Viaggi Avventura: racconti di viaggio

 



Viaggio in India (2^ parte)

7° giorno, 24 ottobre, venerdì

L'Hotel Ummeid, dove abbiamo trascorso la notte , è di nuova costruzione e ha lo stile dei palazzi dei maharajà.

Sono le otto del mattino e mi aggiro nella fila dei negozi nel piano terra dell'albergo, in attesa che siamo tutti pronti per salire sul pullman e partire per la visita di Jodpur, che con i suoi 900 mila abitanti è la seconda del Rajastan, dopo la capitale Jaipur (1.500.000 abitanti).
Mi soffermo davanti ad una vetrina di gioielli: mi piace una collana, ne chiedo il prezzo e il negoziante la prende e me la porge perché la provi. E' d'argento, ricca di pietre di vari colori: ametiste, granatini, topazi, e perle, tutte a forma di foglioline incastonate nell'argento. Nel frattempo altre persone del nostro gruppo, attratte dalla vetrina, si sono avvicinate e mi invogliano a comprarla. Devo decidere presto perché il pullman è pronto davanti all'albergo. Prendere o lasciare. In Oriente si usa contrattare. Faccio un inutile tentativo per abbassare il prezzo e la prendo, senza alcuno sconto. Sul pulmann c'è un'atmosfera di allegria per gli acquisti fatti nei vari negozi dell'albergo: gioielli, sciarpe, pantofole di cuoio ricamato, ecc.

Arriviamo ai piedi di una collina su cui sorge l' imponente forte di Mehrangar (il suo nome significa appunto Forte maestoso), che domina la città vecchia.

Le sue mura toccano in alcuni punti i 40 m di altezza. L'interno si articola in vari cortili e palazzi stupendi, che espongono collezioni di vario genere: armature, palanchini, mobili, vestiti, culle, persino una tenda da campo, tutti oggetti appartenuti alla famiglia reale. Ammiriamo delle bellissime porte in legno intagliato con decorazioni in avorio e laccature preziose; le pareti di arenaria finemente traforate come merletti, da cui le donne potevano assistere alla vita di corte senza essere viste.

Inorridisco nel leggere sulla guida che nel 1843 le vedove del Maharajà Man Singh compirono la "sati", cioè si diedero fuoco sulla pira funebre con il corpo del marito, nonostante il divieto inglese. Su una delle porte del Forte ci sono le impronte delle vedove suicide, che non abbiamo visto, ma immaginiamo simili a quelle viste nel Forte di Bikaner.

Prima di lasciare la città di Jodhpur, arriviamo al vicino centafio di Jaswant Thada, maharaja molto amato dai sudditi e dalla moglie che, disperata per la sua morte, volle ricordarlo facendogli erigere in marmo bianco il grandioso monumento tombale. Per la sua sfarzosità, non per somiglianza, viene paragonato dagli abitanti della città blu al ben più noto Taji Mahal di Agra, che vedremo l'ultimo giorno del nostro viaggio.



Conversazione in pullman con Rajesh

Riprendiamo il viaggio. Un passaggio a livello trovato chiuso in un villaggio in attesa del transito di un treno, ci obbliga a sostare un bel po' di tempo, permettendoci di osservare da fermi il brulicare della vita quotidiana. Le donne si fermano presso le baracche, in fila lungo i due margini della strada, per fare la spesa; i piccoli artigiani lavorano all'aperto o in stanzini piccoli dalla saracinesca alzata che lascia vedere tutto; passano in fila alcuni carrettini carichi di merce, trainati da somarelli nani; le mucche ovunque circolano liberamente come le persone.

A pochi passi dal nostro pullman fermo, osserviamo con curiosità il lavoro di un ciabattino, seduto a terra su una stuoia sotto un grande ombrellone. Accanto a lui ci sono dei copertoni interi di autovetture e un mucchio di pezzi di copertone tagliati a misura della lunghezza di una scarpa, che il ciabattino usa per risuolare.

Passato il treno, riprendiamo il viaggio, durante il quale chiacchieriamo con Rajesh su vari argomenti di vita quotidiana in India e facendo confronti con le nostre usanze.
Rajesh non parla bene l'italiano, ma si fa capire. Quando storpia le parole lo correggiamo e lui ride insieme a noi, ringraziandoci per le correzioni, che gli servono per imparare la nostra lingua.
Ha studiato tre mesi a Perugia e ricorda con piacere di avere vissuto quel breve periodo felice alla maniera occidentale, come gli altri ragazzi della sua età. Ricorda la compagnia mista di ragazzi e ragazze, la frequenza libera delle ragazze, che non può permettersi in India. E' un bel ragazzone, di sentimenti buoni e di sani principi morali. Immagino che non abbia avuto difficoltà a trovare compagnia femminile in Italia. In India è più difficile: le ragazze hanno delle restrizioni. Anche se è loro concesso di uscire con i ragazzi, tra i due sessi ci sono dei limiti e le conversazioni non possono toccare certi argomenti , che sono tabù.

Gli chiediamo se ha una fidanzata. Risponde: "Ancora mia madre non me l'ha trovata".
La risposta suscita in noi tanta ilarità. Lo stimoliamo a parlare del fidanzamento e del matrimonio in India. Egli lo fa volentieri, convinto di quello che dice. Condivide la tradizione indiana di sposare una ragazza scelta da genitori e parenti, perché - dice lui - i genitori hanno più esperienza e sanno scegliere la ragazza da vari punti di vista: guardano la posizione sociale ed economica e le virtù della ragazza, se ci sa fare a reggere la casa e la famiglia, ecc. I figli si fidano della scelta perché - dice Rajesh - i genitori non vogliono che il loro bene.

Il papà di Rajesh è morto l'anno scorso tra le sue braccia e quando, parlando di sé , lo nomina, cambia il tono della voce, il sorriso gli scompare dal viso. Il suo papà è stato e continua a essere il principale punto di riferimento della sua vita, gli ha inculcato i sani principi morali, gli ha dato preziosi consigli. Le parole del suo papà sono sacre come quelle che i credenti leggono sui testi sacri.

Rajesh ha una laurea in una materia tecnica che non ricordo, ma non ha scelto di fare il tecnico, ascoltando il consiglio del padre di andare in Italia a studiare la nostra lingua per diventare guida turistica, che gli avrebbe permesso si guadagnare di più e di fare una vita più piacevole. E' contento della scelta.
E' già in età di pensare al matrimonio e la famiglia è preoccupata che ancora non abbia fatto il passo importante. Ha 25 anni!
Poiché il papà non c'è più, la madre si fa aiutare dai parenti nella ricerca, che si augura possa dare presto un buon esito.

Scelta la ragazza e concordato il matrimonio tra le due famiglie, si stabilisce il giorno della presentazione dei due giovani in casa della futura sposa.
Il giovane lascia che i suoi genitori parlino delle doti morali e materiali del figlio, del lavoro che fa, dei progetti per il futuro e questi chiedono formalmente la mano della ragazza. Dopo tali preamboli di rito, si fa entrare nel salotto la ragazza, i genitori della quale vantano le sue doti, allo stesso modo come si è fatto per il futuro sposo. I due ragazzi poi vengono lasciati per un po' soli perché prendano confidenza.

Alla ragazza non è permesso un riufiuto: sarebbe una grave offesa per la famiglia del giovane, il quale, invece, può rifiutare, se la ragazza non è di suo gradimento.
Man mano che Rajesh parla, scorrono vive nella mia mente le immagini della prima parte del film della regista indiana, Mira Nair, che ho visto prima del viaggio e che anche Mariola ha visto e commentato con me. Il film, intitolato "Il destino nel nome", racconta la storia di un matrimonio combinato di due giovani indiani che scelgono New York come città di adozione.
Una signora del nostro gruppo gli chiede: "Che dote deve avere la tua fidanzata, per essere adeguata a te?"
Risponde: " Mio padre ha detto di non guardare la casta e i beni materiali, ma le virtù morali, che sono la più grande dote per una sposa".
Esplode un applauso di approvazione, con l'augurio che la sposa arrivi presto. Rajesh ringrazia commosso.

Oggi pranziamo, più tardi del solito, in un ristorante all'aperto, in campagna. Mi soffermo a guardare una donna accoccolata a terra, con un vistoso sari rosso, che cuoce le piadine per noi. La donna spiana una pasta sottile sottile e la poggia su una piastra rovente rigirandola tante volte fin quando non è pronta. Son buone da mangiare appena tolte dalla piastra, ancora calde, e vanno a ruba quando vengono portate sui nostri tavoli.
Sono le 16,10 quando riprendiamo il pullman per l'ultima visita della giornata: il complesso di templi jainisti più grande e più bello dell'India, che si trova a Ranakpur, a 90 chilometri dalla città blu che abbiamo lasciato alle spalle, in una valle appartata e tranquilla dei verdi Monti Aravalli, che vedevamo in lontanaza percorrendo la strada nel deserto.

Il tempio più importante, detto Chaumukha (cioè dalle quattro aperture), fu eretto nel 1439 a pianta cruciforme. E' costituito da numerose cappelle e da 29 sale sorretto da ben 1444 pilastri scolpiti, tutti diversi tra loro, le cui sovrapposizioni geometriche creano stupendi giochi prospettici.

Non credo che si possa superare una scultura raffinatissima come quella di Ranakpur. Piuttosto che sforzarmi di cercare le parole per esprimere tanta grandiosità, è più utile alla comprensione mostrare le foto, che ho scattato innumerevoli, ma non tante quanti sono gli angolini meritevoli di essere immortalati.

In serata arriviamo alla città di Udaipur (Albergo Udai Kothi), dove ceniamo in una terrazza panoramica, che si affaccia sul lago Pichola.



8° giorno, 25 ottobre 2009, sabato

La città è una perla del Rajasthan. A differenza delle altre finora viste, nel deserto, Udaipur si trova nella zona verdeggiante dei monti Aravalli.
Il nostro albergo è in un quartiere popolare, su una strada che attraversa il mercato, in cui l'autobus non può circolare e perciò è costretto a fermarsi un po' distante. Per noi non è un inconveniente, anzi ci fa piacere uscire dall'albergo e trovarci sulla strada in mezzo agli indiani e alle mucche, nel cuore del mercato e guardare la varietà dei negozi e della gente che circola. Purtroppo non possiamo fermarci, come ci piacerebbe, per curiosare nei negozi e divertirci nello shopping. Dobbiamo rispettare gli orari delle visite ai luoghi previsti nel programma e raggiungere il pullman che ci aspetta nello slargo, dove finisce la via del mercato.

All'interno di ogni albergo ci sono dei negozi, dove abbiamo in tempo di comprare qualcosa, o dopo la colazione, o dopo la cena, prima di ritirarci in camera. In albergo i prezzi sono più alti rispetto a quelli delle bancarelle esterne, ma sempre bassi rispetto a quelli italiani. In una delle fortezze visitate ho comprato in una bancarella un anello d'argento con una pietra turchese al prezzo di tre euro, mentre per un anello simile ho pagato dieci euro nel negozio dell'albergo di Jodpur. Per gli acquisti possiamo pagare con euro o con rupie.

Due compagni di viaggio, marito e moglie, mi hanno detto che la sera escono da soli dopo cena e vanno in giro per i negozi, dove trovano prezzi più convenienti rispetto a quelli degli alberghi.

Usciti dalla piazza del mercato e oltrepassato il vicino ponte, saliamo a tre a tre sui tuc-tuc, che ci portano nel centro storico.

Paghiamo duecento rupie (4 euro) per entrare con la telecamera e la macchina fotografica nella piazza dove c'è l'immenso Palazzo del Maharaja, che dalla parte opposta si affaccia sul lago Pichola.
In parte ancora abitato dalla famiglia reale, in parte occupato da uffici e in parte museo, il "City Palace" è un grandissimo complesso di quattro edifici principali e diversi altri minori articolati in modo da formare come un unico massiccio bastione che si allunga sulla sponda orientale del lago..

Anche in questo palazzo ammiriamo cortili, stanze, logge altrettato meravigliose come quelli visti in altri palazzi reali.

In una fotografia è ritratto l'attuale maharaja col figlio ...In una stanza del museo è in mostra una sedia a rotelle, usata dal padre handicappato dell'attuale Maharaja

Dopo visitiamo un tempio induista, di cui non rimane traccia nella mia memoria, per il divieto di fotografare all'interno.
I tuc-tuc ci riportano in albergo, dove pranziamo nella terrazza sul lago, all'aperto. Fa caldo come a Sciacca in agosto.



Dopo un salutare riposino pomeridiano in camera d'albergo, usciamo alle ore 16,00, diretti all'imbarcadero per una gita in barca sul lago Pichola.
In origine il lago era più piccolo: è stato allargato dal fondatore di Udaipur (Udai Singh) , fino a misurare tre chilometri per quattro, con una profondità di dieci metri.

Le gradinate (ghat) costruite sulla riva offrono scene di vita quotidiana: lavandaie intente nel loro lavoro, induisti immersi per riti devozionali, ecc.
Mentre la nostra barca fa il giro del lago, io registro con la mia telecamera le immagini che scorrono sotto i nostri occhi. La scenografia è fantastica. Sugli isolotti in mezzo al lago sorgono palazzi e ville incantevoli, che sembrano emergere dall'acqua.
Uno dei palazzi (Lake Palace), tutto bianco, residenza estiva della famiglia del maharaja, è stato trasformato in un affascinante albergo di lusso.

Dopo il giro completo del lago, sbarchiamo sull'isola di Yagmandir, dove c'è il palazzo, abitato un tempo dal Marahaja.

Ci sediamo ai tavoli di un ristorante all'aperto, per prendere una bibita e goderci il paesaggio intorno, alla luce del tramonto. Io sorseggio un succo di mango, di gradevole sapore.

La sosta nell'isola è rilassante, il sole scende lentamente sul lago. All'imbarcadero c'è la barca per il nostro ritorno. Scattiamo le ultime foto al paesaggio al tramonto e poi riprendiamo l'autobus per un'altra visita, a un laboratorio-negozio di miniaturisti. I pittori stanno accoccolati lungo il muro e dipingono sotto i nostri occhi, seduti di fronte a loro. mentre un tecnico ci mostra vari dipinti, spiegandoci i segreti dell'arte della miniatura e mettendo in rilievo il pregio del lavoro, sperando di convincerci a comprare.

Io riesco a comunicare un po' con un giovane miniaturista, che vedo al lavoro da vicino: lavorano, tutti, quattro ore al giorno, prendendosi qualche pausa per sgranchirsi le gambe e la schiena.
Mi ringrazia delle mie attenzioni nei suoi confronti, disegnando per me, col pennino e inchiostro nero, un elefante su un un piccolo pezzo di carta, che conservo come souvenir.
Dopo passiamo nella sala vendite. Io non sono interessata all'acquisto, ma ammiro i quadri esposti.

E' ora di tornare il albergo per la cena. Lungo il percorso c'è una bella sorpresa per noi: il pullman si ferma e Rajesh ci invita a scendere. Io seguo il gruppo e inaspettatamente ci troviamo in un giardino, dove si festeggia un matrimonio.

La guida conosce le famiglie degli sposi, che erano stati avvisati della nostra visita. Addirittura ci presenta i parenti che volentieri posano con noi per le foto. Gli sposi stanno seduti su un palco, sotto i riflettori: la sposa non ha lo sguardo felice e sorridente, come siamo soliti vedere nelle feste nuziali occidentali. Ha la faccia seria e lo sguardo basso; pare impacciata. Forse non è contenta della scelta che i genitori hanno fatto per lei, o forse è timorosa di legarsi ad un uomo che non conosce. Abbiamo pochi indizi per giudicare gli stati d'animo dei due protagonisti.
L'abito della sposa (di tutte le spose) è di colore rosso, riccamento adornato. La sposa mostra addosso al suo corpo tutti i gioielli che le sono stati regalati e che costituiscono la sua dote.

Giriamo anche noi tra gli invitati e osserviamo cosa mangiano e come mangiano.
C'è un buffet libero: gli invitati si avvicinano ai tavoli imbanditi con un piatto e prendono a loro piacere. Le mamme aiutano i bambini. Alcuni appoggiano il piatto sulla sedia, altri si siedono in cerchio sull'erba, dove appoggiano i piatti.
Le donne hanno sari molto vistosi e scintillanti.
La sosta è stata per noi una piacevole sorpresa. Chiedo a Lia, che mi è accanto, dove sia la cavalla bianca dello sposo e Lia mi fa notare che la cavalla bianca si usa nel matrimonio induista; questo è un matrimonio musulmano e l'usanza è diversa. Evidentemente, quando Rajesh ha spiegato la differenza, io ero distratta.
Rientriamo in albergo per la cena all'aperto, sul terrazzo che si affaccia sul lago.

Fa caldo estivo ed io indosso una gonna di stile indiano, adorna di lustrini, comprata ieri in uno dei negozi dell'albergo. Chissà se la indosserò a Sciacca!

9° giorno, 26 ottobre, domenica

Stamattina sono le 9,20 quando lasciamo l'albergo di Udaipur. Come ho già detto, il pullman non può percorrerre la strada stretta e affollata che attraversa il mercato, dove c'è i lnostro albergo; perciò camminiamo a piedi trascinandoci i bagagli e gustandoci il brulicare della vita cittadina in un quartiere popolare, come quello in cui ci troviamo.
Raggiunto il pullman fuori del mercato e caricati i bagagli, Rajesh ci accompagna a visitare un grande negozio di tessuti e di sari.

Uno del negozio, incaricato di intrattenerci, sceglie Maria Elena come modella per dimostrarci come si indossa il sari.

Esso non è che una lunga pezza di stoffa, lunga circa cinque metri e mezzo, alta da 1 a 1,40 metri, priva di fermagli o bottoni, che viene avvolta intorno al corpo. Si regge sulla vita infilando il bordo superiore nella cintura della sottogonna. La rimanente pezza avvolge le gambe, il dorso e viene morbidamente drappeggiata sul seno, da destra verso sinistra e intorno al capo.

La prova su Maria Elena non riesce subito, perché indossa i geans, ma alla fine riusciamo a fotografarla con tre sari di diversi colori.
Il terzo, di colore rosso e verde, è un sari da sposa.



Ci intratteniamo ancora nel grande negozio per potere fare acquisti, poi partiamo per una visita al "Tempio delle suocere e delle nuore", che si trova in campagna.
L'autobus si ferma presso alcuni alberi di papaia, di cui ho mangiato tante volte i frutti, senza conoscerne la pianta. Sono contenta di poterla fotografare insieme ai frutti, che ancora non sono maturi.

Seguendo a piedi Rajesh, arriviamo presso due templi induisti dedicati a Vishnu, dal nome curioso: uno si chiama "Tempio della suocera", l'altro "Tempio della nuora", risalenti agli ultimi decenni dell'XI secolo. Rajesh ci aveva parlato sul pullman di questi due templi, il cui nome non ha alcuna relazione con suocere e nuore; ricordo vagamente che si tratta di una storpiatura di altre parole. La pietra è riccamente lavorata con scene mitologiche. In una parete sono scolpite scene tratte dal Kamasutra.

All'aperto, fuori dei templi, c'è il "fallo" di Shiva, ma non ce ne saremmo accorti se Rajesh non ce l'avesse indicato.

Alle ore 14,00 arriviamo al villaggio di "Sardargarh", dominato da una fortezza, cinta da mura.
Entrati nella fortezza, trasciniamo i nostri bagagli in un viottolo in salita, fino ad arrivare in un bellissimo cortile, adorno di prato verde e aiole fiorite.

Al centro del cortile c'è un padiglione in muratura, sorretto da eleganti colonnine e archi in stile indiano, con tavole apparecchiate per noi. Rajesh ci dice di lasciare provvisoriamente i bagagli lungo il muro e di andare a tavola subito dopo esserci lavate le mani.
Io non ho voglia di mangiare; già sul pullman avevo nausea, mal di testa e di orecchio. Assaggio un po' di zuppa e aspetto che gli altri finiscano di mangiare per andare nella camera assegnata.

Le camere sono ampie, con una veranda all'ingresso, di fronte a un giardino, e finestrelle che danno sul porticato, che gira intorno al cortile, dove si pranza. La stanza da bagno è grandissima.
La fortezza non è un albergo, ma la residenza del maharaja Mahipal e della sua famiglia. Una parte di essa è stata adattata per accogliere i turisti.In uno dei grandi cortili che abbiamo attraversato, abbiamo visto tante jeep allineate sotto una tettoia, utilizzate per fare escursioni nel bosco del Maharaja o nel vicino villaggio contadino di Sardargarh e al vicino lago.

Dopo un riposino in camera dobbiamo riunirci fuori, alle ore 16,15 per un safari in jeep.
Io non mi sento in forma: temo di aver preso qualche infezione intestinale e sono in allarme. Per precauzione prendo una pillola di Loperamide e così posso godermi l'escursione.
Anche il maharaja partecipa alla gita con noi, guidando la prima jeep: accanto a lui c'è Rajesh; nel sedile posteriore ci sono Mariola, Lia e i coniugi Saggio.
La prima sosta la facciamo sotto un albero gigantesco, vecchio di 400 anni, sotto il quale il capo villaggio riunisce i suoi consiglieri, per prendere delle decisioni che riguardano gli abitanti.

Poi entriamo nel villaggio, dove siamo accolti festosamente dai bambini, che corrono vociando dietro le nostre jeep, mentre le mamme si affacciano sulla soglia incuriosite dalla nostra presenza.
Il primo a scendere dalla jeep è il Marharaja , che gentilmente apre lo sportello della vettura per far scendere i passeggeri. Rajesh oggi indossa un camicione indiano, di color arancione.

Ci fermiamo a guardare un pozzo, da cui gli abitanti tirano l'acqua col secchio, come ai tempi del medioevo.

I bambini, meravigliosi, ci seguono, non per chiedere qualcosa, ma perché attratti dalla nostra diversità, mostrando di gradire essere fotografati.



Entriamo in un cortile: in un lato c'è una zona coperta, separata da una balaustra di pietra traforata, tinta di giallo, che Rajesh dice di essere una scuola, ma non sembra: non ci sono né banchi, né lavagna, né cattedra, ma qualche disegno al muro.

Dal cortile si accede ad alcune stanze, che sembrano appartenere all'età della pietra: niente mobili, o sedie, o tavoli: solo un focolare di pietra, dei rami secchi a terra per accendere il fuoco, qualche utensile appesso al muro annerito dalla fuliggine; in un'altra stanza c'è una piccola cucina a gas sul pavimento, una bombola e alcune stoviglie.

L'evento straordinario per noi è la conoscenza di un vecchio santone locale, dai capelli e barba lunghissimi, che vive su un stuoia, al riparo di un albero.

E' muto a causa di un trauma avuto da bambino. Assistiamo a una funzione religiosa, a noi incomprensibile, che sa di antico paganesimo.
Dopo averci dato la sua benedizione, il santone si ritita nella sua stuoia, sotto l'albero.
Ci avviamo verso le jeep per tornare nella fortezza.
Camminando lungo la strada, Maria Elena mi dice: "In questo posto mi sembra di essere nel medioevo".
Io dico: " A me pare di essere molto più indietro".

Prima di arrivare al Forte, ci fermiamo presso un lago, rosseggiante per la luce del tramonto. Lungo la riva ci sono le gradinate, che in India si chiamano ghat. Indugiamo un po' per vedere e fotografare il sole che cala e scompare dietro il lago.
Franca si fa fotografare, sorridente, con lo sfondo del tramonto, accanto al maharaja Mahipal, che ci ha consentito di passare un pomeriggio ricco di emozioni.

La fine della giornata ha un increscioso seguito per alcuni di noi. La mia compagna di stanza, Lia, mi racconta di essere stata male al villaggio, a causa di nausea e vomito.
Stasera anch'io mi sento male: ho gli intestini scombussolati, febbre e mal di testa. Anche Maria si sente male e viene nella nostra camera a chiedere qualche medicina.
Un po' di medicine le abbiamo tutti in valigia e ce le scambiamo cercando di prendere quelle che ci sembrano più efficaci ai nostri malesseri.
Prima di partire per l'India ci era stato raccomandato di non bere l'acqua di rubinetto, perché carica di germi; di mangiare solo cibi cotti, di sbucciare la frutta, ecc.
Forse siamo stati incauti nel mangiare.
Io ho preso un gelato nei giorni passati, senza riflettere che il gelato non è un cibo cotto, e forse è stato esso la causa dei miei disturbi. Chissà!
Io, Lia e Maria saltiamo la cena. Maria Elena ci prepara un tè in camera.

La notte comunque passa tranquilla e siamo tutti pronti per un nuovo giorno.

10° giorno, 27 ottobre, lunedì 

La colazione è pronta all'aperto, sul terrazzo del Forte di Sardargarh.
Partiamo alle ore 8,15, sapendo che ci attende una lunga giornata di viaggio. Io, Lia e Maria stiamo meglio, ma non perfettamente in forma. Sul pullmann sonnecchiamo, mentre altri si trastullano in conversazioni vagabonde.
Anche Mariola, che solitamente è esuberante, sta con gli occhi chiusi e una sciarpa intorno al collo. Quando li riapre le chiedo se sta male. Mi risponde che anche lei ha avuto dei disturbi, dovuti sia all'alimentazione che a qualche colpo d'aria.

Lungo il tragitto facciamo due soste, in una delle quali mi sento vivificata dalla vista di una testuggine dal carapace mai visto, neanche in foto. Il colore è quello della terra, ma le scaglie hanno un bel disegno geometrico bianco.

Se non fosse proibito portarla in aereo, cercherei di comprarla, anche a un costo alto.Mi accontento di fotografarla e riprenderla con la telecamera.

In ogni stazione di servizio approfittiamo della sosta per comprare qualcosa da portare a casa come souvenir o da regalare alle persone care.
A Pushkar ci fermiamo per il pranzo nell'Hotel Jagat Palace, in una sala riccamente decorata (foto a sinistra).

Poi in pullman attraversiamo la città, dove fervono i preparativi per la fiera del bestiame.

Ci fermiamo a visitare l'unico tempio, in India, dedicato a Brama. Alcuni del nostro gruppo, che non vogliono togliersi le scarpe, come è d'obbligo per entrare, restano fuori ad aspettarci
Non ho foto o riprese dell'interno del tempio, di cui ho un vago ricordo, ma ricordo perfettamente la forte impressione provata nel salire le gradinate pullulanti di scimmie che conducevano la loro vita indisturbate. Parecchie femmine allattavano i cuccioli; altre scimmie saltellavano o mangiucchiavano sporcando dappertutto.

Amo gli animali e mi piace vederli, ma lo spettaolo delle scimmie, che hanno scelto come loro dimora un tempio, mi sembra ripugnante. Mi sembrerebbe invece bello vederle tra i rami degli alberi, nella foresta, che è il loro habitat naturale.

Rajesh si sofferma a pregare con devozione, poi usciamo scendendo la scalinata con disgusto per la sporcizia.

Io e Lia , girando all'esterno del tempio, vediamo una stretta scala, pure sporca, che scende sotto il livello della strada verso una cappelletta, dove troviamo una giovane donna che prega davanti ad uno shivalingam.

E' ora di riprendere il viaggio per raggiungere Jaipur, la capitale del Rajasthan.
Passiamo la maggior parte del tempo a sonnecchiare in pullman. Vengo a sapere che molte persone del gruppo ieri hanno sofferto più o meno come me e non sono perfettamente in forma.

E' ora di riprendere il viaggio per raggiungere Jaipur, la capitale del Rajasthan.
Passiamo la maggior parte del tempo a sonnecchiare in pullman. Vengo a sapere che molte persone del gruppo ieri hanno sofferto più o meno come me e non sono perfettamente in forma.
Arriviamo alla capitale intorno alle 18,30.

Percorrendo la strada dalla periferia verso il centro, guardiamo dal finestrino la gente che bivacca davanti alle casupole o baracche, dall'unica porta spalancata. Qualche famigliola è riunita intorno a un tavolo. C'è una sola stanza per ogni famiglia e l'esiguo spazio costringe a tenere la porta aperta e a vivere fuori.
Lungo il lato destro della strada c'è la corrente elettrica che illumina le modestissime abitazioni a pianterreno, mentre alla nostra sinistra le case all'interno sono illuminate dalla luce di una candela. Qualcuno dorme fuori su una stuoia.

Avvicinandoci al centro, troviamo la città addobbata a festa e illuminata per la nazionale Festa delle Luci, "Happy Diwali", che si celebrerà domani. Anche i palazzi sono illuminati per l'occasione. La festa celebra l'abbondanza di raccolto in autunno ed è dedicata a vari dei e dee. Segna anche un'importante data nel calendario indiano: il ritorno del dio Rama nella città di Ayodhya (stato di Uttar Pradesh, nel nord dell'India). Secondo la leggenda i cittadini accesero migliaia di lampade per guidare il ritorno del loro principe adorato.

Arriviamo di sera all'Hotel Clarcks Amer. Entrando notiamo sul pavimento delle bellissime decorazioni create con chicchi di riso colorato, che si chiamano "rangolì".Dopo cena ci intratteniamo in giardino per una piacevole passeggiata. Gli alberi sono tutti addobbati con piccolissime luci accese.



11° giorno, 28 ottobre, martedì 

Stamattina presto Valentina bussa alla mia camera per darmi una brutta notizia: Maria Elena, che condivide la stanza con lei, ha la febbre, ha vomitato e sente freddo, nonostante in ottobre in India ci sia caldo, come da noi in estate. Le faccio una iniezione di Plasil, datomi da Lia , che ne ha una bella scorta, e così affrontiamo il nuovo giorno. A colazione prendiamo soltanto una tazza di tè con limone e alle 8,30 partiamo col pullman per visitare Jaipur, la capitale del Rajasthan

La città, che conta un milione e mezzo di abitanti, fu fondata dal marharaja Jai Singh nel 1727. Il nucleo storico fu cinto da mura di arenaria rosa; ma solo nel 1883 ebbe il soprannome di "città rosa", perché anche le sue case furono dipinte di rosa in occasione della visita del principe di Galles, futuro Edoardo VII.
Celeberrimo è il Palazzo dei Venti, nel cuore della città vecchia, un edificio di cinque piani di arenaria rosa, ricco di cupole, archi e finestre dalle grate intarsiate, dalle quali le donne di corte, ivi relegate, potevano guardare il bazar sottostante e le parate ufficiali, senza essere viste.

Maria Elena, nonostante l'iniezione di Plasil, ha un altro attacco di vomito, mentre siamo davanti al Palazzo dei Venti. Risaliamo sul pullman per andare a visitare il Forte Amber (Amer nella dizione locale) a dorso di elefante.

In una grandissima piazza chiusa i mastodontici animali, dalla proboscide dipinta, coperti da un grande tappeto rosso con un largo bordo blu e giallo, ci aspettano per trasportarci sul forte, mentre suona una musica accompagnata da colpi di tamburo, che rendono eccitante l'atmosfera.

Io mi chiedo: "Chissà come faremo per salire sul dorso dell'elefante. Forse l'animale si inginocchierà per abbassarsi alla nostra altezza?".
Seguiamo Rajesh che ci guida in un lato della piazza, dove c'è una scala che sale fino a un lungo corridoio, alto poco sotto la groppa dell'elefante.
Le bestie, docili e bene ammaestrate, si allineano davanti al corridoio, appoggiandovi la proboscide. Tutti gli elefanti hanno la proboscide e le orecchie dipinte, più o meno vistosamente.
Facilissimo per noi accomodarci su una specie di cassetta fissata sul dorso: saliamo sul corridoio, dove vi troviamo addossato l'elefante, immobile che ci aspetta. Ogni animale trasporta due passeggeri, oltre al guidatore, che sta a cavallo sul suo collo.

Io e Maria Elena siamo insieme sullo stesso elefante e iniziamo la salita al Forte.
Provo una sensazione bellissima a guardare dall'alto tutto intorno a noi.Ci volgiamo indietro a salutare con la mano i nostri compagni che ci seguono, mentre quelli davanti a noi si volgono per chiederci di scattar loro una foto. Ci scattiamo le foto a vicenda, mentre i venditori ambulanti ci assillano per venderci magliette, elefantini di legno, e chincaglierie varie. La loro insistenza mi irrita, perché mi distoglie dal godimento di quel tragitto, che sarà certamente irripetibile, a meno che non ritorni in India un'altra volta.

Mi dispiace che Maria Elena non stia bene e non possa godere come tutti noi della insolita passeggiata in elefante. Non ha voglia di parlare, nemmeno di scattare qualche foto.
Gli elefanti ci portano nel punto più alto, da cui si gode un panorama spettacolare.

L'erta strada arriva fino al portale monumentale, che introduce in un vasto cortile, dove ci riuniamo intorno a Rajesh per iniziare la visita ai palazzi della fortezza.

Guardiamo i palazzi intorno e ascoltiamo da Rajesh la storia del Forte.
Maria Elena ci segue per un po' ; poi si rifiuta di seguirci e, insieme ad altre tre persone del nostro gruppo, che stanno male come lei, si siede su un gradino, in un angolo di un cortile meno frequentato, in attesa che la visita al forte finisca e noi siamo di ritorno.
Finora abbiamo visto opere artistiche e architettoniche di notevole bellezza, ma qui ad Amber, nel palazzo Reale, lo sfarzo unito alla bellezza mi pare ineguagliabile.
Amber, la vecchia capitale, a 11 km dall'attuale, è un viaggio di sogno nel passato.

Per costruirsi il prezioso complesso i maharaja di Jaipur, che si erano alleati con i moghul, utilizzarono le enormi ricchezze accumulate con i bottini di guerra, guadagnati combattendo a fianco di questi ultimi. La costruzione iniziò col maharaja Man Singh nel 1592, mentre le aggiunte più lussuose si devono al maharaja Mirza Jai Singh.
La sala degli specchi, dedicata alle udienze private, è sfarzosamente decorata con raffinati intarsi di pietre preziose o semipreziose e migliaia di piccoli specchi incastonati nelle pareti e nel soffitto, in modo che con pon poca luce venga riprodotto il cielo stellato.



Terminata la visita al forte, ripercorriamo in jeep la strada che abbiamo percorsa in salita con gli elefanti. Camminiamo per un tratto di strada a piedi, fermandoci frettolosamente presso quaalche bancarella per acquisti. Io riesco ad acquistare un anello d'argento con malachite all'irrisorio costo di 200 rupie ( cioè 3,20 euro, dato che un euro vale 65 rupie) Il pullman ci riporta a Jaipur, presso una fabbrica dove assistiamo allo stampaggio dei tessuti e alla lavorazione dei tappeti a mano.

Nell'attiguo negozio quasi tutti facciamo degli acquisti. Io compro tante sciarpe di seta leggerissima dai colori e disegni stupendi e un copriletto di cotone dove sono stampate miriadi di elefanti.

Ci aspetta un'altra visita favolosa: il Palazzo di città (City Palace). Per andarci attraversiamo il centro storico, detto "città rosa", cinto da mura perimetrali merlate, cui si accede da dieci porte.
Maria Elena rinunzia ancora alla visita, preferendo rimanere nel pullman parcheggiato fuori di una delle porte della città.

City Palace, situato nel cuore della città murata è un enorme e complesso palazzo, tuttora residenza del Maharaja di Jaipur, che dal 1959 ha aperto alcune zone al pubblico, allestendole a museo. Ricordo la porta di accesso da un cortile ad un altro più piccolo, riccamente decorata (vedi foto sotto) con due elefanti in marmo, aggiunti nel 1931 per la nascita dell'attuale maharaja.

Nel cortile più piccolo si trova la sala delle udienze private dove sono esposte due enormi anfore d'argento, che conservavano le sacre acque del fiume Gange.

Ogni anfora è in grado di contenere nove mila litri di acqua e pesa 345 kg. Pare che siano servite al maharaja Madho Sing II come scorta d'acqua personale durante il suo viaggio in Inghilterra, nel 1901, per assistere alla incoronazione del re Edoardo VII. Il maharaja non si fidava dell'acqua che avrebbe trovato in Europa. Il cortile più famoso è il "Cortile del Pavone", dove ammiriamo le quattro stupende porte, finemente lavorate, con rappresentazioni delle quattro stagioni.

Io e Valentina ad un certo punto ci accorgiamo di essere sole: Rajesh ha proseguito con il gruppo nel suo giro, mentre noi ci fermavamo per le foto e le riprese. Io non mi oriento: siamo passati da un cortile all'altro e non ricordo dove possa essere l'uscita, per raggiungere il pullman. Mi affido a Valentina che mi sembra meno preoccupata di me. Ripercorriamo tutti i posti visitati e non vediamo nessuno dei nostri compagni di viaggio. Valentina si ricorda che Maria Elena è rimasta ad aspettare sul pullman, perciò le manda un messaggio col telefonino per avvertirla che ci siamo perse e che restiamo ferme fin quando Rajesh non si accorga della nostra assenza. Maria Elena risponde che nessuno ha ancora raggiunto il pullman.
Dove sono andati? Decidiamo di fermarci vicino alla porta con i due leoni, confidando nella venuta di Rajesh in nostro aiuto.

Infatti, dopo un tempo che mi è sembrato lunghissimo, arriva Rajesh sorridente, dicendo che tutti quanti erano andati a visitare l'osservatorio astronomico, creato dal fondatore della città, il maharaja Jai Singh, amante dell'astronomia.
Tranquillizzate, raggiungiamo il pullman, dove troviamo i nostri compagni già seduti ad aspettarci.
Torniamo in albergo per il pranzo. Maria Elena si ritira nella sua camera, saltando il pranzo. Ha la febbre a quasi 38° e prende un antibiotico in compresse. Nel pomeriggio non c'è alcuna visita guidata: a piccoli gruppi, andiamo a piedi in un vicino e deludente centro commerciale. La sera salto la cena a ristorante per fare compagnia a Maria Elena nella sua camera. Ceniamo insieme con sola frutta: per lei ci sono due mele cotte, per me frutta fresca. Dopo la lascio sola a riposare e scendo in giardino, dove di festeggia la festa delle luci con giochi pirotecnici, dolcini e bevande varie.



12° giorno, 29 ottobre, mercoledì 

Stamattina Maria Elena si è svegliata in buona forma: la febbre è passata e può riprendere il viaggio con piacere. Lungo il percorso facciamo una sosta presso la gioielleria Bhandari, dove un signore, che parla la nostra lingua, ci mostra le pietre preziose e semipreziose, spiegandoci come si trasformano in gioielli. Io mi guardo intorno, ammiro e fotografo, ma non sono interessata all'acquisto.

A mezzogiorno facciamo un'altra sosta per il pranzo in un ristorante con bazar. Abbiamo abbastanza tempo per guardare le svariate merci esposte sui banchi, dai sari, alle borse, ai gioielli, ai ninnoli, ecc. A tutti, ma soprattutto alle signore, prende la frenesia degli acquisti a buon mercato, anche perché il viaggio sta per finire e vorremmo portare a casa un pezzo di India, riflessa nei souvenirs.
Io compro delle statuine di legno che riproducono le immagini del dio Ganesha (con la testa di elefante), elefantini in legno grezzo o laccato, borse di stoffa colorate, ecc.
Quasi tutti abbiamo la preoccupazione che i bagagli portati non bastino a contenere le varie cose comprate durante il viaggio: inoltre in aeroporto viene controllato il peso, che ha un limite che non si può superare, a meno che non si voglia pagare il peso in più.

Soddisfatti per gli acquisti, riprendiamo il viaggio, arrivando, alle 15,15, nella "città fantasma" di Fatehpur Sikri, situata nel distretto di Agra, nello stato federato di Uttar Radesh.
Circondata su tre lati da un alto muro di cinta e aperta sul quarto su un lago artificiale, la città era idealmente costruita attorno agli edifici del potere civile e religioso, tra cui il Palazzo Reale e la Grande Moschea. Battezzata Fatehpur Sikri (Città della vittoria) dopo la conquista del Gujarat nel 1572-73, divenne la capitale dell’impero di Akbar, centro nevralgico di una fiorente civiltà. Nel 1585 tuttavia, per ragioni che rimangono tuttora oscure (forse la carenza di acqua, o piuttosto, secondo ipotesi accreditate, in vista di disegni espansionistici verso ovest), Akbar decise di spostare la capitale a Lahore, lasciando completamente disabitata Fatehpur Sikri.

I preziosi resti in arenaria rossa, sopravvissuti a lunghi secoli di abbandono, esibiscono il particolare stile architettonico promosso dal sovrano nel clima di sincretismo religioso che caratterizzò il suo regno: poderose strutture islamiche recano decorazioni indù ed elementi tipici della tradizione persiana.

Il Palazzo Reale è articolato in una serie di corpi di fabbrica inframmezzati da eleganti cortili, secondo il modello islamico; gli appartamenti privati dell’imperatore sorgono intorno a una piscina ornamentale. Gli ambienti interni mostrano invece elementi di matrice indù, come architravi e capitelli a mensola. Celebre è la Sala delle udienze private (Diwan-i-Khas), che riflette nella disposizione interna le teorie cosmologiche induiste: di pianta quadrata, è dominata da un enorme pilastro ottagonale, dalla cui sommità si dipartono quattro gallerie che raggiungono gli angoli della stanza.

Molto interessanti sono inoltre la Sala delle udienze pubbliche (Diwan-i-Am), i vari padiglioni riservati alle mogli dell’imperatore, il Palazzo della divinità ornato di raffinati motivi floreali e zoomorfi. La città, protetta dall'UNESCO, è stata dichiarata patrimonio dell’umanità nel 1986.

La Grande Moschea, fuori della città, attiva come centro di culto, si sviluppa intorno al cortile interno, di 109 x 133 metri. Nonostante l’impianto islamico, accoglie molti elementi derivati dalla religione indù. Al suo interno spicca la tomba monumentale, in marmo bianco, di Sahikh Salim Chisti, consigliere spirituale di Akbar: secondo la leggenda, la moschea fu eretta proprio in onore di questo eremita di Sikri, che in quel luogo aveva profetizzato la nascita del figlio del sovrano.
Io sono insieme a Lia, Maria Elena, Valentina e un'altra persona nella visita alla grande moschea, mentre gli altri del gruppo sono rimasti nella città fantasma con Rajesh.

La spianata della moschea è presidiata da venditori ambulanti di cianfrusaglie che si attaccano ai visitatori come le zecche e non li mollano se non hanno comprato qualcosa. Io sono esasperata e non riesco a godere della bellezza del luogo, soffocata come sono da decine di mani che offrono le loro chincaglierie; perdo la pazienza, alzo la voce arrabbiata e infine, perso il controllo dei miei nervi, mi tolgo un sandalo facendo il gesto sgarbato di buttarlo addosso al venditore più insistente. Il mio gesto inaspettato allontana il molestatore e finalmente posso guardare il porticato che costeggia l'ampio perimetro del cortile interno, la cupola grande, le cupolette e la Porta della Vittoria, la più alta dell'India, alla cui volta sono attaccati dei favi di api.

Lasciamo la moschea e riprendiamo il viaggio per Agra, dove arriviamo alle ore 19,00, nell'Hotel "Clarks Shiraz".



13° giorno, 30 ottobre 2008, giovedì

Buon compleanno a Valentina! Non potrebbe festeggiarlo meglio di oggi che andiamo a visitare una delle sette meraviglie del mondo: il Taj Mahal. Partiamo all'alba dall'albergo per poter vedere il mausoleo sotto una luce migliore, cioè al sorgere del sole. Così vuole Rajesh. Percorriamo un tratto di strada in pullman, da cui riprendo con la telecamera il movimento della città al risveglio. Una scena sconcertante si presenta sotto i miei occhi e faccio in tempo a riprenderla: una donna in sari si china sulla strada a raccogliere a mani nude la cacca appena depositata a terra da una mucca. Incredibile! Se lo raccontassi nessuno mi crederebbe, ma potrei far vedere le immagini registrate. Sappiamo che lo sterco di vacca viene essiccato e utilizzato come combustibile o per impastarlo con altre sostanze per farne malta da costruzione. Mi è capitato di vedere un alto cumulo di forme di sterco essiccato al margine di una strada; ma vederlo raccogliere da terra con le mani nude è ripugnante.

Le auto non possono circolare intorno all'area del Taj per non inquinare l'aria e rovinare il nitore dei marmi e delle pietre preziose e semipreziose delle decorazioni. Perciò, lasciato il pullman nel parcheggio, noi continuiamo la nostra corsa in calesse. Sono eccitata. Prima di partire per l'India ho visto tante foto meravigliose del Taj Mahal. La bellezza di questa costruzione è resa ancora più affascinante dalla leggenda che la avvolge; infatti sembra quasi una fiaba.
Taj Mahal significa "Palazzo della Corona" ed è la più bella e meglio conservata tomba del mondo. Edwin Arnold, un poeta inglese l'ha ben descritto dicendo: "Non un pezzo di architettura, come sono altri edifici, ma la passione orgogliosa di un imperatore trasformata in pietre viventi." Il Taj Mahal si trova sulle rive del fiume Yamuna.

Fu costruito dal quinto imperatore Moghul, Shah Jahan, nel 1631 in memoria della sua seconda moglie, Mumtaz Mahal, che era una principessa originaria della Persia. Il suo vero nome era Arjumand Banu Begam, ma dall'imperatore veniva chiamata Mumtaz Mahal, che significa "gioiello del palazzo". L'imperatrice morì mentre accompagnava suo marito a Behrampur, durante una campagna per schiacciare una ribellione. Aveva appena dato alla luce il loro quattordicesimo figlio. La sua morte fu un vera tragedia per l'imperatore, al punto che i suoi capelli e la sua barba nel giro di pochi mesi diventarono completamente bianchi per il dolore. Mentre Mumtaz Mahal era ancora in vita, aveva chiesto all'imperatore di farle quattro promesse nel caso in cui fosse morta prima di lui. Per prima promessa gli chiese di costruire il Taj; la seconda era che si sarebbe dovuto sposare di nuovo per dare una nuova mamma ai loro figli; la terza promessa era che sarebbe sempre stato buono e comprensivo con i loro figli; e la quarta, che avrebbe sempre visitato la sua tomba nell'anniversario della sua morte.

La costruzione del Taj Mahal iniziò nel 1631 ed venne completata in 22 anni. Ventimila persone vennero impiegate per la sua costruzione, che fu disegnata dall'architetto iraniano Istad Usa.
Il modo miglire per apprezzare la sua meravigliosa architettura ed i suoi ornamenti preziosi, è quello di vederli con gli occhi dell'amore che l' Imperatore aveva per la moglie Mumtaz Mahal. E' sicuramente un "simbolo di Amore Eterno."
Dopo aver seppellito l'imperatrice a Behrampur, dove era morta , era tempo che l'imperatore tenesse fede alla sua promessa e costruisse una tomba. Ma visto che era praticamente impossibile trasferire tutto il marmo necessario là, Agra venne scelta come l'unica alternativa, e la tomba di Mumtaz Mahal venne trasferita ad Agra dove fu posta nel Taj Mahal quando venne ultimata la sua costruzione ventidue anni più tardi.

Il Taj sorge su una base di pietra arenaria rossa sormontata da un'enorme terrazzo di marmo bianco sul quale si posa la famosa cupola affiancata dai quattro minareti affusolati. La cupola è fatta di marmo bianco, ma la sua posizione vicino al fiume fa sì che un magico gioco di colori, che cambiano durante le ore del giorno e a seconda delle stagioni, diano al Taj Mahal riflessi di colori che lo rendono unico ma sempre diverso. Come un gioiello, il Taj scintilla al chiaro di luna quando le pietre semi-preziose incastonate nel marmo bianco sul mausoleo principale afferrano il bagliore dei raggi della luna. Il Taj è rosato al mattino, bianco latteo alla sera e d'oro quando il sole splende. Sembra quasi che questi cambi di colore rispecchino la mutevolezza dell'umore femminile, o almeno così si dice in India. Il vasto complesso , oltre al bianco mausoleo, include un monumentale ingresso, un ampio e curato giardino, una moschea e la sua copia simmetrica.

La luce tenue del sole all'alba infonde delicate sfumature di colore al candido marmo del mausoleo. L'intera facciata è riccamente decorata con iscrizioni coraniche in marmo nero, arabeschi e motivi floreali in pietra dura.

All'interno (è vietato fotografare e usare la telecamera) le decorazioni con versi del corano e motivi floreali sono eccezionali per la raffinatezza e delicatezza degli intarsi di pietre dure e semipreziose nel marmo madreperlaceo. Per realizzare un solo fiore di 3 cm si sono utilizzati più di 50 pezzi distinti di pietre semipreziose.
Sulla opposta riva del fiume si vedono alcuni blocchi di marmo nero che, secondo il progetto dell'imperatore , sarebbero dovuti servire per costruire un mausoleo gemello, ma in marmo nero. Il Taj Mahal nero non fu costruito perché il figlio Aurangzeb detronizzò il padre megalomane e lo rinchiuse nel Forte Rosso di Agra, prima che le casse dello Stato si svuotassero completamente.
L'imperatore Shah Jahan, dalla sua prigione guardava da lontano la sua diletta creatura.
Girare intorno al Taj Mahal, all'esterno e all'interno, dà una emozione indicibile. Ci hanno fatto calzare delle pantofole di feltro, perché un granello di polvere non lo oltraggi, mentre degli inservienti, con pezze di lana, lucidano il marmo delle pareti, del pavimento, dei gradini delle scale, come se lucidassero un gioiello.

Tutto ciò che vedo intorno a me è un trionfo di bellezza e armonia. Girando nei giardini stupendi, in mezzo ai quali una vasca di acqua fa da specchio, mi allontano dal monumento che non mi appare più come una costruzione materiale, ma come un disegno etereo su un foglio di carta velina, o come una nuvola bianca che ha assunto la forma del mausoleo sullo sfondo del cielo.
Rajesh ci raduna all'uscita per andare a visitare il Forte Rosso, quel forte dove il creatore del prezioso mausoleo finì i suoi giorni guardandolo da lontano.

Io mi volgo indietro ancora una volta a guardare e riprendo insieme agli altri la via che ci porta al pullman per una visita al Forte Rosso di Agra.



Come altri forti visti nel Rajasthan, anche questo è un gigantesco complesso, costruito dall'imperatore Abkar per scopi militari, tra il 1565 e 1l 1573. Divenne residenza imperiale sotto Shah Jahan, che vi costruì i palazzi reali, le sale delle udienze e una moschea. Il figlio Aurangzed lo completò con palazzi, cortili, giardini e fortificazioni.

Nell'interno è stato utilizzato il marmo bianco, riccamente decorato nello stile del Taj Mahal.

Sono le ore 11,00; la visita al Forte Rosso, anch'esso meraviglioso, si conclude.
Riprendiamo il pullman per tornare in albergo per il pranzo, con una sosta presso un negozio di spezie, dove si fanno gli ultimi acquisti. Io non mi intendo di spezie e non sono interessata.
Dopo il pranzo si parte per Delhi, dove arriviamo alle ore 8,30, dopo cinque ore di viaggio.
Dopo cena si festeggia in compleanno di Valentina, con torta e regalo offerti da Rajesh; ma ci sono anche per noi dei regalini ricordo: una collana di lacrime di Shiva e un foulard per le donne; una cravatta per gli uomini. La serata si conclude con un discorso di Mario Porporino, che ringrazia la guida per i bei giorni che ci ha fatto trascorrere, e di Rajesh, che si congeda da noi sinceramente commosso.

Pernottiamo nello stesso albergo del primo giorno. Il soggiorno in India si conclude stasera. Domani si torna in Italia.

by Antonietta Cinà Torna alla lista
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