
Viaggio
in India (2^ parte)
7° giorno, 24 ottobre, venerdì
L'Hotel Ummeid, dove abbiamo trascorso la notte
, è di nuova costruzione e ha lo stile
dei palazzi dei maharajà.
Sono le otto del mattino e mi aggiro nella fila
dei negozi nel piano terra dell'albergo, in attesa
che siamo tutti pronti per salire sul pullman
e partire per la visita di Jodpur, che con i
suoi 900 mila abitanti è la seconda del
Rajastan, dopo la capitale Jaipur (1.500.000
abitanti).
Mi soffermo davanti ad una vetrina di gioielli: mi piace una collana, ne chiedo
il prezzo e il negoziante la prende e me la porge perché la provi. E'
d'argento, ricca di pietre di vari colori: ametiste, granatini, topazi, e perle,
tutte a forma di foglioline incastonate nell'argento. Nel frattempo altre persone
del nostro gruppo, attratte dalla vetrina, si sono avvicinate e mi invogliano
a comprarla. Devo decidere presto perché il pullman è pronto davanti
all'albergo. Prendere o lasciare. In Oriente si usa contrattare. Faccio un inutile
tentativo per abbassare il prezzo e la prendo, senza alcuno sconto. Sul pulmann
c'è un'atmosfera di allegria per gli acquisti fatti nei vari negozi dell'albergo:
gioielli, sciarpe, pantofole di cuoio ricamato, ecc.
Arriviamo ai piedi di una
collina su cui sorge l' imponente forte di Mehrangar (il suo nome significa
appunto Forte maestoso), che domina la città vecchia.
Le
sue mura toccano in alcuni punti i 40 m di altezza.
L'interno si articola in vari cortili e palazzi
stupendi, che espongono collezioni di vario genere:
armature, palanchini, mobili, vestiti, culle, persino
una tenda da campo, tutti oggetti appartenuti alla
famiglia reale. Ammiriamo delle bellissime porte
in legno intagliato con decorazioni in avorio e
laccature preziose; le pareti di arenaria finemente
traforate come merletti, da cui le donne potevano
assistere alla vita di corte senza essere viste.
Inorridisco nel leggere sulla guida che nel 1843
le vedove del Maharajà Man Singh compirono
la "sati", cioè si
diedero fuoco sulla pira funebre con il corpo del
marito, nonostante il divieto inglese. Su una delle
porte del Forte ci sono le impronte delle vedove
suicide, che non abbiamo visto, ma immaginiamo
simili a quelle viste nel Forte di Bikaner.
Prima di lasciare la città di Jodhpur, arriviamo
al vicino centafio di Jaswant Thada, maharaja molto
amato dai sudditi e dalla moglie che, disperata
per la sua morte, volle ricordarlo facendogli erigere
in marmo bianco il grandioso monumento tombale.
Per la sua sfarzosità, non per somiglianza,
viene paragonato dagli abitanti della città blu
al ben più noto Taji Mahal di Agra, che
vedremo l'ultimo giorno del nostro viaggio.

Conversazione in pullman con Rajesh
Riprendiamo il viaggio. Un passaggio a livello
trovato chiuso in un villaggio in attesa del
transito di un treno, ci obbliga a sostare un
bel po' di tempo, permettendoci di osservare
da fermi il brulicare della vita quotidiana.
Le donne si fermano presso le baracche, in fila
lungo i due margini della strada, per fare la
spesa; i piccoli artigiani lavorano all'aperto
o in stanzini piccoli dalla saracinesca alzata
che lascia vedere tutto; passano in fila alcuni
carrettini carichi di merce, trainati da somarelli
nani; le mucche ovunque circolano liberamente
come le persone.
A pochi passi dal nostro pullman fermo, osserviamo con curiosità il lavoro
di un ciabattino, seduto a terra su una stuoia sotto un grande ombrellone. Accanto
a lui ci sono dei copertoni interi di autovetture e un mucchio di pezzi di copertone
tagliati a misura della lunghezza di una scarpa, che il ciabattino usa per risuolare.
Passato il treno, riprendiamo il viaggio, durante il quale chiacchieriamo con
Rajesh su vari argomenti di vita quotidiana in India e facendo confronti con
le nostre usanze.
Rajesh non parla bene l'italiano, ma si fa capire. Quando storpia le parole lo
correggiamo e lui ride insieme a noi, ringraziandoci per le correzioni, che gli
servono per imparare la nostra lingua.
Ha studiato tre mesi a Perugia e ricorda con piacere di avere vissuto quel breve
periodo felice alla maniera occidentale, come gli altri ragazzi della sua età.
Ricorda la compagnia mista di ragazzi e ragazze, la frequenza libera delle ragazze,
che non può permettersi in India. E' un bel ragazzone, di sentimenti buoni
e di sani principi morali. Immagino che non abbia avuto difficoltà a trovare
compagnia femminile in Italia. In India è più difficile: le ragazze
hanno delle restrizioni. Anche se è loro concesso di uscire con i ragazzi,
tra i due sessi ci sono dei limiti e le conversazioni non possono toccare certi
argomenti , che sono tabù.
Gli chiediamo se ha una fidanzata. Risponde: "Ancora mia madre non me l'ha
trovata".
La risposta suscita in noi tanta ilarità. Lo stimoliamo a parlare del
fidanzamento e del matrimonio in India. Egli lo fa volentieri, convinto di quello
che dice. Condivide la tradizione indiana di sposare una ragazza scelta da genitori
e parenti, perché - dice lui - i genitori hanno più esperienza
e sanno scegliere la ragazza da vari punti di vista: guardano la posizione sociale
ed economica e le virtù della ragazza, se ci sa fare a reggere la casa
e la famiglia, ecc. I figli si fidano della scelta perché - dice Rajesh
- i genitori non vogliono che il loro bene.
Il papà di Rajesh è morto l'anno
scorso tra le sue braccia e quando, parlando di
sé , lo nomina, cambia il tono della voce,
il sorriso gli scompare dal viso. Il suo papà è stato
e continua a essere il principale punto di riferimento
della sua vita, gli ha inculcato i sani principi
morali, gli ha dato preziosi consigli. Le parole
del suo papà sono sacre come quelle che
i credenti leggono sui testi sacri.
Rajesh ha una laurea in una materia tecnica
che non ricordo, ma non ha scelto di fare il
tecnico, ascoltando il consiglio del padre di
andare in Italia a studiare la nostra lingua
per diventare guida turistica, che gli avrebbe
permesso si guadagnare di più e di fare
una vita più piacevole. E' contento della
scelta.
E' già in età di pensare al matrimonio e la famiglia è preoccupata
che ancora non abbia fatto il passo importante. Ha 25 anni!
Poiché il papà non c'è più, la madre si fa aiutare
dai parenti nella ricerca, che si augura possa dare presto un buon esito.
Scelta la ragazza e concordato il matrimonio tra le due famiglie, si stabilisce
il giorno della presentazione dei due giovani in casa della futura sposa.
Il giovane lascia che i suoi genitori parlino delle doti morali e materiali del
figlio, del lavoro che fa, dei progetti per il futuro e questi chiedono formalmente
la mano della ragazza. Dopo tali preamboli di rito, si fa entrare nel salotto
la ragazza, i genitori della quale vantano le sue doti, allo stesso modo come
si è fatto per il futuro sposo. I due ragazzi poi vengono lasciati per
un po' soli perché prendano confidenza.
Alla ragazza non è permesso un riufiuto: sarebbe una grave offesa per
la famiglia del giovane, il quale, invece, può rifiutare, se la ragazza
non è di suo gradimento.
Man mano che Rajesh parla, scorrono vive nella mia mente le immagini della prima
parte del film della regista indiana, Mira Nair, che ho visto
prima del viaggio e che anche Mariola ha visto e commentato con me. Il film,
intitolato "Il destino nel nome", racconta la storia
di un matrimonio combinato di due giovani indiani che scelgono New York come
città di adozione.
Una signora del nostro gruppo gli chiede: "Che dote deve avere la tua
fidanzata, per essere adeguata a te?"
Risponde: " Mio padre ha detto di non guardare la casta e i beni materiali,
ma le virtù morali, che sono la più grande dote per una sposa".
Esplode un applauso di approvazione, con l'augurio che la sposa arrivi presto.
Rajesh ringrazia commosso.
Oggi pranziamo, più tardi del solito, in un ristorante all'aperto, in
campagna. Mi soffermo a guardare una donna accoccolata a terra, con un vistoso
sari rosso, che cuoce le piadine per noi. La donna spiana una pasta sottile sottile
e la poggia su una piastra rovente rigirandola tante volte fin quando non è pronta.
Son buone da mangiare appena tolte dalla piastra, ancora calde, e vanno a ruba
quando vengono portate sui nostri tavoli.
Sono
le 16,10 quando riprendiamo il pullman per l'ultima visita della giornata: il
complesso di templi jainisti più grande e più bello dell'India,
che si trova a Ranakpur, a 90 chilometri dalla città blu
che abbiamo lasciato alle spalle, in una valle appartata e tranquilla dei verdi
Monti Aravalli, che vedevamo in lontanaza percorrendo la strada nel deserto.
Il tempio più importante, detto Chaumukha (cioè dalle
quattro aperture), fu eretto nel 1439 a pianta cruciforme. E' costituito da numerose
cappelle e da 29 sale sorretto da ben 1444 pilastri scolpiti,
tutti diversi tra loro, le cui sovrapposizioni geometriche creano stupendi giochi
prospettici.
Non credo che si possa superare una scultura raffinatissima
come quella di Ranakpur. Piuttosto che sforzarmi
di cercare le parole per esprimere tanta grandiosità, è più utile
alla comprensione mostrare le foto, che ho scattato innumerevoli, ma non tante
quanti sono gli angolini meritevoli di essere immortalati.
In serata arriviamo alla città di Udaipur (Albergo Udai
Kothi), dove ceniamo in una terrazza panoramica, che si affaccia sul lago Pichola.
8° giorno,
25 ottobre 2009, sabato
La città è una perla del Rajasthan.
A differenza delle altre finora viste, nel deserto,
Udaipur si trova nella zona verdeggiante dei
monti Aravalli.
Il nostro albergo è in un quartiere popolare,
su una strada che attraversa il mercato, in cui
l'autobus non può circolare e perciò è costretto
a fermarsi un po' distante. Per noi non è un
inconveniente, anzi ci fa piacere uscire dall'albergo
e trovarci sulla strada in mezzo agli indiani
e alle mucche, nel cuore del mercato e guardare
la varietà dei negozi e della gente che
circola. Purtroppo non possiamo fermarci, come
ci piacerebbe, per curiosare nei negozi e divertirci
nello shopping. Dobbiamo rispettare gli orari
delle visite ai luoghi previsti nel programma
e raggiungere il pullman che ci aspetta nello
slargo, dove finisce la via del mercato.
All'interno di ogni albergo ci sono dei negozi,
dove abbiamo in tempo di comprare qualcosa, o
dopo la colazione, o dopo la cena, prima di ritirarci
in camera. In albergo i prezzi sono più alti
rispetto a quelli delle bancarelle esterne, ma
sempre bassi rispetto a quelli italiani. In una
delle fortezze visitate ho comprato in una bancarella
un anello d'argento con una pietra turchese al
prezzo di tre euro, mentre per un anello simile
ho pagato dieci euro nel negozio dell'albergo
di Jodpur. Per gli acquisti possiamo pagare con
euro o con rupie.
Due compagni di viaggio, marito e moglie, mi
hanno detto che la sera escono da soli dopo cena
e vanno in giro per i negozi, dove trovano prezzi
più convenienti rispetto a quelli degli
alberghi.
Usciti dalla piazza del mercato e oltrepassato
il vicino ponte, saliamo a tre a tre sui tuc-tuc,
che ci portano nel centro storico.
Paghiamo duecento rupie (4 euro) per entrare con
la telecamera e la macchina fotografica nella piazza
dove c'è l'immenso Palazzo del Maharaja,
che dalla parte opposta si affaccia sul lago Pichola.
In parte ancora abitato dalla famiglia reale, in parte occupato da uffici e in
parte museo, il "City Palace" è un grandissimo
complesso di quattro edifici principali e diversi altri minori articolati in
modo da formare come un unico massiccio bastione che si allunga sulla sponda
orientale del lago..
Anche in questo palazzo ammiriamo cortili, stanze,
logge altrettato meravigliose come quelli visti
in altri palazzi reali.
In una fotografia è ritratto l'attuale maharaja
col figlio ...In una stanza del museo è in
mostra una sedia a rotelle, usata dal padre handicappato
dell'attuale Maharaja
Dopo visitiamo un tempio induista, di cui non rimane
traccia nella mia memoria, per il divieto di fotografare
all'interno.
I tuc-tuc ci riportano in albergo, dove pranziamo nella terrazza sul lago, all'aperto.
Fa caldo come a Sciacca in agosto.

Dopo un salutare riposino pomeridiano in camera
d'albergo, usciamo alle ore 16,00, diretti all'imbarcadero
per una gita in barca sul lago Pichola.
In origine il lago era più piccolo: è stato allargato dal fondatore
di Udaipur (Udai Singh) , fino a misurare tre chilometri per quattro, con una
profondità di dieci metri.
Le gradinate (ghat) costruite sulla
riva offrono scene di vita quotidiana: lavandaie
intente nel loro lavoro, induisti immersi per
riti devozionali, ecc.
Mentre la nostra barca fa il giro del lago, io registro con la mia telecamera
le immagini che scorrono sotto i nostri occhi. La scenografia è fantastica.
Sugli isolotti in mezzo al lago sorgono palazzi e ville incantevoli, che sembrano
emergere dall'acqua.
Uno dei palazzi (Lake Palace), tutto bianco, residenza estiva della famiglia
del maharaja, è stato trasformato in un affascinante albergo di lusso.
Dopo il giro completo del lago, sbarchiamo sull'isola
di Yagmandir, dove c'è il palazzo,
abitato un tempo dal Marahaja.
Ci sediamo ai tavoli di un ristorante all'aperto,
per prendere una bibita e goderci il paesaggio
intorno, alla luce del tramonto. Io sorseggio
un succo di mango, di gradevole sapore.
La sosta
nell'isola è rilassante, il sole
scende lentamente sul lago. All'imbarcadero c'è la
barca per il nostro ritorno. Scattiamo le ultime
foto al paesaggio al tramonto e poi riprendiamo
l'autobus per un'altra visita, a un laboratorio-negozio
di miniaturisti. I pittori stanno accoccolati lungo
il muro e dipingono sotto i nostri occhi, seduti
di fronte a loro. mentre un tecnico ci mostra vari
dipinti, spiegandoci i segreti dell'arte della
miniatura e mettendo in rilievo il pregio del lavoro,
sperando di convincerci a comprare.
Io riesco a comunicare un po' con un giovane miniaturista,
che vedo al lavoro da vicino: lavorano, tutti,
quattro ore al giorno, prendendosi qualche pausa
per sgranchirsi le gambe e la schiena.
Mi ringrazia delle mie attenzioni nei suoi confronti, disegnando per me, col
pennino e inchiostro nero, un elefante su un un piccolo pezzo di carta, che conservo
come souvenir.
Dopo passiamo nella sala vendite. Io non sono interessata all'acquisto, ma ammiro
i quadri esposti.
E' ora di tornare il albergo per la cena. Lungo il percorso c'è una bella
sorpresa per noi: il pullman si ferma e Rajesh ci invita a scendere. Io seguo
il gruppo e inaspettatamente ci troviamo in un giardino, dove si festeggia un
matrimonio.
La guida conosce le famiglie degli sposi, che erano
stati avvisati della nostra visita. Addirittura
ci presenta i parenti che volentieri posano con
noi per le foto. Gli sposi stanno seduti su un
palco, sotto i riflettori: la sposa non ha lo sguardo
felice e sorridente, come siamo soliti vedere nelle
feste nuziali occidentali. Ha la faccia seria e
lo sguardo basso; pare impacciata. Forse non è contenta
della scelta che i genitori hanno fatto per lei,
o forse è timorosa di legarsi ad un uomo
che non conosce. Abbiamo pochi indizi per giudicare
gli stati d'animo dei due protagonisti.
L'abito della sposa (di tutte le spose) è di colore rosso, riccamento
adornato. La sposa mostra addosso al suo corpo tutti i gioielli che le sono stati
regalati e che costituiscono la sua dote.
Giriamo anche noi tra gli invitati e osserviamo
cosa mangiano e come mangiano.
C'è un buffet libero: gli invitati si avvicinano ai tavoli imbanditi con
un piatto e prendono a loro piacere. Le mamme aiutano i bambini. Alcuni appoggiano
il piatto sulla sedia, altri si siedono in cerchio sull'erba, dove appoggiano
i piatti.
Le donne hanno sari molto vistosi e scintillanti.
La sosta è stata per noi una piacevole sorpresa. Chiedo a Lia, che mi è accanto,
dove sia la cavalla bianca dello sposo e Lia mi fa notare che la cavalla bianca
si usa nel matrimonio induista; questo è un matrimonio musulmano e l'usanza è diversa.
Evidentemente, quando Rajesh ha spiegato la differenza, io ero distratta.
Rientriamo in albergo per la cena all'aperto, sul terrazzo che si affaccia sul
lago.
Fa caldo estivo ed io indosso una gonna di stile
indiano, adorna di lustrini, comprata ieri in uno
dei negozi dell'albergo. Chissà se la indosserò a
Sciacca!
9° giorno,
26 ottobre, domenica
Stamattina sono le
9,20 quando lasciamo l'albergo di Udaipur. Come
ho già detto, il pullman
non può percorrerre la strada stretta
e affollata che attraversa il mercato, dove
c'è i lnostro albergo; perciò camminiamo
a piedi trascinandoci i bagagli e gustandoci
il brulicare della vita cittadina in un quartiere
popolare, come quello in cui ci troviamo.
Raggiunto il pullman fuori del mercato e caricati
i bagagli, Rajesh ci accompagna a visitare
un grande negozio di tessuti e di sari.
Uno del negozio, incaricato di intrattenerci, sceglie Maria Elena come modella
per dimostrarci come si indossa il sari.
Esso non è che una lunga pezza di stoffa, lunga circa cinque metri e mezzo,
alta da 1 a 1,40 metri, priva di fermagli o bottoni, che viene avvolta intorno
al corpo. Si regge sulla vita infilando il bordo superiore nella cintura della
sottogonna. La rimanente pezza avvolge le gambe, il dorso e viene morbidamente
drappeggiata sul seno, da destra verso sinistra e intorno al capo.
La prova su
Maria Elena non riesce subito, perché indossa
i geans, ma alla fine riusciamo a fotografarla
con tre sari di diversi colori.
Il terzo, di colore rosso e verde, è un
sari da sposa.

Ci intratteniamo ancora nel grande negozio
per potere fare acquisti, poi partiamo per una
visita al "Tempio delle suocere e delle
nuore", che si trova in campagna.
L'autobus
si ferma presso alcuni alberi di papaia, di cui
ho mangiato tante volte i frutti, senza conoscerne
la pianta. Sono contenta di poterla fotografare
insieme ai frutti, che ancora non sono maturi.
Seguendo a piedi Rajesh, arriviamo presso due
templi induisti dedicati a Vishnu, dal nome curioso:
uno si chiama "Tempio della suocera",
l'altro "Tempio della nuora", risalenti
agli ultimi decenni dell'XI secolo. Rajesh ci
aveva parlato sul pullman di questi due templi,
il cui nome non ha alcuna relazione con suocere
e nuore; ricordo vagamente che si tratta di una
storpiatura di altre parole. La pietra è riccamente
lavorata con scene mitologiche. In una parete
sono scolpite scene tratte dal Kamasutra.
All'aperto, fuori dei templi, c'è il "fallo" di
Shiva, ma non ce ne saremmo accorti se Rajesh
non ce l'avesse indicato.
Alle ore 14,00 arriviamo al villaggio di "Sardargarh",
dominato da una fortezza, cinta da mura.
Entrati nella fortezza, trasciniamo i nostri bagagli in un viottolo in salita,
fino ad arrivare in un bellissimo cortile, adorno di prato verde e aiole fiorite.
Al centro del cortile c'è un padiglione
in muratura, sorretto da eleganti colonnine e
archi in stile indiano, con tavole apparecchiate
per noi. Rajesh ci dice di lasciare provvisoriamente
i bagagli lungo il muro e di andare a tavola
subito dopo esserci lavate le mani.
Io non ho voglia di mangiare; già sul
pullman avevo nausea, mal di testa e di orecchio.
Assaggio un po' di zuppa e aspetto che gli altri
finiscano di mangiare per andare nella camera
assegnata.
Le camere sono ampie, con una veranda
all'ingresso, di fronte a un giardino, e finestrelle
che danno sul porticato, che gira intorno al
cortile, dove si pranza. La stanza da bagno è grandissima.
La fortezza non è un albergo, ma la residenza
del maharaja Mahipal e
della sua famiglia. Una parte di essa è stata adattata per accogliere
i turisti.In uno dei grandi cortili che abbiamo attraversato, abbiamo visto tante
jeep allineate sotto una tettoia, utilizzate per fare escursioni nel bosco del
Maharaja o nel vicino villaggio contadino di Sardargarh e al vicino lago.
Dopo un riposino in camera dobbiamo riunirci fuori, alle ore 16,15 per un safari
in jeep.
Io non mi sento in forma: temo di aver preso qualche infezione intestinale e
sono in allarme. Per precauzione prendo una pillola di Loperamide e così posso
godermi l'escursione.
Anche il maharaja partecipa alla gita con noi, guidando la prima jeep: accanto
a lui c'è Rajesh; nel sedile posteriore ci sono Mariola, Lia e i coniugi
Saggio.
La prima sosta la facciamo sotto un albero gigantesco, vecchio di 400 anni, sotto
il quale il capo villaggio riunisce i suoi consiglieri, per prendere delle decisioni
che riguardano gli abitanti.
Poi entriamo nel villaggio, dove siamo accolti festosamente
dai bambini, che corrono vociando dietro le nostre jeep, mentre le mamme si affacciano
sulla soglia incuriosite dalla nostra presenza.
Il primo a scendere dalla jeep è il Marharaja
, che gentilmente
apre lo sportello della vettura per far scendere
i passeggeri. Rajesh oggi indossa un camicione
indiano, di color arancione.
Ci fermiamo a guardare un pozzo, da cui gli abitanti
tirano l'acqua col secchio, come ai tempi del
medioevo.
I bambini, meravigliosi, ci seguono, non per
chiedere qualcosa, ma perché attratti
dalla nostra diversità, mostrando di gradire
essere fotografati.

Entriamo in un cortile: in un lato c'è una
zona coperta, separata da una balaustra di pietra
traforata, tinta di giallo, che Rajesh dice di
essere una scuola, ma non sembra: non ci sono
né banchi,
né lavagna, né cattedra, ma qualche
disegno al muro.
Dal cortile si accede ad alcune
stanze, che sembrano appartenere all'età della
pietra: niente mobili, o sedie, o tavoli: solo un focolare di pietra, dei rami
secchi a terra per accendere il fuoco, qualche utensile appesso al muro annerito
dalla fuliggine; in un'altra stanza c'è una piccola cucina a gas sul pavimento,
una bombola e alcune stoviglie.
L'evento straordinario per
noi è la
conoscenza di un vecchio santone locale, dai
capelli e barba lunghissimi, che vive su un stuoia,
al riparo di un albero.
E' muto a causa di un trauma avuto da bambino.
Assistiamo a una funzione religiosa, a noi incomprensibile,
che sa di antico paganesimo.
Dopo averci dato la sua benedizione, il santone si ritita nella sua stuoia, sotto
l'albero.
Ci avviamo verso le jeep per tornare nella fortezza.
Camminando lungo la strada, Maria Elena mi dice: "In questo posto mi sembra
di essere nel medioevo".
Io dico: " A me pare di essere molto più indietro".
Prima di
arrivare al Forte, ci fermiamo presso un lago, rosseggiante per la luce del tramonto.
Lungo la riva ci sono le gradinate, che in India
si chiamano ghat. Indugiamo un po' per vedere
e fotografare il sole che cala e scompare dietro
il lago.
Franca si fa fotografare, sorridente,
con lo sfondo del tramonto, accanto al maharaja
Mahipal, che ci ha consentito di passare un
pomeriggio ricco di emozioni.
La fine della giornata ha un increscioso
seguito per alcuni di noi. La mia compagna
di stanza, Lia, mi racconta di essere stata
male al villaggio, a causa di nausea e vomito.
Stasera anch'io mi sento male: ho gli intestini scombussolati, febbre e mal di
testa. Anche Maria si sente male e viene nella nostra camera a chiedere qualche
medicina.
Un po' di medicine le abbiamo tutti in valigia e ce le scambiamo cercando di
prendere quelle che ci sembrano più efficaci ai nostri malesseri.
Prima di partire per l'India ci era stato raccomandato di non bere l'acqua di
rubinetto, perché carica di germi; di mangiare solo cibi cotti, di sbucciare
la frutta, ecc.
Forse siamo stati incauti nel mangiare.
Io ho preso un gelato nei giorni passati, senza riflettere che il gelato non è un
cibo cotto, e forse è stato esso la causa dei miei disturbi. Chissà!
Io, Lia e Maria saltiamo la cena. Maria Elena ci prepara un tè in camera.
La notte comunque passa tranquilla e siamo tutti
pronti per un nuovo giorno.
10° giorno, 27 ottobre, lunedì
La colazione è pronta all'aperto, sul
terrazzo del Forte di Sardargarh.
Partiamo alle ore 8,15, sapendo che ci attende
una lunga giornata di viaggio. Io, Lia e Maria
stiamo meglio, ma non perfettamente
in forma. Sul pullmann sonnecchiamo, mentre altri
si trastullano in conversazioni vagabonde.
Anche Mariola, che solitamente è esuberante,
sta con gli occhi chiusi e una sciarpa intorno
al collo. Quando li riapre le chiedo se sta male.
Mi risponde che anche lei ha avuto dei disturbi,
dovuti sia all'alimentazione che a qualche colpo
d'aria.
Lungo
il tragitto facciamo due soste, in una delle quali mi sento vivificata dalla
vista di una testuggine dal carapace mai visto, neanche in foto. Il colore è quello
della terra, ma le scaglie hanno un bel disegno geometrico bianco.
Se non fosse proibito portarla in aereo, cercherei
di comprarla, anche a un costo alto.Mi accontento
di fotografarla e riprenderla con la telecamera.
In ogni stazione di servizio approfittiamo della sosta per comprare qualcosa
da portare a casa come souvenir o da regalare alle persone care.
A Pushkar ci fermiamo per il pranzo nell'Hotel Jagat Palace,
in una sala riccamente decorata (foto a sinistra).
Poi in pullman attraversiamo la città, dove fervono i preparativi per
la fiera del bestiame.
Ci fermiamo a visitare l'unico tempio, in India,
dedicato a Brama. Alcuni del nostro gruppo, che
non vogliono togliersi le scarpe, come è d'obbligo
per entrare, restano fuori ad aspettarci
Non ho foto o riprese dell'interno del tempio, di cui ho un vago ricordo, ma
ricordo perfettamente la forte impressione provata nel salire le gradinate pullulanti
di scimmie che conducevano la loro vita indisturbate. Parecchie femmine allattavano
i cuccioli; altre scimmie saltellavano o mangiucchiavano sporcando dappertutto.
Amo gli animali e mi piace vederli, ma lo spettaolo delle scimmie, che hanno
scelto come loro dimora un tempio, mi sembra ripugnante. Mi sembrerebbe invece
bello vederle tra i rami degli alberi, nella foresta, che è il loro habitat
naturale.
Rajesh si sofferma a pregare con devozione, poi
usciamo scendendo la scalinata con disgusto per
la sporcizia.
Io e Lia , girando all'esterno del tempio, vediamo una stretta scala, pure sporca,
che scende sotto il livello della strada verso una cappelletta, dove troviamo
una giovane donna che prega davanti ad uno shivalingam.
E' ora di riprendere il
viaggio per raggiungere Jaipur,
la capitale del Rajasthan.
Passiamo la maggior parte del tempo a sonnecchiare
in pullman. Vengo a sapere che molte persone
del gruppo ieri hanno sofferto più o meno
come me e non sono perfettamente in forma.
E' ora di riprendere il viaggio per raggiungere Jaipur,
la capitale del Rajasthan.
Passiamo la maggior parte del tempo a sonnecchiare
in pullman. Vengo a sapere che molte persone
del gruppo ieri hanno sofferto più o meno
come me e non sono perfettamente in forma.
Arriviamo alla capitale intorno alle 18,30.
Percorrendo la strada dalla periferia verso il
centro, guardiamo dal finestrino la gente che
bivacca davanti alle casupole o baracche, dall'unica
porta spalancata. Qualche famigliola è riunita
intorno a un tavolo. C'è una sola stanza
per ogni famiglia e l'esiguo spazio costringe
a tenere la porta aperta e a vivere fuori.
Lungo il lato destro della strada c'è la
corrente elettrica che illumina le modestissime
abitazioni a pianterreno, mentre alla nostra
sinistra le case all'interno sono illuminate
dalla luce di una candela. Qualcuno dorme fuori
su una stuoia.
Avvicinandoci al centro, troviamo la città addobbata
a festa e illuminata per la nazionale Festa
delle Luci, "Happy Diwali", che
si celebrerà domani. Anche i palazzi sono
illuminati per l'occasione. La festa celebra
l'abbondanza di raccolto in autunno ed è dedicata
a vari dei e dee. Segna anche un'importante data
nel calendario indiano: il ritorno del dio Rama
nella città di Ayodhya (stato di Uttar
Pradesh, nel nord dell'India). Secondo la leggenda
i cittadini accesero migliaia di lampade per
guidare il ritorno del loro principe adorato.
Arriviamo
di sera all'Hotel Clarcks Amer. Entrando notiamo
sul pavimento delle bellissime decorazioni create
con chicchi di riso colorato, che si chiamano "rangolì".Dopo
cena ci intratteniamo in giardino per una piacevole
passeggiata. Gli alberi sono tutti addobbati
con piccolissime luci accese.

11° giorno,
28 ottobre, martedì
Stamattina presto Valentina bussa alla mia camera
per darmi una brutta notizia: Maria Elena, che
condivide la stanza con lei, ha la febbre, ha
vomitato e sente freddo, nonostante in ottobre
in India ci sia caldo, come da noi in estate.
Le faccio una iniezione di Plasil, datomi da
Lia , che ne ha una bella scorta, e così affrontiamo
il nuovo giorno. A colazione prendiamo soltanto
una tazza di tè con limone e alle 8,30
partiamo col pullman per visitare Jaipur, la
capitale del Rajasthan
La città, che conta un milione e mezzo di abitanti, fu fondata dal marharaja
Jai Singh nel 1727. Il nucleo storico fu cinto da mura di arenaria rosa; ma solo
nel 1883 ebbe il soprannome di "città rosa", perché anche
le sue case furono dipinte di rosa in occasione della visita del principe di
Galles, futuro Edoardo VII.
Celeberrimo è il Palazzo dei Venti, nel cuore della città vecchia, un
edificio di cinque piani di arenaria rosa, ricco di cupole, archi e finestre
dalle grate intarsiate, dalle quali le donne di corte, ivi relegate, potevano
guardare il bazar sottostante e le parate ufficiali, senza essere viste.
Maria Elena, nonostante l'iniezione di Plasil, ha un altro attacco di
vomito, mentre siamo davanti al Palazzo dei Venti. Risaliamo sul pullman per
andare a visitare il Forte Amber (Amer nella dizione
locale) a dorso di elefante.
In una grandissima
piazza chiusa i mastodontici animali, dalla proboscide dipinta, coperti da un
grande tappeto rosso con un largo bordo blu e giallo,
ci aspettano per trasportarci sul forte, mentre
suona una musica accompagnata da colpi di tamburo,
che rendono eccitante l'atmosfera.
Io mi chiedo: "Chissà come faremo
per salire sul dorso dell'elefante. Forse l'animale
si inginocchierà per abbassarsi alla nostra
altezza?".
Seguiamo Rajesh che ci guida in un lato della
piazza, dove c'è una scala
che sale fino a un lungo corridoio, alto poco sotto la groppa dell'elefante.
Le bestie, docili e bene ammaestrate, si allineano davanti al corridoio, appoggiandovi
la proboscide. Tutti gli elefanti hanno la proboscide e le orecchie
dipinte, più o meno
vistosamente.
Facilissimo per noi accomodarci
su una specie di cassetta fissata sul dorso:
saliamo sul corridoio, dove vi troviamo addossato
l'elefante, immobile che ci aspetta. Ogni animale
trasporta due passeggeri, oltre al guidatore,
che sta a cavallo sul suo collo.
Io e Maria Elena siamo insieme sullo stesso elefante
e iniziamo la salita al Forte.
Provo una sensazione bellissima a guardare dall'alto
tutto intorno a noi.Ci volgiamo indietro a salutare
con la mano i nostri compagni che ci seguono,
mentre quelli davanti a noi si volgono per chiederci
di scattar loro una foto. Ci scattiamo le foto
a vicenda, mentre i venditori ambulanti ci assillano
per venderci magliette, elefantini di legno,
e chincaglierie varie. La loro insistenza mi
irrita, perché mi distoglie
dal godimento di quel tragitto, che sarà certamente
irripetibile, a meno che non ritorni in India un'altra
volta.
Mi dispiace che Maria Elena non stia bene
e non possa godere come tutti noi della insolita
passeggiata in elefante. Non ha voglia di parlare,
nemmeno di scattare qualche foto.
Gli elefanti
ci portano nel punto più alto,
da cui si gode un panorama spettacolare.
L'erta strada arriva fino al portale monumentale,
che introduce in un vasto cortile, dove ci riuniamo
intorno a Rajesh per iniziare la visita ai palazzi
della fortezza.
Guardiamo i palazzi intorno e ascoltiamo da Rajesh
la storia del Forte.
Maria Elena ci segue per un po' ; poi si rifiuta di seguirci e, insieme ad altre
tre persone del nostro gruppo, che stanno male come lei, si siede su un gradino,
in un angolo di un cortile meno frequentato, in attesa che la visita al forte
finisca e noi siamo di ritorno.
Finora abbiamo visto opere artistiche e architettoniche di notevole bellezza,
ma qui ad Amber, nel palazzo Reale, lo sfarzo unito alla bellezza mi pare ineguagliabile.
Amber, la vecchia capitale, a 11 km dall'attuale, è un viaggio di sogno
nel passato.
Per costruirsi il prezioso complesso i maharaja
di Jaipur, che si erano alleati con i moghul, utilizzarono
le enormi ricchezze accumulate con i bottini di
guerra, guadagnati combattendo a fianco di questi
ultimi. La costruzione iniziò col maharaja
Man Singh nel 1592, mentre le aggiunte più lussuose
si devono al maharaja Mirza Jai Singh.
La sala degli specchi, dedicata alle udienze private, è sfarzosamente
decorata con raffinati intarsi di pietre preziose o semipreziose e migliaia di
piccoli specchi incastonati nelle pareti e nel soffitto, in modo che con pon
poca luce venga riprodotto il cielo stellato.

Terminata la visita al forte, ripercorriamo in
jeep la strada che abbiamo percorsa in salita
con gli elefanti. Camminiamo per un tratto di
strada a piedi, fermandoci frettolosamente presso
quaalche bancarella per acquisti. Io riesco ad
acquistare un anello d'argento con malachite
all'irrisorio costo di 200 rupie ( cioè 3,20
euro, dato che un euro vale 65 rupie) Il pullman
ci riporta a Jaipur, presso una fabbrica dove
assistiamo allo stampaggio dei tessuti e alla
lavorazione dei tappeti a mano.
Nell'attiguo negozio
quasi tutti facciamo degli acquisti. Io compro
tante sciarpe di seta leggerissima dai colori
e disegni stupendi e un copriletto di cotone
dove sono stampate miriadi di elefanti.
Ci aspetta un'altra visita favolosa: il Palazzo
di città (City
Palace). Per andarci attraversiamo il centro storico, detto "città rosa",
cinto da mura perimetrali merlate, cui si accede da dieci porte.
Maria Elena rinunzia ancora alla visita, preferendo rimanere nel pullman parcheggiato
fuori di una delle porte della città.
City Palace, situato nel cuore della città murata è un enorme
e complesso palazzo, tuttora residenza del Maharaja di Jaipur, che dal 1959
ha aperto alcune zone al pubblico, allestendole a museo. Ricordo la porta di
accesso da un cortile ad un altro più piccolo, riccamente
decorata (vedi foto sotto) con due elefanti in marmo, aggiunti nel 1931 per
la nascita dell'attuale maharaja.
Nel cortile più piccolo si trova la sala delle udienze private dove
sono esposte due enormi anfore d'argento, che conservavano le sacre acque del
fiume Gange.
Ogni
anfora è in grado di contenere nove mila litri di acqua e pesa 345 kg.
Pare che siano servite al maharaja Madho Sing II come scorta d'acqua personale
durante il suo viaggio in Inghilterra, nel 1901, per assistere alla incoronazione
del re Edoardo VII. Il maharaja non si fidava dell'acqua che avrebbe trovato
in Europa. Il cortile più famoso è il "Cortile
del Pavone", dove
ammiriamo le quattro stupende porte, finemente lavorate, con rappresentazioni
delle quattro stagioni.
Io e Valentina ad un certo punto ci accorgiamo
di essere sole: Rajesh ha proseguito con il gruppo
nel suo giro, mentre noi ci fermavamo per le foto
e le riprese. Io non mi oriento: siamo passati
da un cortile all'altro e non ricordo dove possa
essere l'uscita, per raggiungere il pullman. Mi
affido a Valentina che mi sembra meno preoccupata
di me. Ripercorriamo tutti i posti visitati e non
vediamo nessuno dei nostri compagni di viaggio.
Valentina si ricorda che Maria Elena è rimasta
ad aspettare sul pullman, perciò le manda
un messaggio col telefonino per avvertirla che
ci siamo perse e che restiamo ferme fin quando
Rajesh non si accorga della nostra assenza. Maria
Elena risponde che nessuno ha ancora raggiunto
il pullman.
Dove sono andati? Decidiamo di fermarci vicino alla porta con i due leoni, confidando
nella venuta di Rajesh in nostro aiuto.
Infatti, dopo un tempo che mi è sembrato
lunghissimo, arriva Rajesh sorridente, dicendo
che tutti quanti erano andati a visitare l'osservatorio
astronomico, creato dal fondatore della città,
il maharaja Jai Singh, amante dell'astronomia.
Tranquillizzate, raggiungiamo il pullman, dove
troviamo i nostri compagni già seduti
ad aspettarci.
Torniamo in albergo per il pranzo. Maria Elena si ritira nella sua camera, saltando
il pranzo. Ha la febbre a quasi 38° e prende un antibiotico in compresse.
Nel pomeriggio non c'è alcuna visita guidata: a piccoli gruppi, andiamo
a piedi in un vicino e deludente centro commerciale. La sera salto la cena a
ristorante per fare compagnia a Maria Elena nella sua camera. Ceniamo insieme
con sola frutta: per lei ci sono due mele cotte, per me frutta fresca. Dopo la
lascio sola a riposare e scendo in giardino, dove di festeggia la festa delle
luci con giochi pirotecnici, dolcini e bevande varie.

12° giorno, 29 ottobre,
mercoledì
Stamattina Maria Elena si è svegliata in buona forma: la febbre è passata
e può riprendere il viaggio con piacere. Lungo il percorso facciamo
una sosta presso la gioielleria Bhandari, dove un signore,
che parla la nostra lingua, ci mostra le pietre preziose e semipreziose,
spiegandoci come si trasformano in gioielli. Io mi guardo intorno, ammiro
e fotografo, ma non sono interessata all'acquisto.
A mezzogiorno facciamo un'altra sosta per il pranzo in un ristorante con
bazar. Abbiamo abbastanza tempo per guardare le svariate merci esposte sui
banchi, dai sari, alle borse, ai gioielli, ai ninnoli, ecc. A tutti, ma soprattutto
alle signore, prende la frenesia degli acquisti a buon mercato, anche perché il
viaggio sta per finire e vorremmo portare a casa un pezzo di India, riflessa
nei souvenirs.
Io compro delle statuine di legno che riproducono le immagini del dio Ganesha
(con la testa di elefante), elefantini in legno grezzo o laccato, borse di stoffa
colorate, ecc.
Quasi tutti abbiamo la preoccupazione che i bagagli portati non bastino a contenere
le varie cose comprate durante il viaggio: inoltre in aeroporto viene controllato
il peso, che ha un limite che non si può superare, a meno che non si voglia
pagare il peso in più.
Soddisfatti per gli acquisti, riprendiamo il viaggio, arrivando, alle 15,15,
nella "città fantasma" di Fatehpur Sikri, situata
nel distretto di Agra, nello stato federato di Uttar Radesh.
Circondata su tre lati da un alto muro di cinta e aperta sul quarto su un lago
artificiale, la città era idealmente costruita attorno agli edifici del
potere civile e religioso, tra cui il Palazzo Reale e la Grande Moschea. Battezzata
Fatehpur Sikri (Città della vittoria) dopo la conquista del Gujarat nel
1572-73, divenne la capitale dell’impero di Akbar, centro nevralgico di
una fiorente civiltà. Nel 1585 tuttavia, per ragioni che rimangono tuttora
oscure (forse la carenza di acqua, o piuttosto, secondo ipotesi accreditate,
in vista di disegni espansionistici verso ovest), Akbar decise di spostare la
capitale a Lahore, lasciando completamente disabitata Fatehpur Sikri.
I preziosi
resti in arenaria rossa, sopravvissuti a lunghi secoli di abbandono, esibiscono
il particolare stile architettonico promosso dal sovrano nel clima di sincretismo
religioso che caratterizzò il suo regno: poderose
strutture islamiche recano decorazioni indù ed elementi tipici della tradizione
persiana.
Il Palazzo Reale è articolato in una serie
di corpi di fabbrica inframmezzati da eleganti
cortili, secondo il modello islamico; gli appartamenti
privati dell’imperatore sorgono intorno a
una piscina ornamentale. Gli ambienti interni mostrano
invece elementi di matrice indù, come architravi
e capitelli a mensola. Celebre è la Sala
delle udienze private (Diwan-i-Khas),
che riflette nella disposizione interna le teorie
cosmologiche induiste: di pianta quadrata, è dominata
da un enorme pilastro ottagonale, dalla cui sommità si
dipartono quattro gallerie che raggiungono gli
angoli della stanza.
Molto interessanti sono inoltre la Sala delle udienze
pubbliche (Diwan-i-Am), i vari padiglioni
riservati alle mogli dell’imperatore, il
Palazzo della divinità ornato di raffinati
motivi floreali e zoomorfi. La città, protetta
dall'UNESCO, è stata
dichiarata patrimonio dell’umanità nel
1986.
La Grande Moschea, fuori della città, attiva
come centro di culto, si sviluppa intorno al cortile
interno, di 109 x 133 metri. Nonostante l’impianto
islamico, accoglie molti elementi derivati dalla
religione indù. Al suo interno spicca la
tomba monumentale, in marmo bianco, di Sahikh Salim
Chisti, consigliere spirituale di Akbar: secondo
la leggenda, la moschea fu eretta proprio in onore
di questo eremita di Sikri, che in quel luogo aveva
profetizzato la nascita del figlio del sovrano.
Io sono insieme a Lia, Maria Elena, Valentina e
un'altra persona nella visita alla grande moschea,
mentre gli altri del gruppo sono rimasti nella
città fantasma
con Rajesh.
La spianata della moschea è presidiata da venditori ambulanti di cianfrusaglie
che si attaccano ai visitatori come le zecche e non li mollano se non hanno comprato
qualcosa. Io sono esasperata e non riesco a godere della bellezza del luogo,
soffocata come sono da decine di mani che offrono le loro chincaglierie; perdo
la pazienza, alzo la voce arrabbiata e infine, perso il controllo dei miei nervi,
mi tolgo un sandalo facendo il gesto sgarbato di buttarlo addosso al venditore
più insistente. Il mio gesto inaspettato allontana il molestatore e finalmente
posso guardare il porticato che costeggia l'ampio perimetro del cortile interno,
la cupola grande, le cupolette e la Porta della Vittoria, la più alta
dell'India, alla cui volta sono attaccati dei favi di api.
Lasciamo la moschea
e riprendiamo il viaggio per Agra, dove arriviamo alle ore 19,00, nell'Hotel "Clarks
Shiraz".

13° giorno,
30 ottobre 2008, giovedì
Buon compleanno a Valentina! Non
potrebbe festeggiarlo meglio di oggi che andiamo
a visitare una delle sette meraviglie del mondo:
il Taj Mahal.
Partiamo all'alba dall'albergo per poter vedere
il mausoleo sotto una luce migliore, cioè al
sorgere del sole. Così vuole Rajesh. Percorriamo
un tratto di strada in pullman, da cui riprendo
con la telecamera il movimento della città al
risveglio. Una scena sconcertante si presenta
sotto i miei occhi e faccio in tempo a riprenderla:
una donna in sari si china sulla strada a raccogliere
a mani nude la cacca appena depositata a terra
da una mucca. Incredibile! Se lo raccontassi
nessuno mi crederebbe, ma potrei far vedere le
immagini registrate. Sappiamo che lo sterco di
vacca viene essiccato e utilizzato come combustibile
o per impastarlo con altre sostanze per farne
malta da costruzione. Mi è capitato di
vedere un alto cumulo di forme di sterco essiccato
al margine di una strada; ma vederlo raccogliere
da terra con le mani nude è ripugnante.
Le auto non possono circolare intorno all'area
del Taj per non inquinare l'aria e rovinare il
nitore dei marmi e delle pietre preziose e semipreziose
delle decorazioni. Perciò, lasciato il
pullman nel parcheggio, noi continuiamo la nostra
corsa in calesse. Sono eccitata. Prima di partire
per l'India ho visto tante foto meravigliose
del Taj Mahal. La bellezza di questa costruzione è resa
ancora più affascinante dalla leggenda
che la avvolge; infatti sembra quasi una fiaba.
Taj Mahal significa "Palazzo della Corona" ed è la
più bella e meglio conservata tomba del
mondo. Edwin Arnold, un poeta inglese l'ha ben
descritto dicendo: "Non un pezzo di architettura,
come sono altri edifici, ma la passione orgogliosa
di un imperatore trasformata in pietre viventi." Il
Taj Mahal si trova sulle rive del fiume Yamuna.
Fu costruito dal quinto imperatore Moghul, Shah
Jahan, nel 1631 in memoria della sua
seconda moglie, Mumtaz Mahal, che
era una principessa originaria della Persia.
Il suo vero nome era Arjumand Banu Begam, ma
dall'imperatore veniva chiamata Mumtaz Mahal,
che significa "gioiello del palazzo".
L'imperatrice morì mentre accompagnava
suo marito a Behrampur, durante una campagna
per schiacciare una ribellione. Aveva appena
dato alla luce il loro quattordicesimo figlio.
La sua morte fu un vera tragedia per l'imperatore,
al punto che i suoi capelli e la sua barba nel
giro di pochi mesi diventarono completamente
bianchi per il dolore. Mentre Mumtaz Mahal era
ancora in vita, aveva chiesto all'imperatore
di farle quattro promesse nel caso in cui fosse
morta prima di lui. Per prima promessa gli chiese
di costruire il Taj; la seconda era che si sarebbe
dovuto sposare di nuovo per dare una nuova mamma
ai loro figli; la terza promessa era che sarebbe
sempre stato buono e comprensivo con i loro figli;
e la quarta, che avrebbe sempre visitato la sua
tomba nell'anniversario della sua morte.
La costruzione del Taj Mahal iniziò nel
1631 ed venne completata in 22 anni. Ventimila
persone vennero impiegate per la sua costruzione,
che fu disegnata dall'architetto iraniano Istad
Usa.
Il modo miglire per apprezzare la sua meravigliosa
architettura ed i suoi ornamenti preziosi, è quello
di vederli con gli occhi dell'amore che l' Imperatore
aveva per la moglie Mumtaz Mahal. E' sicuramente
un "simbolo di Amore Eterno."
Dopo aver seppellito l'imperatrice a Behrampur,
dove era morta , era tempo che l'imperatore tenesse
fede alla sua promessa e costruisse una tomba.
Ma visto che era praticamente impossibile trasferire
tutto il marmo necessario là, Agra venne
scelta come l'unica alternativa, e la tomba di
Mumtaz Mahal venne trasferita ad Agra dove fu
posta nel Taj Mahal quando venne ultimata la
sua costruzione ventidue anni più tardi.
Il Taj sorge su una base di pietra arenaria rossa
sormontata da un'enorme terrazzo di marmo bianco
sul quale si posa la famosa cupola affiancata
dai quattro minareti affusolati. La cupola è fatta
di marmo bianco, ma la sua posizione vicino al
fiume fa sì che un magico gioco di colori,
che cambiano durante le ore del giorno e a seconda
delle stagioni, diano al Taj Mahal riflessi di
colori che lo rendono unico ma sempre diverso.
Come un gioiello, il Taj scintilla al chiaro
di luna quando le pietre semi-preziose incastonate
nel marmo bianco sul mausoleo principale afferrano
il bagliore dei raggi della luna. Il Taj è rosato
al mattino, bianco latteo alla sera e d'oro quando
il sole splende. Sembra quasi che questi cambi
di colore rispecchino la mutevolezza dell'umore
femminile, o almeno così si dice in India.
Il vasto complesso , oltre al bianco mausoleo,
include un monumentale ingresso, un ampio e curato
giardino, una moschea e la sua copia simmetrica.
La luce tenue del sole all'alba infonde delicate
sfumature di colore al candido marmo del mausoleo.
L'intera facciata è riccamente decorata
con iscrizioni coraniche in marmo nero, arabeschi
e motivi floreali in pietra dura.
All'interno (è vietato fotografare e
usare la telecamera) le decorazioni con versi
del corano e motivi floreali sono eccezionali
per la raffinatezza e delicatezza degli intarsi
di pietre dure e semipreziose nel marmo madreperlaceo.
Per realizzare un solo fiore di 3 cm si sono
utilizzati più di 50 pezzi distinti di
pietre semipreziose.
Sulla opposta riva del fiume si vedono alcuni
blocchi di marmo nero che, secondo il progetto
dell'imperatore , sarebbero dovuti servire per
costruire un mausoleo gemello, ma in marmo nero.
Il Taj Mahal nero non fu costruito perché il
figlio Aurangzeb detronizzò il padre megalomane
e lo rinchiuse nel Forte Rosso di Agra, prima
che le casse dello Stato si svuotassero completamente.
L'imperatore Shah Jahan, dalla sua prigione guardava
da lontano la sua diletta creatura.
Girare intorno al Taj Mahal, all'esterno e all'interno,
dà una emozione indicibile. Ci hanno fatto
calzare delle pantofole di feltro, perché un
granello di polvere non lo oltraggi, mentre degli
inservienti, con pezze di lana, lucidano il marmo
delle pareti, del pavimento, dei gradini delle
scale, come se lucidassero un gioiello.
Tutto ciò che vedo intorno a me è un
trionfo di bellezza e armonia. Girando nei giardini
stupendi, in mezzo ai quali una vasca di acqua
fa da specchio, mi allontano dal monumento che
non mi appare più come una costruzione
materiale, ma come un disegno etereo su un foglio
di carta velina, o come una nuvola bianca che
ha assunto la forma del mausoleo sullo sfondo
del cielo.
Rajesh ci raduna all'uscita per andare a visitare
il Forte Rosso, quel forte dove il creatore del
prezioso mausoleo finì i suoi giorni guardandolo
da lontano.
Io mi volgo indietro ancora una volta
a guardare e riprendo insieme agli altri la via
che ci porta al pullman per una visita al Forte
Rosso di Agra.

Come altri forti visti nel Rajasthan, anche
questo è un gigantesco complesso, costruito
dall'imperatore Abkar per scopi militari, tra
il 1565 e 1l 1573. Divenne residenza imperiale
sotto Shah Jahan, che vi costruì i palazzi
reali, le sale delle udienze e una moschea. Il
figlio Aurangzed lo completò con palazzi,
cortili, giardini e fortificazioni.
Nell'interno è stato utilizzato il marmo
bianco, riccamente decorato nello stile del Taj
Mahal.
Sono le ore 11,00; la visita al Forte Rosso,
anch'esso meraviglioso, si conclude.
Riprendiamo il pullman per tornare in albergo
per il pranzo, con una sosta presso un negozio
di spezie, dove si fanno gli ultimi acquisti.
Io non mi intendo di spezie e non sono interessata.
Dopo il pranzo si parte per Delhi, dove arriviamo
alle ore 8,30, dopo cinque ore di viaggio.
Dopo cena si festeggia in compleanno di Valentina,
con torta e regalo offerti da Rajesh; ma ci sono
anche per noi dei regalini ricordo: una collana
di lacrime di Shiva e un foulard per le donne;
una cravatta per gli uomini. La serata si conclude
con un discorso di Mario Porporino, che ringrazia
la guida per i bei giorni che ci ha fatto trascorrere,
e di Rajesh, che si congeda da noi sinceramente
commosso.
Pernottiamo nello stesso albergo del primo
giorno. Il soggiorno in India si conclude stasera.
Domani si torna in Italia.
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