma anche dalla curiosità di
visitare un paese europeo così isolato e
diverso dal nostro per clima e cultura.
Tornate a casa ci demmo da fare per documentarci
sul paese che la settimana seguente avremmo visitato.
Solitamente prima di ogni viaggio ho bisogno di
un mese circa di tempo per leggere quanto più libri
possibile sulla storia, la geografia, gli usi e
i costumi, l’arte, ecc. del paese da visitare.
Stavolta avevo pochi giorni, ma sapevo che c’era
poco da studiare: c’era solo da vedere e
toccare con mano una terra giovane, popolata solo
a partire dal IX secolo d.C. Mi vennero in aiuto
numerosi periodici, contenenti articoli sull’Islanda,
e uno dedicato esclusivamente a essa, ricco di
fotografie stupende. Le foto e le descrizioni dei
luoghi accesero la mia immaginazione, dandomi l’impressione
di aver già visitato quella fredda e lontana
isola.
Mettemmo
in valigia indumenti estivi per la partenza e il
ritorno e altri invernali per il soggiorno, oltre
a soprabiti imbottiti con cappuccio, guanti sciarpe,
ombrelli, scarponcini e calzettoni di lana.

1° giorno
venerdì 15 luglio 2005
Il giorno più pesante e noioso del viaggio,
per noi che abitiamo nell’estremo sud dell’Italia, è sempre
il primo. Il viaggio partiva da Milano-Malpensa
per Reykjavik con volo delle 20,30, ma
noi per raggiungere Malpensa dovemmo partire
da Sciacca alle sei del mattino per raggiungere
l’aeroporto di Palermo, attendere fino
alle 12,30 (quasi cinque ore) per arrivare a
Malpensa e sostare altre sei ore e mezzo in
aeroporto per prendere il volo per Reykjavik. Le
ore di attesa oziosa sono estenuanti. Per vincere
la noia girammo e ripassamo tutti i negozi dell’aeroporto:
Elena comprò due romanzi che iniziammo
a leggere. Mangiammo qualcosa comprata al bar
e della frutta portata da casa.
Sostavamo in una zona dell’aeroporto
dove si sarebbe raccolto il gruppo dei gitanti diretti in Islanda come noi. Provenivano
da diverse regioni d’Italia. Tra gli altri c’era una dottore di
Ragusa, Di Rosa, con la moglie e una figlia ragazzina. In tutto eravamo ventisei.
Quando salimmo sull’aereo
islandese era già trascorsa una giornata.
Dopo mezz’ora indossammo sull’aereo il giaccone imbottito e le calze
che previdenti avevamo messo nel bagaglio a mano. Con quel volo lasciavamo il
caldo dell’estate per andare incontro al freddo del nord.
Volavamo in direzione del sole,
che si vedeva chiaro sopra le nuvole, come se fosse giorno. Maria Elena, vinta
dal sonno, dormiva, mentre io guardavo incuriosita il sole che a mezzanotte appariva
ancora luminoso sopra le nuvole. Atterrammo all’aeroporto di Keflavik alle
ore 0,50 e spostammo di due ore le lancette dell’orologio; perciò in
Islanda erano le ore 22,50. La nostra guida, che ci accolse all’arrivo,
si chiamava Alberto, uno studente universitario genovese di trentadue anni. Piovigginava.
Salimmo su un pullman per raggiungere la capitale, a circa 15 km dall’aeroporto.
Durante il percorso vedevamo una distesa pianeggiante tappezzata di muschio verde,
su cui spiccava il nastro scuro della strada asfaltata. Pur essendoci
ancora la luce solare, come da noi nel tardo pomeriggio, la strada era illuminata
dalla luce elettrica dei lampioni. Attraversammo la città addormentata
di Reykjavik fino a raggiungere l’albergo. Io e Maria Elena insieme alla
famiglia del dottor Di Rosa fummo accompagnati in un altro albergo, non essendoci
posto per tutto il gruppo nel primo.
L’autista del pullman,
che ci avrebbe accompagnato durante tutto il viaggio, era una bella signora islandese
di nome Solveig. La camera d’albergo era
di una sobrietà rara. Un letto a due posti addossato alla parete, senza
testiera, senza copriletto, con due piumini bianchi come le lenzuola, un piccolo
armadio a due ante bianco di materiale sintetico, un modesto divanetto, qualche
sedia e un angolo cottura con alcune stoviglie. Qualche quadretto insignificante
alla parete pareva superfluo di fronte a tanta semplicità.
L’esperienza
più vivificante della prima notte islandese fu la doccia. Alberto sul
pullman ci aveva avvertiti di essere cauti nell’aprire il rubinetto dell’acqua
calda, che era geotermale e bollente, e di provare la miscelazione con l’acqua
fredda prima di entrare nella doccia.
L’odore di zolfo mi ricordò l’acqua termale di Sciacca, che
esce dalle viscere della terra a 70 gradi alimentando la piscina a me nota. La
pressione con cui usciva dalla doccia era fortissima e picchiava sulla pelle,
facendo scivolar via tutta la stanchezza di una giornata trascorsa nella noia
e nelle lunghe attese negli aeroporti. Lo stanzino era saturo di vapore. Non
ero mai stata tanto tempo sotto la doccia. La mano scivolava sulla pelle come
sul velluto. Il letto, semplice ma confortevole, ci conciliò subito un
sonno ristoratore.
2° giorno
16 luglio sabato.
Il viaggio iniziò da Reykjavik, percorrendo
in senso orario l’unica strada, chiamata
N.1, che fa il periplo dell’isola. Il cielo
era grigio e piovigginava. La prima
sosta fu nel Parco Naturale di Thingvellir, una
depressione che segna la spaccatura della placca
del continente americano da quello eurasiatico.
Questo luogo, a ridosso di una parete lavica, dove
c’è un’ottima acustica, fu scelto
dai Vikinghi nel IX secolo come sede del primo
parlamento.
I primi a raggiungere l’Islanda intorno all’VIII
secolo furono probabilmente alcuni monaci irlandesi.
In base alla tradizione i primi colonizzatori furono
i vichinghi; sul luogo dell’attuale città di
Reykjavik il norvegese Ingólfur Arnarson
e la sua famiglia fondarono il primo insediamento
stabile nell’874. Nei sessant’anni
successivi diverse ondate migratorie portarono
in Islanda coloni provenienti da diversi paesi
nordici, in particolare dalla Norvegia e dalle
isole britanniche.
Seduta su una roccia lavica
ad ascoltare Alberto parlarci dei primi vichinghi, immaginavo di vederli in quel
luogo, ricoperti di pelliccia, seduti sulle rocce nere, addossati alle pareti
perpendicolari della faglia, sotto quel cielo plumbeo, discutere delle
leggi, approvarle, amministrare la giustizia. Era un luogo poco elevato, dal
quale la vista spaziava nella pianura sottostante, avvolta in un velo di nebbia.
Non si vedevano le gocce della pioggia, che sembrava polverizzata e sospesa
nell’aria. La pianura era un morbido tappeto verde di muschio, macchiato
da specchi di acqua superficiale, raccolta nelle conche del terreno o serpeggiante
come nastri di colore grigio come il cielo. Poche e brevi file di abeti
nani spiccavano sul verde più chiaro del muschio.
Mi piaceva guardare quel paesaggio
dalle tinte morbide, malinconico e romantico, tanto diverso da quello assolato
e violento della mia terra.
A Thingvellir è proibito costruire case. Si vedono solo una chiesetta
e la residenza estiva del primo ministro, con cinque tetti di torba. In esse
vengono ospitate le autorità straniere in visita ufficiale al paese.
Si
riprese il viaggio verso l’interno, desertico
e disabitato, con direzione Nord. La strada era
di terra battuta, dove non si incontrava nessuno.
C’eravamo solo noi, piccolo gruppo di 28
persone, compresi il nostro accompagnatore e l’autista.
Unica vegetazione i muschi, di cui esistono 40
varietà.
Il pullman sostò un poco nella zona desertica
di Kaldidalur da dove si vedeva nello sfondo il
ghiacciaio Langjökull. Riconobbi il paesaggio
che si presentava ai nostri occhi, per averlo visto
in una foto che occupava l’intera pagina
di una rivista sull’Islanda, che avevo letto
a casa e che mi aveva colpito.
La terra era una
distesa pietrosa di colore marrone scuro; in lontananza
spiccavano le montagne dalle diverse sfumature
di colore, dal blu, al celeste al violetto con
chiazze bianche di ghiaccio. Nessun filo di verde.
Il cielo nuvoloso con varie sfumature di grigio,
più chiaro dove si nascondeva il sole. Vicino
alla strada si innalzava un cumulo conico di pietre,
che una volta serviva da segnavia. Oggi il cumulo
viene accresciuto dai turisti, che deponendo una
pietra sulle altre, come si usa nei paesi scandinavi,
si augurano di tornare sul luogo. Pensai alle monetine
che i
turisti
gettano nella fontana di Trevi con lo stesso augurio.
Riprendemmo la strada fino ad arrivare in un posto
di ristoro per il pranzo. Nell’interno del
paese non si incontrano villaggi, né alberghi
o ristoranti, né islandesi. Lungo il percorso
turistico si incontra qualche posto di ristoro
isolato, piccolo, a conduzione familiare, dove
un passante può prendere una bevanda, fredda
o calda, o sedersi in un tavolo dove consumare
il pranzo, ordinato preventivamente. In un angolo
dell’unica sala si trovano esposti i souvenirs,
per lo più i pesanti maglioni, berretti
e guanti, fatti a mano, con i tipici disegni geometrici
colorati. Gli unici islandesi incontrati erano
i componenti della famiglia, che vive isolata nella
fattoria accanto, dove si vede qualche attrezzo
agricolo e un trattore, usato per la coltivazione
del foraggio per le pecore e i cavalli. L’erba
viene raccolta in rotoli e coperta da plastica
bianca per non farla marcire.
Ripreso il viaggio dopo il pranzo,
vedevamo dal pullman grandi distese verdi punteggiate di balle bianche, tenute
all’aperto. Le pecore, che in Islanda sono numericamente il doppio degli
uomini, era raro vederle. Perché? Dove erano? Mi aspettavo
di incontrare grandi greggi guidate dai pastori, come talvolta mi è capitato
di incontrare nei nostri posti! Niente di tutto questo. In estate vengono lasciate
libere, in uno spazio senza recinti, senza confini, in una terra dove non c’è la
buia notte, a pascolare l’abbondante e fresco muschio.
“Ecco le pecore!” – esclamava qualcuno sul pullman, quando
ne avvistava tre.
“Hanno le corna!” – qualcuno metteva in rilievo.
Non avevo visto mai pecore con
le corna. Di tanto in tanto incontravamo sul bordo della strada un gruppo
di tre pecore. Erano sempre in tre: la mamma con due agnellini. Gli allevatori
islandesi, nella stagione delle nascite, lasciano in vita due agnellini per ogni
pecora. La mamma pecora in libertà vaga per gli immensi spazi disabitati,
ma ricchi di pascolo, seguiti dai due agnellini che allatta. Non esistono
greggi in estate. In autunno, prima che la terra venga avvolta dal buio e dai
ghiacci, i pastori con i cavalli cercano tutte le pecore in libertà con
i loro agnellini e li radunano in luoghi chiusi, dove passeranno la lunga notte
invernale.
Anche
i cavalli in estate vivono in libertà, come
le pecore. Sono diversi dai nostri: più piccoli,
con la criniera lunga e folta, discendono da quelli
portati nell’isola dagli antichi vikinghi
Non hanno subìto incroci di razza, protetti
da una legge che vieta che cavalli stranieri arrivino
sul suolo islandese.
Il tempo continuava a essere piovigginoso, con
una luce sempre uguale, l’aria pungente.
Ricordo che per il freddo stentavo a muovere le
labbra per pronunziare correttamente le parole..
Sostammo presso la Cascata della lava e la Cascata
dei bambini.
Non ricordo il significato del nome della prima cascata. Quello della seconda è legato
ad una storia del luogo. Due bambini una domenica erano stati
lasciati a casa soli dai genitori, che erano usciti per andare a messa. Al ritorno
i bimbi non c’erano più. Dopo tante ricerche furono trovati morti
nelle acque della cascata.
Interessante fu la successiva
sosta presso le sorgenti geotermali di Deildartunghver. Nuvole di vapore a 100
gradi uscivano dalle crepe del suolo roccioso, mentre dal cielo scendeva una
pioggia minuta e sottile. Era il primo fenomeno geotermale che vedevo. Il sito
delle sorgenti era delimitato da basse transenne per evitare che turisti incauti
o curiosi potessero scottarsi. A tutti faceva piacere allungare le mani
infreddolite verso quel calore che proveniva da chissà quali profondità della
terra. Le rocce bagnate dal vapore avevano i vividi colori del rosso, del giallo
e del verde, a secondo dei minerali da esse contenuti.
Riprendemmo il percorso ancora
nella strada di terra battuta, ad un certo punto sbarrata da un fiumiciattolo,
per attraversare il quale bisognava passare un ponticello rustico, adatto a pochi
passanti per volta. Non ebbi il tempo di riflettere come il pullman avrebbe superato
l’ostacolo, quando Solveig, la nostra autista, sterzò a sinistra,
scansando il ponte, dirigendosi verso il fiume, dove l’acqua era più bassa
e lo guadò, riprendendo la stradina di terra battuta e lasciando il ponticello
alle nostre spalle.
L’ultima
meta della giornata fu il paesino di Saudárkrókur
(2.000 abitanti), nello Skagafiördur per la
cena e il pernottamento.

Imparai che in Islanda esistono solo due città:
Reykjavik, la capitale, a sud-ovest, con 180.000
abitanti, e Acureyri, a nord, con 14.000 abitanti.
Gli altri centri abitati sono villaggi con poche
famiglie, fino a un massimo di 2.000 persone. Gli
alberghi si trovano nelle sole due città. Nei
grossi villaggi, come Saudárkrókur,
i convitti vengono utilizzati in periodo estivo
come alberghi per ospitare i turisti. Dopo il primo
pernottamento nella capitale, un convitto fu il
nostro secondo albergo. La cameretta assegnata
a me e a Maria Elena era molto piccola. I piedi
del letto a due posti arrivavano a mezzo metro
dalla parete di fronte, su cui era attaccata una
scaffalatura pensile, unico spazio dove posare
gli oggetti e il vestiario. Il bagno era un bugigattolo,
formato da un lavandino così piccolo
che il getto del rubinetto arrivava a pochi centimetri
dal bordo.
Non era facile lavarsi i denti senza
fare uscire l’acqua dal bordo. In compenso
la doccia, anche se piccola, era favolosa per l’enorme
getto di acqua calda sulfurea, che si poteva utilizzare
senza risparmio, con una sensazione di benessere
che non si prova con una comune doccia. La nostra
stanza era quella di due studenti a noi sconosciuti,
certamente biondissimi, alti e rosei, col naso
all’insù, come avevo notato nelle
poche persone incontrate nei posti di ristoro.
La sera la cena ci fu servita da due bellissimi
ragazzini che, piuttosto che trascorrere le vacanze
estive nell’ozio, si adoperavano a servire
ai tavoli per guadagnare dei soldi. Erano premurosi,
un po’ impacciati, perché quel lavoro
non era il loro mestiere.
Dopo cena non c’era dove
andare. Qualcuno aveva proposto di fare quattro passi fuori dell’albergo-convitto,
tanto per non andare a letto presto, ma il freddo pungente della sera scoraggiò tutti.
I più coraggiosi, che non temevano il freddo, tornarono dentro dopo aver
fatto pochi passi.
Vorrei
fermare un po’ l’attenzione sull’abbigliamento
delle persone del gruppo. La famiglia del medico
di Ragusa fu la più sprovveduta. La moglie
e la figlia indossavano sull’abbigliamento
estivo una giacca a vento imbottita e non patirono
il freddo; ma il medico non portò con sé neanche
un pullover di lana. Sugli indumenti estivi indossava
soltanto un leggerissimo giubbotto a vento e si
lamentava per il freddo patito. Colpevolizzava
la moglie che lo aveva trascinato in un paese così freddo,
lui che non amava salire neanche sull’Etna,
dove la temperatura è più bassa per
l’altitudine. Egli medico, la moglie professoressa,
la figlia studentessa liceale: nessuno dei tre
aveva mai letto in un libro di geografia il clima
dell’Islanda?
E che dire della moglie di un imprenditore del
nord che aveva messo in valigia alcuni abiti eleganti,
da indossare la sera a cena? In un ambiente così spartano,
dove la parole che significano inutile e superfluo forse
non esistono nel dizionario islandese, come erano
ridicoli i suoi tacchi a spillo e le magliette
scollate e luccicanti!.
Io e Maria Elena e le altre persone del gruppo
avevamo indovinato i capi di abbigliamento, tutti
sportivi, caldi, comodi.
3° giorno
17 luglio domenica.
Non si pernottava mai nello stesso posto, perciò ogni
mattina bisognava mettere in ordine le valigie,
chiuderle e portarle davanti al bagagliaio aperto
del pullman. Solveig, che aveva un fisico robusto,
pensava a caricarle a bordo. Era gentile e disponibile.
Peccato che fosse impossibile comunicare con
lei. Io talvolta le esprimevo la mia simpatia
con un sorriso o con un gesto e scattandole qualche
foto per ricordo. Alberto, che conosceva bene
l’islandese, conversava correntemente con
lei ed io, che preferivo stare sul pullman in
prima fila per poter fare le riprese con la telecamera,
ascoltavo volentieri quella lingua, mai sentita
pronunziare prima, senza capire nulla.
La lingua islandese è quella
antica dei vichinghi norvegesi (norreno), che è rimasta pura nel
tempo grazie alla posizione geograficamente isolata del paese e alla forte tradizione
letteraria. Mentre nella Scandinavia la lingua originaria si è evoluta
nel corso dei secoli, dando origine allo svedese e al norvegese e al danese,
la lingua islandese è rimasta quella originaria, sicché ancor oggi
i lettori moderni non hanno grandi difficoltà a leggere l'Edda (raccolta
di 29 carmi in antico islandese) e le saghe medievali (lunghi racconti in prosa
di argomento epico-avventuroso con l'introduzione di elementi fiabeschi).
La politica linguistica adottata
nel XVIII secolo impedì l'introduzione di parole straniere; perciò termini
tecnici e scientifici internazionali vengono tuttora espressi con composti di
parole islandesi; inoltre vengono recuperati termini arcaici e vengono creati
neologismi su radici di parole islandesi. L'alfabeto latino fu introdotto con
il cristianesimo verso l'anno 1000, ma furono conservati gli antichi caratteri
runici ð (eth, equivalente a th sonoro) e þ (thorn, indicante th sordo),
così come æ e ö.
Ammiro l’amore del popolo
islandese per la propria lingua e le proprie tradizioni culturali, che mi fa
riflettere su quanto avviene invece nella nostra lingua, che si è imbastardita
con l’afflusso di vocaboli ed espressioni straniere, per lo più inglesi.
Non c’è articolo di giornale che si possa leggere scorrevolmente
per l’intoppo di innumerevoli barbarismi, che si incontrano. Eppure esistono
nella nostra lingua le parole equivalenti! Dovremmo tenere a portata di mano
un vocabolario inglese, anziché quello italiano, per non rischiare di
non capire nulla o in modo approssimativo. Gli islandesi conservano gelosamente
sia la razza dei loro cavalli che la loro lingua originaria.
Saudárkrókur è il
nome del paese nel cui convitto avevamo pernottato
e che ci apprestavamo a lasciare, non senza sostare
prima nel porto peschereccio su un fiordo del Mar
Glaciale Artico (Skagafiördur). La mattinata
era grigia, ma senza pioggia. Numerosi pescherecci
erano fermi nel porto, mentre sulla spiaggia una
notevole quantità di merluzzo senza testa
pendeva dagli essiccatoi. Le teste, che pendevano
da essiccatoi separati, sono utilizzate per ricavarne
farina per l’alimentazione animale. Alberto
ci spiegava che la pesca e l'industria di trasformazione
ittica rappresentano la maggiore risorsa economica
del paese e permette agli abitanti uno dei redditi
più alti di Europa: circa il 20% della popolazione
attiva è occupato in questo settore.
I ciottoli della spiaggia erano neri, come pure
la sabbia del bagnasciuga per la loro origine
vulcanica; il mare era di colore azzurro spento,
tendente al grigio, perché il cielo era
grigio. Raccolsi dalla spiaggia tre pietre per
portarmele a casa come ricordo. Nel lasciare
il paese Alberto, che conosce bene l’’Islanda
per esserci stato ben sette volte, ci raccontava
come i giovani trascorrono le sere d’inverno:
percorrono in auto, avanti e indietro, la strada
principale che costeggia il mare. Comodamente
seduti in auto e al caldo, si incontrano, fermano
l’auto, aprono i finestrini e conversano
e poi ripercorrono la stessa strada, fermandosi
nuovamente all’incrocio con altri amici,
sempre rimanendo dentro l’auto. Si capisce
perché fanno così: il freddo glaciale
non consente di passeggiare a piedi all’aperto
e di fermarsi a conversare.
Dopo
un breve percorso di strada che costeggiava il
fiordo, ci allontanammo un po’ verso l’interno,
fermandoci in uno dei posti più interessanti
del nostro viaggio. Un’ampia distesa verde
punteggiata da bianche balle di fieno si apriva
alla nostra vista. A pochi passi dalla sosta del
pullman ci trovammo davanti a una grande fattoria,
coperta da tanti tetti di torba in cui cresceva
una folta erba verde. A guardarla dall’esterno,
la facciata sembrava formata da sei casette attaccate
l’una all’altra, ma guardandola all’interno
era una unica grande costruzione di torba, nella
quale ogni locale aveva un suo tetto spiovente
pure di torba coperta di verde, sostenuta da travi
di legno.

La fattoria, trasformata nel 1952 in Museo di Cultura
Popolare si trova nella località di Glaumbær
e conserva oggetti appartenuti alla stessa fattoria
e ad altre della zona. Le abitazioni che
costituiscono la casa colonica sono di diversi
periodi, le più recenti risalenti al 1876-79,
la più antica, la cucina, costruita intorno
al 1750.
Dall'entrata fino al soggiorno si stende un buio
corridoio di circa 20 metri, dal quale si aprono,
su entrambi i lati, tutte le stanze principali
della fattoria. Nel corridoio si trovano due porte,
che evitano l'entrata del freddo dal portone dentro
le stanze. La porta interna, con gli infissi di
legno, è degna di attenzione: i chiodi sono
anche di legno e sia i cardini che i ganci sono
di legname alla deriva. Nelle pareti del corridoio
sono infilate delle lampade di olio di balena,
che venivano accese per illuminare i passaggi nelle
grandi occasioni e nelle feste religiose.
La cucina è il vano più antico,
costruito nel 1750, ed ha funzionato per tutto il periodo di vita della fattoria
fino al 1950, anche se negli ultimi anni veniva usata solamente per la preparazione
del sanguinaccio e come lavanderia. Inoltre si usava per affumicare gli alimenti:
la carne veniva appesa nelle travi e ivi affumicata. Il legno dell'intera fattoria
si è mantenuto intatto, proprio a causa del fumo e della fuliggine che
lo hanno protetto dalla muffa, e del calore proveniente dal focolare, che lo
ha essiccato. Le travi più antiche sono state ora sostituite da altre
più recenti. La materie utilizzate per produrre calore erano la torba
e gli escrementi di ovini,
La
stanza più interessante è il soggiorno.
contemporaneamente sala da pranzo, sala di soggiorno,
bottega e dormitorio della famiglia, luogo in cui
si cardava, si filava, si faceva la maglia, si
follava, si tesseva e si cuciva. Ognuno sedeva nel
proprio letto ed alla fine della giornata
di lavoro i ragazzi si coricavano nel letti alla
destra dell'entrata, e le ragazze nei letti sotto
le finestre.
Il soggiorno di Glaumbær,
costruito nel 1876, contiene 11 letti, simili a dei cassetti di legno, tutti
attaccati in fila a destra e a sinistra della stanza, con uno stretto passaggio
tra le due file: dato che per ogni letto potevano dormire anche due per volta,
c'era posto per 22 persone nella stanza, quando ce n'era bisogno. Durante le
lunghe notti invernali, si lavorava al lume delle minuscole lampade ad olio,
mentre un membro della famiglia leggeva racconti o recitava poesie. Ogni tanto
giungevano cantastorie itineranti, che raccontavano storie per la famiglia.
Quando arrivava il momento di
dormire, le persone si toglievano i soprabiti, e, rimanendo vestiti, si infilavano
sotto le coperte di lana e il caldo piumino, di produzione locale. Ogni letto
aveva la sua sponda, spesso intagliata, che di giorno veniva appesa alla parete
e poi rimessa davanti al letto, per tenere ferme le lenzuola al loro posto.
Non essendoci riscaldamento
nella stanza, il calore proveniva soltanto dalle persone stesse, e si manteneva
costante, grazie al perfetto isolamento che la costruzione in torba forniva.
Nel soggiorno si conservano
oggetti utilizzati per la lavorazione della lana, arcolai, pettini, fusi e seggiole,
astucci per i ferri e altro.
Nelle masserie si conservano
botti per la conservazione del sanguinaccio e del latte fermentato.
Le spazzole per lavare
i recipienti e le funi erano di crine di cavallo.
All’interno del soggiorno e della camera degli ospiti le pareti di torba
e il soffitto erano coperte da assi di legno, mentre in cucina e nelle masserie le
pareti di torba erano scoperte e sorrette da travi di legno.
La stanza detta “gusa” (cioè spruzzo)
veniva usata come camera da letto, studio o per abitazione. Il nome deriva da
un'antica leggenda: tanto tempo fa abitava a Glaumbaer una vecchia stizzosa,
la quale, quando era di cattivo umore, apriva la porta e svuotava il suo orinale
sui vivaci bambini, che passavano per il corridoio. Durante i lunghi inverni,
il prete era solito insegnare al bambini le lettere in questa stanza.
Mi è difficile
immaginare come si potesse vivere il lungo e buio
inverno artico in un ambiente più simile
ad una tana sotterranea, con poche finestre e piccolissime,
per non disperdere il calore, in tante persone
a stretto contatto di gomito.
Oggi quasi tutte le abitazioni sono riscaldate
da impianti che utilizzano le abbondantissime sorgenti
naturali di acqua calda.
A pochi passi dalla fattoria
c’era una casa gialla, adibita a posto di ristoro per i turisti. Tutte
le case islandesi, sono di legno rivestito di lamiera verniciata con tinte
vivaci
Nella casa gialla a primo piano un banco esponeva dolci e torte preparati in
casa. Una scala di legno portava al piano superiore, dove c’era una stanza
adibita a museo, in cui si mostravano mobili, suppellettili, capi di vestiario,
ritratti dei secoli passati, ecc.
Riprendemmo la strada n.1 che
costeggia i fiordi per raggiungere la vicina Acureyri, un po’ sotto il
Circolo Polare Artico, seconda città dell’Islanda con 15.000
abitanti. Si trova nel fiordo di Eyjafiordur, sul Mar Glaciale artico.
Lungo il viaggio il paesaggio si presentava arido; le montagne rivestite di muschio
e velate dalla nebbia.
Arrivammo alle 12,30 e avevamo
quattro ore di tempo libero. Sul pullman Alberto aveva proposto al gruppo di
trascorrere qualche ora in uno stabilimento geotermale, con varie piscine dove
l’acqua veniva mantenuta a diversi gradi, crescendo dai 30 fino ai 40 gradi.
Ne parlava in modo entusiastico: egli avrebbe trascorso lì il
tempo libero e convinse il gruppo a seguirlo nelle piscine.
Aggiunse che era rigorosamente obbligatorio farsi la doccia nudi davanti a tutti, per
mostrare di aver lavato bene la parte intima. A questo punto un “oh” di
disappunto si levò in coro nel pullman. Il senso del pudore smorzò l’entusiasmo
appena nato per un bagno caldo in piscina. Coloro che subito avevano aderito
alla proposta si mostrarono perplessi. Alberto si girò verso di
noi sorridendo divertito. Si aspettava la nostra reazione. Chissà quante
volte l’aveva sentita nel suo lavoro di guida agli italiani! Tornò alla
carica precisando che gli spogliatoi erano divisi per uomini e donne. Pausa di
riflessione. Alcuni dissero di volere andare, altri che ci avrebbero pensato.
Scesi dal pullman, tutti seguirono Alberto. Io e Maria Elena
ci dissociammo, preferendo girare per la città, dopo aver consumanto un
pasto in un ristorante del centro. La piscina geotermale l’abbiamo a Sciacca
e bagni ne abbiamo fatti tanti. Preferivamo andare in cerca di nuove emozioni.
Era
domenica, ma gran parte dei negozi erano aperti.
Eravamo desiderose di comprare qualcosa di tipico
del paese da portare a casa in ricordo del
viaggio. Ma nulla meritava di essere acquistato.
I souvenirs erano paccottiglia; i pesanti maglioni
islandesi, vantati in qualche riviste che avevamo
letto a casa, erano grossolani e immettibili col
nostro clima. Lo erano pure berretti, sciarpe,
guanti e calzettoni. Mentre curiosavamo nel negozio,
la proprietaria sferruzzava dietro il bancone.
Tutti gli indumenti di lana esposti nei negozi
sono lavorati a mano dalle donne islandesi.
Non
comprammo nulla, ma ci divertimmo a fotografare
vari maglioni, nell’eventualità che,
tornate a casa, ci venisse voglia di riprodurne
uno con i caratteristici disegni geometrici, utilizzando
però un filato più sottile e morbido. Esaurito
il giro dei negozi e consumato un pranzo leggero
in un ristorante del centro, ci avvicinammo al
porto, dove sostavano alcune navi da crociera.
Da lì, alzando lo sguardo, si vedeva la
cattedrale luterana in stile moderno sulla sommità di
un’altura. Salimmo la lunga scalinata e ci
fermammo davanti alla cattedrale a guardare il
panorama sottostante. Lo sguardo abbracciava tutta
la città e il fiordo.
Per la prima volta vedemmo degli
alberi in un parco intorno alla chiesa. La posizione di Acureyri, riparata dai
venti gelidi artici, consente la vegetazione di alberi di modesta altezza e un
piccolo orto botanico. Il nostro abbigliamento era
decisamente invernale, adatto a ripararci dall’aria pungente. Entrammo
nella cattedrale, di modesta ampiezza e spoglia di ornamenti, e dopo un breve
riposo sedute su un banco, scendemmo la scalinata fino alla piazza del centro. Ci
piaceva fotografare le case, dall’architettura diversa dalla nostra. La
maggior parte di esse erano rivestite di lamiera dipinta: se i colori erano forti
(rosso scuro, blu) i tetti erano chiari; al contrario, se le pareti erano chiare,
i tetti erano dipinti di rosso o di qualche altro colore forte. Incontrammo
alcuni del nostro gruppo, che ci fermarono dicendo: “Non vi ho visto nelle
piscine! Non sapete cosa vi siete perse! “
Una anziana signora milanese,
piccolina e arzilla, ci spiegò la meraviglia delle piscine: “Dapprima
siamo entrati in quella con l’acqua a trenta gradi, poi nella successiva
con l’acqua a trentacinque, poi a trentotto e infine a quaranta gradi!
Ci stavamo cuocendo!” Io spiegai che a Sciacca, dove noi viviamo,
abbiano una grande piscina con la stessa acqua meravigliosa e avevamo preferito
girare per la città alla ricerca di immagini nuove e per fare un giro
per i negozi.
Ma
le nostre aspettative erano andate deluse, non
essendoci tanto d’interessante da vedere,
e niente da comprare. Per passare il tempo che
ancora ci rimaneva rifacemmo il giro degli stessi
negozi. In uno incontrammo il dottor Di Rosa intento
a provare delle giacche di lana o imbottite perché,
sprovvisto com’era di indumenti invernali,
si stava rovinando la vacanza a causa del freddo.
La circonferenza della sua pancia era tale che
nessuna giacca gli andava bene. Si sentiva goffo
e impacciato. La moglie lo aiutava a sfilarsi gli
indumenti che provava, mentre la figlia guardava
perplessa. Infine non comprò nulla.
Forse pensava che, tornato in Italia, non avrebbe
più utilizzato una di quelle giacche costose
e quindi non valeva la pena spendere denaro per
pochi giorni di viaggio.
I prezzi in Islanda erano
molto più cari dei nostri e la qualità inferiore.
Preferì patire il freddo, forse sperando
che nei giorni seguenti l’avaro sole si sarebbe
scoperto e lo avrebbe riscaldato! Io e Maria
Elena aguzzammo lo sguardo sugli oggetti esposti
sui banchi o nelle vetrine:
ci pareva impossibile non provare la gioia di
acquistare un oggettino anche da nulla, ma gradevole,
da portare in Italia. Nella nostra grande
casa a Sciacca ho creato degli angolini per ricordare
i nostri viaggi: c’è l’angolino
cinese con i draghi di legno, le statuine dell’esercito
di terracotta, un quadro con il mio nome scritto
con i caratteri cinesi, un altro con le banconote
incollate in bella mostra su uno sfondo di carta
bianco, ecc. C’è la zona del Messico,
con le pelli dipinte di Palenque, le statuette
di ossidiana di Teotihuàcan, o di terracotta
di Monte Albàn, ecc. Tralascio l’elenco
di altri innumerevoli oggetti comprati in viaggio,
sparsi in tutta la casa e che guardo sempre con
piacere.
Tra tutti avrei avuto piacere di collocare
in un angolino almeno un oggetto che mi ricordasse
l’Islanda, ma mi rifiutavo di ricomprare
paccottiglia. La cosa che suscitò in me
una certa emozione fu vedere nell’espositore
dei libri, un volume del premio Nobel 1955 per
la letteratura, Halldór Laxness. Avevo letto
i libro parecchi anni prima, preso in prestito
alla Biblioteca Comunale di Sciacca. L’avevo
preso a caso dallo scaffale in cui erano raccolti
tutti i premi Nobel per la letteratura e mi aveva
tanto interessato. Se ne avessi avuto il tempo
l’avrei riletto prima della partenza per
l’Islanda. Era il miglior oggetto che avrei
potuto comprare come ricordo, se fosse stato scritto
in italiano. Lo rigiravo tra le mani, fissando
la foto dell’autore sulla copertina e poi
lo riposi sul banco, dopo aver pregato Maria Elena
di scattarmi una foto con il libro in mano. Ecco
l’emozione più gratificante provata
ad Acueyri.

Tornata
a Sciacca, ripresi subito in prestito il volume,
contenente il romanzo Salka Walka, ed altri racconti,
in tutto 700 pagine, e lo rilessi in pochi giorni
con uno spirito nuovo. Il libro che avevo letto
prima del viaggio mi faceva immaginare con qualche
perplessità i luoghi, la vita
e i sentimenti dei personaggi, l’ambiente.
La rilettura invece mi fece rivedere i fiordi che
avevo visto, l’atmosfera plumbea e piovigginosa
in cui gli islandesi vivono la maggior parte dell’anno,
il duro lavoro della pesca e della lavorazione
del pesce. Pagina dopo pagina mi pareva di
sentire l’odore del pesce, il vento gelido
penetrare nelle ossa e di vedere la casa della
protagonista Salka Walka. simile alla fattoria
di Glaumbær, con le pareti di torba, senza
il riscaldamento moderno.
Ammiro gli islandesi per il coraggio di vivere
in una terra avara di ogni cosa, impossibile da
dominare, a cui si sono assoggettati per sopravvivere
e penso a quanto siamo fortunati noi del Mediterraneo
a godere del calore e dello splendore del sole,
della luce sfavillante, del profumo dei fiori,
del sapore dei frutti, del mare caldo d’estate,
delle stelle della notte, che lassù in estate
la luce impedisce di vedere. La piazza di
Acureyri era adorna da grosse ciotole di fiori
multicolori, non nati e sbocciati sotto il cielo,
ma nel chiuso delle serre riscaldate artificialmente.
Ormai, nella seconda e ultima città dell’Islanda non c’era
nulla da scoprire. All’orario stabilito salimmo tutti quanti sul pullman e
ci lasciammo il fiordo alle spalle.
Dopo circa tre quarti d’ora
di strada Alberto ci fece scendere presso la Cascata degli Dei (Godafoss). La
temperatura ci sembrava ancora più bassa: un vento gelido indolenziva
le labbra e le mani. Avrei potuto mettere i guanti di lana che tenevo nella tasca
della giacca, ma non lo feci per non essere impedita nelle riprese con la telecamera
e nello scattare le foto.
Una storia del luogo,
scritta in un tabellone in varie lingue, che io lessi dal francese, mancando
la traduzione italiana, racconta che nell’anno 1000, il capo della regione
di Ljósavatn, sul quale incombeva la responsabilità di decidere
se gli islandesi dovessero adottare il cristianesimo, tornato da una seduta
del Parlamento, dove ora c’è il Parco Nazionale di Thingvellir,
visitato il primo giorno, fece accettare ai suoi compatrioti la nuova religione. Rientrato
nella sua regione, gettò le statue delle divinità pagane nella
cascata. Il nome di Godafoss (La caduta degli dei) deriverebbe da questo avvenimento.
Proseguimmo
il viaggio per raggiungere l’albergo con
la nebbia e la pioggerellina. Il gruppo si divise
per mancanza di posti nell’albergo-convitto
del paesino di Laugar; io con Maria Elena e la
famiglia Di Rosa alloggiammo in una bella fattoria
agrituristica non molto distante da Laugar, gestita
da una famiglia che viveva nella stessa costruzione,
trasformata in alberghetto.
Ricordo bene la stanza, a piano terra, grande,
semplice, con due finestre rettangolari basse,
da cui si vedeva il verdeggiante panorama e una
vasca all’aperto piena di acqua sulfurea
calda a pochi passi dalle nostre finestre. Accanto
gli spogliatoi. Vedemmo immersi nella vasca fumante
due coniugi, che non si curavano della pioggerellina
e del freddo dell’aria.
Ricordai che anchi’io
nel mese di dicembre avevo fatto parecchi bagni nella piscina di Sciacca, quando
ancora era a cielo aperto (ora è coperta da pareti e tetto apribili),
provando una incredibile sensazione di benessere. L’acqua, mantenuta ovviamente
più calda nei mesi invernali, era così avvolgente col suo calore
protettivo, che il freddo dell’aria esterna non riusciva a penetrare. Nessun
brivido provavo nell’uscire dalla vasca e il calore immagazzinato in un’ora
di immersione si manteneva per parecchio tempo.
La vasca della fattoria
era alta quanto un uomo e aveva un diametro di non più di due metri. Intorno
alla vasca un prato verdissimo rorido di acquerugiola in contrasto con il grigiore
del cielo; attorno alla piscina di Sciacca invece palme, buganvillee e altri
rampicanti fioriti, e un cielo azzurro smagliante sopra la testa, come immagino
sia il Paradiso terrestre. La
cena fu consumata tutti insieme nel convitto di
Laugar, dove noi e i Di Rosa arrivammo accompagnati
da Solveig in pullman.
Krafla
L’indomani, dopo una bella colazione nella
fattoria agrituristica, nel tepore della sala
da pranzo, uscimmo fuori per sistemare i bagagli
sul pullman e partire per una nuova meta. Il
freddo era pungente e l’erba bagnata ci
inzuppava gli scarponcini. Dissi a Maria Elena: “ Se
l’estate è come il nostro inverno,
com’è l’inverno in Islanda?” Lo
dissi pure a Alberto perché mi parlasse
dell’inverno islandese, dato che egli lo
aveva provato tante volte. Mi rispose sbrigativamente
che fa molto freddo. Ero delusa: in teoria lo
sapevo anch’io, ma c’è freddo
e freddo. Anche da noi in Sicilia diciamo che
c’è freddo in inverno; ma il freddo
siciliano non è quello islandese. Mi piacerebbe
trovarmi per qualche giorno in quell’isola,
che immagino tutta bianca di neve e al buio.
Oltre al freddo invernale, vorrei provare solo
per qualche giorno quali sensazioni si provano
senza vedere il sole. Penso che non potrei sopportare
a lungo il buio o la luce artificiale.Eravamo
ancora nell’Islanda
settentrionale a est di Acureyri.
Alberto ci annunciò che
saremmo andati verso l’interno, a Krafla, la zona vulcanica più attiva,
con un’altitudine di 600 m. Costeggiammo per un tratto il grande
lago Mývatn, profondo 4 m, in un paesaggio che somigliava a quello
lunare. Mývatn significa “lago dei moscerini”. L’acqua
calda consente la vita ai moscerini, di cui si nutrono tanti tipi di uccelli. Il
lago riceve le fredde acque del fiume Laxa, che sono le più ricche di
salmone. Ci capitò di vedere qualche pescatore protetto da lunghi stivali
di gomma, immerso fino alle ginocchia, per la pesca del salmone con la lenza.
L’acqua calda, nata nelle
grotte sotterranee del lago Mývatn, viene convertita in energia geotermica
e utilizzata per riscaldare le case. In alcuni punti raggiunge i 70°.
Scattai una foto dal pullman
ad una centrale geotermica. Di tanto in tanto si vedevano le pecore islandesi
con i loro agnellini, sempre in gruppi di tre. Passammo per la l’immensa
distesa di lava di Krafla ricoperta di muschio e ci fermammo col pullman in un
posto che non so precisare, non essendoci alcun punto di riferimento, nemmeno
una strada. Quella che finora avevamo percorso
non era una strada, ma terra battuta dalle ruote
dei veicoli che si avventuravano in un una zona
che mai avevo immaginato potesse esistere. Dei
paletti infissi al suolo e una corda come il filo
di Arianna segnavano il percorso da seguire per
addentrarci nell’altopiano vulcanico e poter
ritornare al pullman. Il freddo era più forte
che altrove. Per me non era un problema: fasciai
la testa con un foulard di lana e me la coprii
con il cappuccio imbottito del giaccone.
Maria Elena si avvolse il collo con una sciarpa
e si coprì la testa con il cappuccio del
giaccone imbottito di piume d’oca. Camminavamo
in fila sulla lava girando lo sguardo intorno,
con la sensazione di essere fuori dal pianeta Terra
e fuori dal tempo. Il vulcano Krafla non era una
montagna conica col cratere in cima, come l’Etna
o il Vesuvio, gli unici che ho visto da vicino,
ma era un esteso territorio, senza confini ai nostri
occhi, dalle cui crepe fuoriusciva la lava durante
le eruzioni. L’ultima eruzione risale a venti
anni fa.
A Krafla si può vedere
come l’ Islanda sia emersa dal mare milioni di anni fa in seguito alle
continue eruzioni scaturite dal fondo dell’oceano e si sia avvicinata sempre
più alla superficie per il continuo accumularsi della lava. Quella su
cui camminavamo era la più recente, porosa come una spugna e tagliente
come una miriade di piccolissimi rasoi. A piedi nudi ci saremmo tagliuzzati la
pelle. Il filo di Arianna ci condusse
in una zona fumante. Dalle profondità della terra fuoriusciva acqua sulfurea,
e vapore caldo, formando una larga pozza dai bordi giallastri e verdognoli.

Notammo
che dappertutto usciva vapore tiepido dagli alveoli della lava spugnosa, in contrasto
con il freddo dell’aria. I paletti col filo di Arianna finivano presso
quel piccolo stagno di acqua sulfurea, ma noi continuammo ad addentrarci, seguendo
i passi di Alberto, la cui presenza ci dava sicurezza. Se ci fossimo trovati
soli, ci saremmo sentiti come naufraghi in mezzo all’oceano. Non era facile
orientarsi, essendo il cielo coperto e la luce grigia e uniforme. Facendo
perno su noi stessi e girando lo sguardo a 360 gradi, non si vedeva altro che
lava più o meno nera, talvolta rossiccia, a seconda dei minerali contenuti.
L’impressione generale era quella di una terra in cui un grande incendio
avesse distrutto tutto e lasciato carbone e cenere ancora fumanti.
Non dimenticherò mai
Krafla, in cui la realtà supera l’immaginazione. La solitudine angosciante
del luogo e la mancanza di orientamento evocavano l’immagine dell’Inferno.
Alberto spiegava che col passare
degli anni il vapore che usciva dalla lava avrebbe sgretolato la roccia e vi
sarebbe nata la prima forma di vita: il muschio.
Il
miglior souvenir che avrei potuto portare a casa
era la lava di Krafla. Raccolsi due pietre porose
e le conservai dentro lo zaino. Anche Maria Elena
a mia insaputa ne aveva raccolto altre due e conservate
nel suo zaino. Dopo vedemmo il dottor Di Rosa chinarsi
e raccogliere anche lui una pietra e osservarla
da vicino. Alberto se ne accorse e lo redarguì severamente,
dicendo che era proibito portarsi via la lava di
Krafla.
Mi sembrò che esagerasse e intervenni in
difesa del nostro compagno di viaggio, dicendo
che togliere una pietra in quell’immensità era
come togliere una goccia d’acqua dall’oceano.
Alberto ribatté che ogni anno 180 mila turisti
visitano Krafla e che se ognuno portasse via una
pietra l’aspetto del paesaggio cambierebbe.
Il dottor Di Rosa, quasi intimidito, disse che
non aveva nessuna intenzione di portarsi a casa
la pietra e che l’aveva raccolta in mano
soltanto per guardarla da vicino e mostrarla alla
moglie che gli era accanto e lo sosteneva. Io e
Maria Elena ci guardammo in faccia, senza alcun
senso di colpa, contente che Alberto non si fosse
accorto delle nostre pietre, conservate nello zaino
come reliquie preziose.
Ora le quattro pietre sono in un vassoio di ceramica
a far mostra si sé nel soggiorno. Sono bellissime,
frastagliate e porose più delle spugne marine,
dai colori diversi: una è completamente
nera; la più grande è ancora più scura
con qualche striatura violacea; la terza quasi
tutta rossiccia; la più piccola è bicolore,
bianca da un lato, dall’altro sembra sia
stata spruzzata di marrone e di grigio. Tornata
a Sciacca ebbi timore a tenere in casa le quattro
pietre, ricordando quanto Alberto aveva spiegato
sul posto, cioè che la lava su cui camminavamo
liberava continuamente “radon”, elemento
naturale radioattivo, nocivo alla salute se fossimo
rimasti esposti per lungo tempo in quella zona.
Per tutta l’estate tenni le pietre in un
balcone all’aperto. Poi, temendo che si deteriorassero,
le collocai nel soggiorno, dove entro raramente.
Tornammo indietro, a riprendere il pullman. Ci
spostammo verso sud, nel cuore dell’Islanda,
nella zona del vulcano Askja. Alberto ci accompagnò a
piedi fin sul bordo di un cratere. Non si vedeva
subito il cratere a causa della nebbia. Sporgendomi
dall’orlo e aguzzando la vista, vidi come
attraverso un velo il fondo pieno di acqua calda. Forse il velo
di nebbia era appesantito dal vapore
del lago vulcanico. Quel lago vulcanico si chiamava “Viti”,
che in lingua islandese vuol dire “Inferno”.
Námafjall
Le emozioni non erano finite. Era mezzogiorno
quando il pullman ci portò nelle vicine
solfatare di Námafjall, Io ero impreparata
a quella vista, come a Krafla. Nuvole di vapore
uscivano dal suolo e si spandevano nell’aria. Camminando
a piedi si incontravano pozze di fango bollente
azzurrognolo che gorgogliava come il budino che
bolle sul fuoco. Erano tante e le ripresi con
la telecamera. Maria Elena faceva altrettanto
con la macchina fotografica digitale. Andando
oltre venivamo investiti da calde nuvole di vapore
e da un rumore che si faceva più forte
man mano che avanzavamo. Il rumore, simile a
quello di un trattore in moto, proveniva da piccoli
coni vulcanici, alti poco più di un metro,
vuoti all’interno, da cui usciva una grossa
nuvola di vapore caldo. Infreddoliti come eravamo
dopo la visita a Krafla, ad uno ad uno ci infilammo
dentro la nuvola, provando una piacevole sensazione
avvolgente di benessere. C’erano a Námafjall
parecchi coni che emettevano vapore e li provammo
tutti, incuranti di inumidirci i capelli e i
vestiti. Non potevamo tralasciare di provare
una sensazione nuova e irripetibile. Un
cartello spiegava che a mille metri di profondità il
vapore supera i 200 gradi, accompagnato da gas,
tra cui l’idrogeno solforato cha dà alle
sorgenti il loro odore caratteristico.
La
faglia.
Era ora di pranzo, ma prima di arrivare al più vicino
posto di ristoro ci fermammo in una zona dove
si vede tangibilmente la faglia che spacca in
due l’Islanda da sud-ovest (l’avevamo
vista il primo giorno nel Parco Nazionale di
Thingvellir, sede del primo Parlamento vichingo
e di Europa) fino a nord-est, dove ci travavamo.
La faglia si presentava lunga fin dove arrivava
la vista.
Secondo
la “Teoria della tettonica a zolle
e della deriva dei continenti “, la
litosfera terrestre (lo strato più esterno
della Terra) è suddivisa in numerose
placche, o zolle tettoniche, che si muovono incessantemente
le une rispetto alle altre, trascinate dalle correnti
che agitano lo strato semifluido sottostante, tra
circa 100 e 250 km di profondità. Secondo
i geologi, ci sono una ventina di placche. Lungo
i loro margini è concentrata la maggior
parte dell'attività sismica rilevata sulla
Terra.
Ora, la faglia che noi vedevamo divide l’Islanda
in due parti, una situata sulla zolla americana,
l’altra su quella euroasiatica, che col
passare di chissà quanti anni, si allontaneranno
fino a creare due isole. La faglia era stretta,
tanto che potevamo mettere un piede sulla zolla
americana e l’altro su quella
eurasiatica. Alberto, che sul pullman ci aveva parlato per sommi capi della tettonica
a zolle, si divertiva a vederci scattare tante foto mentre ognuno di noi divaricava
le gambe sopra la faglia. Era
sollevata di circa due metri rispetto al livello della strada e somigliava ai
labbri di una ferita. Prima di salire sulla scarpata
della faglia scendemmo in una piccola grotta sottostante, dove c’era un
laghetto di acqua calda.
Dopo la breve sosta, il pullman
ci portò in un luogo di ristoro, dove il pranzo era self-service e costava
il prezzo fisso di 1.400 corone a persona (una corona equivale a € 1,30,
perciò il pranzo costava poco più di 18 euro).
Il
locale, era piccolo, ma c’era posto per tutti.
Alberto, che lo conosceva bene, ci aveva parlato
di quello che avremmo potuto mangiare. Tra le tante
stranezze culinarie islandesi di cui parlava, ricordo
solo la carne di balena lasciata imputridire
sotto la sabbia e tagliata in cubetti. In ogni
mio viaggio all’estero la cucina occupa nella
mia mente l’ultimo dei miei pensieri. Non
ricordo mai le pietanze consumate all’estero,
tranne quando sono troppo strane per le nostre
abitudini, come la carne arrostita con la marmellata
ad Aquisgrana, la banana fritta in Scozia, le tortillas in
Messico, il panetto senza crosta in Cina, cotto
a vapore, in cestini di vimini, in pila uno sull’altro,
sopra un recipiente di acqua bollente su una fiamma
che produceva vapore continuo. Di ritorno
a casa una sola volta tentai di cuocere alcuni
panetti in un cestino posato su una pentola in
ebollizione, senza riuscire a ottenere qualcosa
di commestibile.
Nel ristorante vicino alla faglia, passavamo
davanti ai tavoli col piatto in mano per guardare
i vari cibi esposti e scegliere. Io volevo andare
sul sicuro, scegliendo pietanze che riconoscevo,
come una zuppa vegetale, pesce e insalata; Maria
Elena invece, per curiosità, era attratta
da cibi che non si capiva di che natura fossero.
Tra alcuni cibi incomprensibili c’erano dei
cubetti più piccoli dei dadi. Ci sedemmo
al nostro tavolo e cominciammo a mangiare. Ad un
tratto vidi Maria Elena fare una smorfia di disgusto.
Il cubetto nauseabondo, appena assaggiato era probabilmente
la carne marcia di balena, di cui aveva parlato
Alberto. Io mangiai con soddisfazione tutto quello
che avevo scelto, senza sorprese.
Trascorsa circa un’ora
per il pranzo proseguimmo per il Parco di Dimmurborgir, un luogo straordinario,
dove i fenomeni vulcanici avevano creato delle alture di lava porosa, frastagliata,
con guglie, tali da far pensare a dei bui castelli medioevali. Infatti quelle
formazioni rocciose erano chiamate Castelli neri. Alberto nel
centro del gruppo esponeva le spiegazioni date dai geologi al fenomeno. Io non
potevo ascoltare, rapita com’ero dalla visione degli innumerevoli castelli
neri e dal desiderio di filmare e fotografare, che mi costringeva spesso a fermarmi
per le inquadrature, col timore di rimanere indietro rispetto al gruppo, che
continuava a camminare per gli impervi sentieri, mentre ascoltava Alberto.
Ad ogni svolta del sentiero apparivano nuovi
castelli spiccanti sul verde delle betulle nane,
che sono l’unica vegetazione, resa possibile
perché il luogo è riparato del
vento.
Guardavo senza immaginare
come si fossero formati. Perdevo i discorsi di Alberto, ma pensavo che a casa
avrei trovato qualche spiegazione in una enciclopedia o nelle riviste che avevo
frettolosamente letto prima della partenza. All’uscita dal parco mi venne
in aiuto un cartello che illustrava le ipotesi sulla formazione dei Castelli
neri di Dimmurborgir. Non avevo tempo per leggere e tradurre dal francese (la
lingua italiana era assente). Fotografai il tabellone con le didascalie, che
avrei tradotto ed esaminato con più agio al ritorno a casa.
La quarta
giornata di viaggio non era ancora finita. Troppe
cose avevamo visto in un solo giorno e temevo che,
tornate a casa, avrei
fatto confusione. Le immagini e le esperienze
nuove si accumulavano dilatando il tempo, come
se non fossero passati quattro giorni, ma molti
di più. Per timore di non ricordare i
nomi dei luoghi visitati, spesso difficili da
pronunziare, prendevo appunti su un quaderno
segnando le date e controllando sulla carta geografica
i luoghi attraversati. Gli appunti mi avrebbero
aiutato a riconoscerli nelle foto. La data e
l’ora che la macchina fotografica digitale
segna automaticamente mi avrebbero aiutato a
mettere in ordine cronologico le immagini che
si accumulavano nella mia mente.
Lasciati
i Castelli
neri di Dimmuborgir e viaggiando verso l’interno ci fermammo presso
una fattoria, che Alberto diceva essere l’unica abitazione di quel luogo
desertico, che era l’altopiano di Modrudalur. Non arrivava la corrente
elettrica, che nella fattoria veniva prodotta con un generatore. La costruzione
era di torba, all’interno rivestita di assi di legno.
La famiglia che vi abitava gestiva un posto di ristoro per i turisti. Dietro
il banco una ragazza serviva le bevande che desideravamo. Non c’era grande
varietà di scelta. Io mi ristorai con una tazza di cioccolata calda.
La ragazza era giovanissima
e stentavo a credere che potesse vivere in un luogo così isolato, senza
scambi con altre persone che non fossero turisti di passaggio come noi. Supponevo
che la famiglia soggiornasse in quell’altopiano solo in estate e che in
inverno si dedicasse ad altra attività lavorativa in un altro luogo meno
ostile. La vista di un trattore nella distesa verde circostante mi fece supporre
che la terra intorno venisse coltivata a foraggio per l’allevamento del
bestiame. Non chiesi spiegazioni a Alberto, che era parco di risposte, quando
gli rivolgevamo delle domande, e rimasi con mille dubbi. Andati via i turisti,
passata l’estate, quanta solitudine, quanto silenzio, quanto buio. Se la
vita nella nostra terra spesso ci sembra stressante, quella vita mi pareva deprimente.
Provai a immaginare un abitante della fattoria guidare un’automobile in
una delle nostre città, dove il traffico è intenso e non si sa
dove parcheggiarla.
E i ragazzi della fattoria come passano il tempo
libero? Conoscono la frenesia del sabato sera dei nostri giovani?
Ripreso
il viaggio, attraversammo una delle zone più aride da
me viste, il deserto nero, nell’altopiano
di Modrudalur. Non è difficile capire
perché il deserto è nero. L’Islanda è una
terra giovane, nata dalle sovrapposizioni delle
eruzioni vulcaniche. La terra, le sabbie, le rocce
sono tutte nere perché di origine lavica.
Anche i ghiacciai che coprono i vulcani mostrano
delle zone grigie perché imprigionano i
materiali di lava sgretolati.
La sosta fu brevissima per foto e riprese. Poi
risalimmo sul pullman per raggiungere l’ultima
tappa della giornata, la cittadina di Egilsstadir
(1.000 ab.), capoluogo dell’Islanda dell’Est,
per la cena e il pernottamento.

5° giorno
19 luglio martedì. I
fiordi orientali e la casa di Petra
Eravamo ormai usciti dall’interno desertico
e ripreso la strada N.1, asfaltata, che costeggiava
i fiordi. Il paesaggio era cambiato. Al nero
del deserto succedeva il verde dei fiordi. Il
clima era meno ostile anche se piovigginava,
come ogni giorno dall’inizio del viaggio.
I fiordi islandesi, che nella carta geografica
appaiono frastagliati come quelli norvegesi,
erano invece completamente diversi e deludenti
per chi avesse già visitato la Norvegia. Le
coste che vedevamo erano basse o poco alte sul
livello del mare, ricoperte di muschio in basso,
di macchie bianche di ghiaccio sulle creste.
Ricordo invece l’emozione fortissima provata
nel vedere i fiordi norvegesi da ogni punto di
vista: dalla nave, dal pullman, dall’aereo.
Avevo scritto su una cartolina inviata a parenti
che la realtà superava l’immaginazione.
Montagne coperte di betulle, alte e a picco sul
mare, mostravano la loro superba bellezza, specchiandosi
sulle piatte acque, verdi come le betulle e ferme
come quelle dei laghi. Infatti laghi chiusi
sembravano le acque dei fiordi per il serpeggiare
delle montagne, sui cui fianchi era scavata una
stretta strada costiera, sulla quale due pullman
che si incrociavano passavano grazie alla perizia
degli autisti, che avanzavano centimetro per centimetro.
I fiordi islandesi apparivano meno imponenti, ma
era pur sempre bello vederli, dopo essere usciti
dalla deprimente solitudine del deserto.
Si incontravano le coloratissime
case dei pescatori, qualche automobile e poi una insolita vista: terra
spianata, ruspe, gru e una fila di alloggiamenti tutti uguali per operai. L’ Eskifiördur
(così si chiamava il fiordo) era stato aggredito dall’uomo per la
costruzione di una imponente centrale idroelettrica, da utilizzare per un alluminificio.
Il paesaggio del luogo si sarebbe trasformato. Tale imponente opera avrebbe dato
impulso ad uno sviluppo economico che avrebbe popolato la zona, poco abitata.
Alberto diceva che in Islanda c’erano due correnti discordanti, quella
degli ambientalisti, che difendeva l’integrità naturale del fiordo,
quella dei progressisti, che difendeva lo sviluppo economico del paese e l’incremento
della popolazione in quella zona orientale scarsamente popolata. Quell’opera
iniziata aveva intanto creato del malcontento perché la ditta che aveva
presso l’appalto era straniera e utilizzava manodopera straniera ad un
costo più basso, deludendo così le aspettative di coloro che lottavano
per il benessere economico del fiordo orientale e per il suo popolamento.
Dopo aver pranzato in una piccola
area di servizio lungo la strada, sostammo a Stödvarfjördur per visitare
la casa di Petra Sveinsdóttir, una donna che oggi ha 81 anni, che ha raccolto
nella sua casa, come in un museo, una grande quantità di pietre, trovate
nelle sue passeggiate nei dintorni. Nessuno
del gruppo mostrava interesse per la mineralogia,
deludendo Alberto che aveva proposto quella sosta
alla agenzia turistica, da cui dipendeva. Petra
Sveinsdóttir che, circondata dai suoi familiari,
si fece riprendere dalla mia telecamera, aveva
avuto dei riconoscimenti dal Presidente della Repubblica
islandese.
Ciò che mi piacque vedere della casa di
Petra non erano i suoi minerali, ma l’interno
della casa, in cui le stanze erano diventate sale
di esposizione dei suoi minerali, tranne la cucina,
dove era radunata con la figlia e i nipoti attorno
al tavolo, in compagnia di Alberto, che conversava
con loro mentre insieme bevevano il caffè,
il cui aroma si spandeva nel corridoio. Invece
di guardare le vetrine, mi soffermai sulla soglia
della sua camera da letto, piccola, dipinta di
azzurro, con il suo lettino, una poltrona, una
cassettiera e la televisione. La parete a cui era
addossato il suo lettino era piena di fotografie
fino al soffitto. Da una delle stanze si accedeva
ad una verandina esterna, coperta dal tetto e da
pareti di vetro, dove stavano alcune sedie di vimini
e delle ciotole di fiori coltivati. Il giardinetto
intorno era ben curato ed esponeva lungo i vialetti
e in ogni angolo tutti i minerali trovati da
Petra nell’arco della sua vita. Non si vedevano
altre case intorno.
I cognomi islandesi sono patronimici. Quelli dei
maschi finiscono con “son” ,
che significa figlio, quello delle femmine finisce
con “dottir”, che
significa figlia.
Il cognome di Petra, Sveinsdóttir, significa figlia di Svein.
Se
io fossi islandese mi chiamerei Nietta Jhosdóttir,
cioè figlia di Giuseppe, mentre mio fratello
si chiamerebbe Nino Jhosson (ammesso che Giuseppe
in islandese si dica Jho). Il vero cognome del
premio nobel per la letteratura 1955, Halldór
Laxness , è Gudjónsson, cioè figlio
di Gudjón. (Laxness è uno pseudonimo).
Le
sterne artiche
Da quando avevamo lasciato i luoghi desolati
dell’interno, i fiordi orientali ci apparivano
finalmente rasserenanti. I colori del paesaggio
erano diversi dai nostri abituali: le vallate
verdissime di muschio, in contrasto con il colore
scuro dei monti, il colore del mare, mai azzurro,
che da allora era sempre in vista, la strada
nera, quando non era asfaltata, non creavano
un’atmosfera amena, anzi severa, che però nell’insieme
allargava il cuore, dopo aver provato l’incubo
di Krafla e del deserto nero. Costeggiando
il mare, arrivammo in vista del ghiacciaio Vatnajökull,
che arrivava fino alla spiaggia ed era così esteso
che non lo perdemmo di vista per per tutta la
giornata, viaggiando intorno ad esso.
Lasciata la casa di Petra, sostammo per mezz’ora sulle rive del fiordo
ricoperto di soffice muschio, liberi di esplorare gli anfratti, di immergere
le mani nell’acqua marina, di andare in cerca di pietre particolari col
desiderio di trovarne una colorata da portare a casa, come aveva fatto Petra
nel lungo tempo libero della sua vita. Una compagna di viaggio trovò una
bella pietra di colore verde, che custodì gelosamente nella sua tasca,
dopo averla mostrata agli altri. Anch’io amo le pietre e speravo
di essere fortunata come lei. Non trovai nulla di interessante. Trovai invece
tra il muschio ciuffi di piccoli fiori rosa, che fotografai come gioielli rari.
Quella passeggiata tra muschio e cielo, mare e montagne ci fondeva con la natura.
Non c’era nessuno nel luogo, all’infuori di noi.
Un compagno di viaggio
ci venne incontro con qualcosa racchiuso nella mano. Un uccello dal
becco rosso volteggiava sulla sua testa in atteggiamento
aggressivo. Cosa aveva trovato da mostrarci? Aprì un
po’ la mano e apparve un morbido batuffolino
pigolante. Era un pulcino di sterna artica. Disse
che ce n’erano tanti a terra, nelle concavità del
muschio, e quella che volteggiava minacciosa sulle
nostre teste era la madre offesa, che cercava
di difendere il suo piccolo, prigioniero nella
mano di un uomo.
Dopo averlo fotografato (non solo io) il pulcino
fu posato a terra, che saltellando si allontanò da
noi guidato dalla madre in volo.
Le sterne sono uccelli marini di media grandezza, dal piumaggio bianco con qualche
sfumatura grigia o nera sul dorso . Vivono sulle coste dell'oceano, dove si nutrono
di pesci e di piccoli invertebrati marini e nidificano sul terreno, sulle spiagge
o nelle aree aperte dell'entroterra. Arrivano in Islanda in primavera per
nidificare e ripartono con i piccoli in autunno per le coste dell’emisfero
antartico. Era la prima volta che le vedevamo da vicino. Guardando attentamente
scoprivamo nelle leggere depressioni sia i pulcini appena nati che le uova prossime
alla schiusa.
Quel tuffo nella natura ci aveva ristorato lo spirito.
Salimmo sul pullman per
raggiungere il paesino di Djúpivogur, per la cena e il pernottamento.
Il paesaggio lungo il percorso era incredibilmente
bello. Per un lungo tratto campeggiava una montagna
di roccia nuda, azzurrognola, a forma di una
piramide perfetta. L’associai nella mente
alla grande Piramide del Sole della civiltà preazteca,
vista l’anno scorso vicino a Città del
Messico, e anche alla Piramide egizia di Cheope,
vista solo nelle fotografie. Girando col pullman
non staccavo lo sguardo da quella piramide naturale,
che appariva in angolazione diversa ad ogni curva
della strada. Quando arrivammo a destinazione,
in un albergo su un porticciolo, e mi avvicinai
alla finestra della camera assegnatami, vidi
di fronte a me la bella piramide azzurra, dalla
cima appuntita.
Durante la cena Alberto ci avvisò che l’indomani
non avremmo trovato nessun luogo di ristoro per
il pranzo, perciò ci consigliò di
andare nel vicino negozio a comprare qualcosa da
mangiare, prima della chiusura. Il negozio era
piccolo ed esponeva un po’ di tutto, non
solo generi alimentari. Riconobbi molta merce di
marca italiana: caffè, saponette, dentifrici,
cosmetici, ecc. Ci ritirammo nella nostra camera
d’albergo per la notte e ci addormentammo
riscaldati dalla coperta di piume e dal calore
del termosifone acceso.

6° giorno
20 luglio mercoledì
Alle otto del mattino lasciammo il paesino
di Djúpivogur. Avevamo indossato la
maglia di lana sotto il pullover, i calzettoni
e gli scarponi.
Dopo un breve tratto, percorrendo la strada costiera, incontrammo una laguna
limitata da un lunghissimo cordone di sabbia nera parallelo al litorale.
Guardando
la laguna sulla cartina, di fronte all’isola
di Papey, e tenendo conto della scala di riduzione,
pensammo che il cordone nero misurasse circa 15
Km. Riconoscevo le montagne che si innalzavano
vicino alla costa per averle viste a casa prima
della partenza in una bella fotografia che occupava
l’intera pagina di una rivista. Alberto,
come se avesse letto nel mio pensiero, fece fermare
il pullman e ci invitò a scendere per poter
fotografare e filmare il meraviglioso panorama
che si offriva alla nostra vista.
Superata la laguna cominciò ad apparire
il Vatnajökul (jökul = ghiacciaio;
Vatnajökul = ghiacciaio di Vatna), la
cui superficie di circa 8.500 km² è pari
alla somma della superficie di tutti i ghiacciai
europei. Non potevamo farci un’idea
della sua estensione guardandolo dalla strada costiera.
Nella sua interezza avremmo potuto vederlo solo
dall’aereo. Ce ne rendemmo un po’ conto
allorché la sua vista ci accompagnò per
l’intera giornata di viaggio.
Il nostro pullman sostò in una immensa area pianeggiante coperta di ciottoli
e muschio, accanto a una lunga fila di altri 126 pullman turistici. Dovevamo
percorrere un lungo tratto a piedi per raggiungere la laguna glaciale di Jökullsárlón,
che ancora non si vedeva. Fummo colpiti dal volteggiare sulle nostre teste di
una fitta colonia di sterne artiche. Altrettanta moltitudine stava a covare le
uova depositate nelle ondulazioni del terreno o a coprire i pulcini neonati. Non
ne avevo viste mai tante. Alberto ci disse che la vista di quella impressionante
colonia aveva ispirato il film thriller di Hitchcock, intitolato “Uccelli”.
A differenza degli uccelli del film, quelle sterne non erano bellicose;
ma se qualcuno di noi passando sfiorava un nido, la starna disturbata si alzava
in volo, senza allontanarsi, e ci minacciava, afferrandoci i capelli. Ci
proteggemmo la testa con i cappucci. Una starna beccò ripetutamente il
cappuccio di Maria Elena, che aveva raccolto un pulcino dal suolo e poi rilasciato.
Quando
arrivammo dove Alberto si era fermato per attenderci e raggrupparci insieme,
non mi raccapezzai subito. Scattai una foto a quelli che mi sembravano
strani massi dai colori sfumati tra il celeste
e il grigio, senza capire cosa fossero. Seguimmo
Alberto che ci fece salire su una barca con quattro
ruote. Una ragazza bionda ci fece indossare il
salvagente e sedere dove c’era posto. La
barca si mise in moto con un rumore simile a quello
di un trattore e partì, percorrendo qualche
centinaio di metri sul suolo accidentato, fino
ad entrare nell’acqua della laguna. Così mi
accorsi che eravamo entrati nella laguna glaciale
di Jökullsárlón. Alberto si
mise a spiegare, ma io non lo ascoltavo, tanto
ero presa dalle immagini nuove che si presentavano
alla mia vista impreparata. La barca avanzava tra
una miriade di icebergs dalle forme e sfumature
più svariate. La maggior parte di essi erano
bianchi, ma ce n’erano alcuni striati di
nero o di grigio, avendo imprigionato nella loro
massa le particelle sgretolate della roccia lavica. Allora
capii che quei massi più o meno azzurrognoli
o grigi che avevo fotografato prima, senza ancora
vedere la laguna, erano icebergs.
Eravamo sodddisfatti della navigazione. Rimanemmo
liberi per un po’ di tempo per poter mangiare
ciò che avevamo comprato la sera prima e
gironzolare nei dintorni.
Ripreso il viaggio in pullman, la vista del ghiacciaio più grande dell’Islanda
non ci lasciò più per quel giorno. Sostammo presso un’altra
lingua, dove i ghiacci erano più scuri. Lungo il percorso Alberto diceva
che la sabbia nera, rilasciata dallo scioglimento del ghiacciaio, avanza ogni
anno di 150 metri. Attraversammo il ponte più lungo dell’isola nell’immensa
distesa di sabbie nere, accumulatesi in milioni di anni, che avanzano verso il
mare.
Sono le sabbie di Skeidarársandur, liberate dallo scioglimento delle lingue
del ghiacciaio. In quella distesa scura non si distinguevano le “sabbie
mobili”, rese tali dall’eccessiva quantità di acqua assorbita,
nelle quali alcune persone hanno perso la vita.
Girando ancora attorno al ghiacciaio
si incontra il Parco Nazionale di Skaftafel, che attraversammo
a piedi, lungo un sentiero serpeggiante in salita.
Ogni tanto ci volgevamo indietro a guardare dall’alto
l’impressionante distesa delle sabbie, che
sembravano non avere confini. I numerosi rivoli
di acqua che scendevano dal ghiacciaio brillavano
al sole come nastri d’argento. Nel
Parco scoprimmo un’altro volto dell’Islanda:
il verde non era dato soltanto dal muschio, ma
da altre piante, tra cui si distinguevano betulle
nane e cespugli fioriti. La passeggiata in
salita era salutare, favorita dalla bella giornata.
Era la prima volta che vedevamo splendere il sole
nel cielo. La temperatura si era alzata e potemmo
toglierci il giaccone imbottito. Il sentiero arrivava
alla bellissima cascata di Svartifoss (= cascata
nera), che è una delle attrazioni più visitate
dell’isola, fiancheggiata da un’infinità di “colonne” di
basalto sospese come le canne di un grande organo.
Avevo letto che tutte le acque che scorrono in
superficie sono esenti da inquinamento e si possono
bere, perciò io e Maria Elena ne raccogliemmo un
po’ con le mani e la portammo ripetutamente
alla bocca. Chiare, fresche, dolci acque.
Percorrendo un altro sentiero, scendemmo verso
la pianura per raggiungere il pullman.
In basso ci attendeva un cartellone illustrato da foto. Alberto ci parlò dell’eruzione
del vulcano che si nasconde sotto il ghiacciaio più esteso d’Europa,
avvenuta l’ 8 novembre 1996. L’enorme calore sprigionatosi aveva
liquefatto il ghiaccio negli strati più profondi, creando un lago bollente,
che esplose, spaccando e frammentando lo spessore del ghiaccio soprastante. Ecco
la traduzione dal francese:
In seguito all’eruzione dell’8
novembre 1996 nel Vatnajökull, a nord
di Grimsvötn, l’enorme piena glaciale
che ne seguì tagliò la strada
che attraversa le sabbie di Skeidarársandur.
La piena gonfiò rapidamente, raggiungendo
il suo apogeo dopo 15 ore, poi si riassorbì quasi
totalmente in 48 ore. All’inizio si aspettava
che fosse dell’ordine di 20.000 m³/s,
ma raggiunse 50.000 m³/s. La forza gigantesca
del flusso portò enormi blocchi di ghiaccio
che causarono molti danni. Il ponte di 363
m di lunghezza sulla Gígjukvisl scomparve
completamente. Il ponte del Skeidará subì dei
grossi danni. L’estremità scomparve
nel fiume per una lunghezza di 176 m, come
pure un pilastro intermedio dell’estremità ovest.
La strada fu tagliata a ovest del ponte, le
dighe di contenimento delle acque nel loro
letto furono quasi interamente distrutte e
la rampa di terra di 12 m del lato destro del
ponte scomparve. In compenso il ponte sulla
Sùla restò indenne. Si valutò che
i blocchi di ghiaccio che arrivarono fino all’area
del ponte sulla Gígjukvisl pesassero
fino a 2.000 tonnellate (10x10x20 m) e che
quelli che arrivarono fino al ponte sulla Skeidará fossero
da 100 a 200 tonnellate.
Fu uno degli sconvolgimenti
più gravi della
terra, che però non produsse gravi danni
essendo la zona spopolata. Il ponte più lungo,
che attraversava le sabbie di Skeidarársandur,
fu ricostruito ed era quello che avevamo attraversato
qualche ora prima per raggiungere il parco e la
cascata.

Ci rimettemmo in viaggio nella strada circolare
N. 1, scendendo verso sud. Il tempo continuava
ad essere bello. Il sole tiepido ci aveva fatto
togliere i giacconi invernali. Attraversammo
un esteso campo ondulato coperto da un soffice
tappeto del colore dell’erba secca. La
strada scura asfaltata lo tagliava in due parti.
Non una casa si vedeva intorno né una
traccia di vita; nessun veicolo incrociammo.
C’eravamo solo noi. Io riprendevo il paesaggio
strano senza capire cosa fosse il soffice e alto
tappeto ondulato. Il pullman si fermò e
Alberto ci invitò a scendere in quello
strano luogo. Ci spiegò che quella distesa
tagliata dalla strada era un deserto di lava
ricoperto dal muschio. Il colore scuro mi
aveva tratto in inganno, perché il muschio
che avevo visto prima di allora era verde. Quello
che ricopriva la lava era vecchio e secco.
Ci
incamminammo sul folto tappeto naturale per toccare
con piedi e con mani quello strato morbido
che copriva tutto come la neve e ammorbidiva le
asperità delle rocce laviche sottostanti.
Ci sedemmo sul muschio morbido e ci coricammo anche,
come se stendessimo su un divano. Io affondai la
mano per staccarlo dal suolo e vederne lo spessore
(trenta o quaranta centimetri). Girando lo
sguardo intorno non si vedeva altro.
Nel tardo pomeriggio arrivammo a Vik, un bellissimo
villaggio sulla costa meridionale, abitato da 160
anime. Il luogo era bellissimo per i colori delle
montagne, il verde brillante del muschi che ricoprivano
le pendici, il colore del mare, in cui spiccavano
i neri faraglioni e il colore nero della larga
e lunga spiaggia. L’alta parete di basalto
a strapiombo sulla spiaggia era popolata da colonie
di uccelli, soprattutto i colorati pulcinella di
mare, dal dorso nero, ventre bianco, con il becco
a strisce rosse, gialle e grigio-azzurre.
Ci era bastata mezz’ora per percorrere a
piedi un sentiero fino alla spiaggia, guardare
da vicino una grotta sotto la parete lavica di
basalto, che si presentava a colonnine lunghe di
un grigio compatto, come quelle della cascata di
Svartifoss. Proseguimmo
il viaggio per raggiungere il vicino villaggio
di Hvolsvöllur per la cena e il pernottamento,
sostando lungo il tragitto presso due belle cascate.
La giornata era stata abbastanza lunga per i molti
luoghi visitati e la varietà degli scenari.
Una cena calda e un buon letto concluse il penultimo
giorno del nostro viaggio.
7° giorno
21 luglio giovedì.
Dopo colazione, prima di riprendere il viaggio
per Reykjavík, ultima tappa del viaggio, io
e Maria Elena facemmo un giro da sole fuori
dell’albergo. Non c’erano case intorno:
di fronte solo una fabbrica di hot-dog. Allontanandoci
un po’ ci fermammo a guardare le casette
circondate da un piccolo prato verde e qualche
albero. Alcune villette avevano a poca istanza
un gazebo dalle pareti e tetto di vetro trasparente.
All’interno si vedevano delle poltroncine
di plastica attorno d un tavolinetto e dei
vasi fioriti. Qualche giocattolo abbandonato nel
prato rivelava nella casa la presenza di bambini.
La
prima tappa della giornata fu la zona dei geyser
(in islandese si dice “geysir” e
la località di chiama Geysir dal nome del
grande geyser che arrivava ad una altezza di
70-80 m, spentosi con il terremoto del 1976).
Quello che noi vedemmo era lo Strokkur, che raggiunge
un’altezza di 25-35 m, eruttando ogni
cinque minuti una colonna di vapore e acqua bollente,
preceduta da una bolla azzurra.
Attorno alla pozza di acqua geotermale, una corda
tenuta da paletti, segnava il limite di accesso
ai visitatori. L’acqua si muoveva senza sosta,
come se una mano invisibile la facesse mulinare.
Il movimento crescente faceva gridare:
“ Sta arrivando la bolla! Eccola! Eccola!
Desiderio di tutti era fermare l’immagine in una foto. Io con la telecamera
e Maria Elena con la macchina fotografica ci tenevamo pronte a premere il pulsante,
per cogliere la sequenza del mulinello dell’acqua, della formazione della
bolla nel massimo igonfiamento, dell’esplosione verso il cielo e della
caduta dell’acqua e del vapore. I primi tentativi andarono delusi, ma la
ripetitività del fenomeno ogni cinque minuti e la pazienza ci consentirono
di scattare le foto nel momento giusto e di realizzare riprese soddisfacenti.
La caduta dell’acqua formava
dei rigagnoli a terra, che mi chinavo per tastarne il calore, che diminuiva col
freddo dell’aria, ma che non si raffreddava mai per l’arrivo di nuova
acqua bollente.
Restammo
abbastanza tempo nella zona per memorizzare quelle
belle immagini che difficilmente avremmo rivisto. Allargando
lo sguardo oltre lo Strokkur, che dominava il paesaggio, si
vedeva dappertutto la terra fumare.
Un cartellone illustrava cinque geyser in ordine
di importanza nel mondo:
- Steamboat, USA: 90-120 m;
- Geyser:, Islanda: 70-80 m (ora spento);
- Old Faithful, USA: 25-55 m;
- Strokkur, Islanda: 25-30 m;
- Pohutu, Nuova Zelanda: 18 m.
Era
giunto il momento di andare.
Per raggiungere il pullman,
che ci aspettava sulla strada fuori di quella zona, attraversammo a piedi quella
terra bagnata e fumante di vapori.
La tappa successiva fu presso
la bellissima cascata di Gullfoss (cascata d’oro) e nel vicino locale
Gullfosskaffi (Gull = oro; Foss = cascata; kaffi = caffè. Gullfosskaffi
significa Caffé della Cascata d’oro), che era insieme bar,
ristorante, emporio che esponeva gli stessi prodotti islandesi che avevamo
già visto in altri posti di ristoro.
Dissi a Alberto che il viaggio
era al termine e che ancora non avevamo visto islandesi, tranne quei pochi
che la sera ci servivano la cena. Quando arrivammo nella seconda città islandese,
Acureyri, non c’era gente per le strade, sia perché era ora di
pranzo, sia perché era domenica. Alberto rispose che avremmo visto tanti
islandesi nella capitale. Tutti sono circa 280 mila; quelli che vivono nella
capitale 180 mila.
Il
sole era splendido e la temperatura mite. Dopo
aver pranzato nel Caffè della cascata d’oro,
raggiungemmo Reykjavík. Occupate le
camere e posate le valigie, Alberto sciolse
il gruppo dicendo che ognuno era libero di passare
il pomeriggio e la serata come voleva. L’indomani
ci avrebbe accompagnato all’aeroporto di
Keflavik per il nostro ritorno in Italia. Egli
sarebbe rimasto un’altra settimana per ripetere
il giro dell’Islanda con un altro gruppo
di italiani.
A quelli che chiedevano suggerimenti per un’ultima
escursione, Alberto propose che si poteva fare
un giro in battello per vedere le balene
oppure andare nella Laguna blu, a 35 chilometri
a sud della capitale. Io scartai la visita alle
balene, perché le avevo viste alcuni
anni prima nella foce del fiume San Lorenzo, in
Canada. Mi attirava l’idea di fare un bagno
nelle acque calde della Laguna Blu. Prima del viaggio
avevo visto in una rivista geografica una foto
che ritraeva i bagnanti immersi nella laguna,
a cielo aperto, tra i vapori naturali e allora
avevo pregustato quel bagno all’aria aperta.
La presenza di certe alghe conferiscono alle acque una luminosa colorazione azzurra.
Ma quando Alberto spiegò che il bagno si faceva in uno stabilimento in
vasche all’aperto o coperte, sentii scemare il fascino del paesaggio naturale
e con Maria Elena decidemmo di passare l’ultimo pomeriggio a girare per
il centro di Reykjavík.
Fatta una doccia rilassante
con l’acqua geotermale, uscimmo dall’albergo dopo esserci fornite
della pianta della città e avere preso qualche informazione, al banco
della reception, sulla strada da percorrere in direzione del centro.
Dopo che ci fummo allontanati
dall’albergo Maria Elena mi fece notare in lontananza una grande cupola
di vetro luccicante, alta al di sopra delle case, e mi pregò di riprenderla
con la telecamera. Io non sapevo cosa fosse e lei mi spiegò, per averlo
letto, che era il “Perlan” (“perla”), la gigantesca
cupola che sormonta un complesso di cinque enormi serbatoi di acque delle
sorgenti geotermali e ospita un geiger artificiale esterno e un altro interno,
sale per mostre, concerti e un ristorante girevole. E’ un simbolo di Reykjavík,
insieme alla Hallgrímskirkja, la moderna Cattedrale di basalto, che domina
la città dall’alto di una collina.
Percorremmo una strada larga,
poco trafficata, fino a raggiungere un lago azzurro dalle rive coperte di erba
verde, oltre il quale si stendeva la città con la Cattedrale, visibile
da ogni parte. Il bel lago nel cuore della città, incorniciato da
ville d’epoca e dal moderno municipio, era prima uno stagno, dove i primi
abitanti andavano a caccia di anatre.
Girammo metà del suo
perimetro ammirando un arcobaleno creato dalla luce attorno uno zampillo
che si innalzava nel centro. Le sterne dal becco rosso volteggiavano basse.
La giornata era splendida, quasi estiva, la vista amena. Indossavamo jeans e
camiciola dalle maniche corte.
Una
disattenzione di Maria Elena ad un tratto turbò la
nostra passeggiata: disse di avere lasciato sul
tavolo il portafoglio con tutto il suo denaro,
e ce n’era tanto, dato che
non avevamo comprato nulla. Ormai avevamo percorso
tanta strada e tornare indietro significava rimanere
in albergo per stanchezza e rinunziare alla visita
della città. Non potevamo concludere il
nostro viaggio in Islanda senza conoscere la capitale! Scaricavo
la mia stizza rimproverando la sua distrazione.
Alla fine mia figlia, stizzita anche lei, mi disse: “Se
l’avere lasciato i soldi sul tavolo ti fa
star male, torniamo in albergo e non parliamone
più”.
Per me ritornare indietro era
fuori discussione. Cercai di consolarmi ricordando di avere letto che l’’Islanda è un’isola
felice, dove disoccupazione e criminalità non esistono. Confidai pure
in quello che aveva detto Alberto: “La cassiera dell’albergo
non chiude mai il cassetto a chiave, perché non pensa che qualcuno potrebbe
rubare. E se qualcuno lo facesse, lei non se ne accorgerebbe!”
Io dicevo a Maria Elena: “Sarà vero? Speriamo
di sì. Scacciamo dalla mente i cattivi pensieri e godiamoci la visita
della città.”
Dall’altra sponda dello stagno iniziava il centro. Il Municipio era un
palazzo moderno che per metà emergeva dallo stagno come i palazzi di Venezia
dalla laguna. Andando avanti si allargava la piazza principale su cui si
affacciava il palazzo del Parlamento. Aveva un aspetto modesto, simile ad un
magazzino rettangolare di mattoni color marrone, a due piani, con finestre bianche
e tetto di lamiera. Dubitavo che quell’edificio fosse il Parlamento, ma
poi una tabella con una parola simile all’ inglese mi assicurò che
fosse proprio il Parlamento. La piazza antistante era tutta un prato verde
circondato da una bella bordura di fiori viola e sul prato la gioventù di
Reykjavík, distesa o seduta a cerchio sull’erba o su una stuoia,
conversava tranquillamente. Qualcuno isolato, disteso a pancia in giù,
leggeva un libro. Anche giovani coppie sedevano sull’erba con i loro bambini
sgambettanti o, se troppo piccoli, in braccio. Era uno spettacolo bellissimo.
Inseguivo con la telecamera i bambini islandesi dalla pelle chiara come la porcellana,
i capelli lisci biondissimi e gli occhi azzurri e le loro mamme giovanissime,
ragazzine. Sui sedili all’esterno del prato gli anziani si godevano il
sole. Era giovedì, ma sembrava domenica. Finalmente vedevo tanti islandesi
insieme!
Entrammo in un supermercato a curiosare, guardammo le vetrine nella speranza
di trovare un bell’oggetto da comprare e portare a casa. Niente di diverso
trovammo da quanto già avevamo visto nel nostro giro per l’Islanda.
Avevamo in tasca delle corone che volevamo spendere per non portarle in Italia.
Non restava altro che tornare nel supermercato e spenderle in generi alimentari.
Infatti comprammo pane e frutta per la nostra cena e delle confezioni di salmone
affumicato.Dirigemmo i nostri passi verso la Cattedrale. Non
c’era bisogno di farci indicare la via, perché la
Cattedrale si vedeva sempre, ovunque fossimo.
Passammo per le vie animate del centro, guardando
e fotografando le case. Le più antiche erano
di legno rivestito di lamiera laccata; le più moderne
in muratura; le une e le altre erano dipinte
con tutti i colori della tavolozza, creando un’atmosfera
di allegria. In quella luce limpida risaltavano
l’azzurro del mare e del cielo, il verde
dei prati, i tetti e le facciate multicolori delle
case. La Cattedrale era sempre davanti a noi. Man
mano che avanzavamo nella strada in salita, la
sua sagoma si ingrandiva al nostro sguardo, fino
ad apparire gigantesca. Costruita in basalto
e inaugurata nel 1987, dopo oltre 40 anni di lavori,
si ispira nelle sua forma pieghettata alle colonne
di lava tipiche dell’’Islanda (vedi
nella foto 19 le colonnine di basalto della cascata
di Svartifoss) . Nella piazza, davanti alla chiesa,
si erge la statua di Leifur Ericsson, donata dagli
Stati Uniti all’ Islanda, per onorare il
navigatore vichingo che per primo vi mise piede,
500 anni prima di Cristoforo Colombo. Appresi che
gli italiani si risentirono per il dono americano,
che sminuiva l’importanza della scoperta
del navigatore genovese. Appresi pure, più tardi,
che una statua a Leif Ericsson di trova anche a
Boston, dove furono rinvenuti arnesi di fattura
vichinga e tracce di abitazioni, oltre a una grande
pietra scolpita a caratteri runici, usati prima
dell’anno mille, quando fu introdotto in
Islanda l’alfabeto latino.
Nell’ingresso
della torre, alta 75 metri, una ragazza vendeva
biglietti per salire con l’ascensore
in cima. Non avevamo che pochi spiccioli di corona, ma con la carta di credito
potemmo acquistare due biglietti. Dalle finestre della torre si godeva una vista
incomparabile della città. I colori vividi dei tetti, dal celeste, all’azzurro,
al blu, dal rosso chiaro al rosso scuro, in contrasto con i colori vari delle
facciate, formavano un caleidoscopio circondato dall’azzurro chiaro del
mare e del cielo. Rivedemmo con una prospettiva diversa il lago diviso
in due da un ponte e i giganteschi serbatoi del “Perlan” sormontati
dal cupolone di vetro.
Soddisfatte da quella vista,
scendemmo a terra e riprendemmo la via del ritorno in albergo, ripassando per
il centro, attraversando il ponte del lago, anziché percorrerne il perimetro. Arrivammo
in albergo sfinite dalla stanchezza.

La
luce del sole, che splende anche di sera, non fa
capire l’ora a noi che non siamo abituati
a quella latitudine. Sembrava ancora pomeriggio,
ma l’orologio segnava le ore venti; perciò avevamo
camminato per quattro ore. La luce
ci avrebbe consentito di visitare ancora qualche
altro posto, ma non ne avevamo voglia. Entrammo
nella nostra camera e ritrovammo il portafoglio
in bella vista sul tavolo dove Maria Elena lo aveva
dimenticato. In un albergo italiano non lo avremmo
ritrovato.
Quella sera, l’ultima, rimasi sveglia fino
a mezzanotte. Le finestre dei paesi nordici non
hanno scuri, ma tende pesanti per non fare filtrare
la luce. Scostai le tende per vedere fuori. La
luce era impallidita, ma non scomparsa. Si capiva
che era notte perché fuori non si vedeva
nessuno. Scattai due foto al panorama e altre due
l’indomani all’alba per confrontare
la luce dei due orari diversi.
Il giorno seguente la partenza
per l’aeroporto di Keflavik era prevista per le dieci, perciò, dopo
colazione, avevamo alcune ore da trascorrere liberamente. La giornata era tiepida.
Affacciateci sulla strada, davanti all’albergo, si vedeva il mare vicino.
Una compagna di viaggio sopravvenuta si associò a noi e ci incamminammo
tutte e tre verso la spiaggia percorrendo una stretta strada asfaltata in mezzo
a un prato verde che fiancheggiava la spiaggia, una sottile striscia di
sabbia scura e pietre. Guardando l’insenatura e le montagne lontane
i colori apparivano tenui come se il paesaggio non fosse reale, ma un dipinto
ad acquarello. Sulla nostra destra si allineavano le villette linde dai tetti
blu, rossi, verdi, circondate da un giardinetto; sulla sinistra una fascia di
prato verde, la sabbia nera e il mare. Una ragazza in canottiera e pantaloncini
faceva footing sul prato. Ad uno dei sedili che si trovavano lungo la strada
era appoggiata una bicicletta incustodita. Pensai
alle tante biciclette viste nelle città italiane legate con la catena
ad un palo.
Eravamo nella periferia della
città, pulita e silenziosa.
Reykjavík è completamente
diversa dalle capitali europee: non ha molta storia alle spalle, non ci sono
palazzi monumentali, ma case dalle linee semplici; il traffico automobilistico
modesto e ordinato; ovunque c’è pulizia, tranquillità e sicurezza.
Tornammo lentamente indietro ripercorrendo la stessa strada
costiera fino all’albergo. Il pullman era
pronto per portarci all’aeroporto di Kéflavik.
Il viaggio in Islanda era concluso.
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