
Viaggio
in India (1^ parte)
L’ultimo giorno del magico viaggio in Egitto,
nel novembre 2007, chiesi a Mario Porporino,
nostro capogruppo, quale sarebbe stato il prossimo
viaggio. Rispose che aveva in mente l’ India.
L’idea di andare in India piacque non soltanto
a me, ma anche a mia figlia Maria Elena e a una
compagna di viaggio del nostro gruppo, Franca,
una signora italiana conosciuta in Egitto e residente
in Spagna, con la quale avevo familiarizzato
e scambiato l’indirizzo di posta elettronica.
Tornata in Italia scomparve l’ India dai
miei pensieri, ubriacata com’ero dalle
immagini grandiose impresse nella mia mente nel
paese che fu culla della prima civiltà.
Ogni volta che torno a casa da un viaggio entusiasmante,
lo prolungo nel tempo mettendo in ordine le riprese
fatte con la telecamera, ripassando le migliaia
di foto scattate con la macchina digitale, approfondendo
la storia legata ad ogni luogo, ad ogni monumento.
Rivedere foto e filmati mi fanno rivivere e allungare
il viaggio fin quando non arriva l’inverno
e la mente si prepara al riposo per risvegliarsi
in primavera col desiderio di un altro viaggio,
in un altro angolo del mondo.
L’idea di
un viaggio in India, accantonato per un certo
tempo, cominciò a farsi strada e a contagiare
non poche persone di nostra conoscenza. Franca,
con cui ero in contatto quasi quotidianamente
tramite “Skype”, era la più entusiasta
di tutte noi, soprattutto quando il nostro capogruppo
ci inviò il programma dettagliato del
viaggio, limitato allo Stato del Rajasthan (l’India è un
subcontinente e non si può visitare in
un unico viaggio). Parlandone con le amiche raccolsi
le prime adesioni: Mariola, Valentina, Maria,
Marisa, Angiola, oltre a Maria Elena e Franca.
Lia, che è stata mia compagna in altri
viaggi, non volle dire subito di sì per
problemi prioritari da risolvere in famiglia;
ma quando fu sicura di poter partire diede la
sua adesione con tanto entusiasmo. Si aggiunsero
poi Ida e Rosalba, ma Angiola e Marisa annullarono
il viaggio, l’una per motivi di salute,
l’altra di famiglia. Eravamo otto. La data
stabilita, dal 18 al 31 ottobre 2008, era buona
per tutte: avremmo passato tutta l’estate
nella nostra bella Sciacca a goderci il sole
e il mare e poi …. in volo per l’Oriente.
Prima
della partenza ho avuto tanto tempo per studiare
sulla cartina il percorso che avremmo fatto, le
città che avremmo visitato,
il clima, la storia, la cultura, i monumenti.
Avevo cercato in Internet le foto degli alberghi
prenotati, dei palazzi dei maraja in cui avremmo
alloggiato e ne davo informazione alle amiche
che condividevano il mio entusiasmo. Avevo trovato
nel web una pagina di Pasolini sulle forti esperienze
dello scrittore ricevute a Benares (oggi Varanasi)
nel suo viaggio compiuto insieme a Moravia e
ad Elsa Morante nel lontano 1960. La lessi pure
a Mariola per telefono soffermandoci sui punti
più forti, commentando e sforzandoci di
immaginare l’atmosfera sconvolgente di
quella città, unica al mondo, la città santa,
l’anima spirituale dell’India, eterna
dimora del dio Shiva, dove ogni induista desidera
andare a morire.
Lessi pure per telefono a Mariola alcune pagine
scritte da altri viaggiatori sul Gange, il fiume
sacro, dalle acque putride, marroni, sporche
e melmose. Dopo quella lettura il programma del
nostro viaggio ci parve monco. La visita a Varanasi,
alquanto distante dal nostro percorso di viaggio,
avrebbe comportato un altro volo aereo per quella
città e il prolungamento del viaggio di
almeno altri tre giorni, col conseguente aumento
del costo. Avremmo dovuto dissociarci dal gruppo
che già si era formato e cercare un altro
tour operator che avesse incluso Varanasi nel
viaggio in India. Per non scompigliare il programma
e le condizioni inizialmente accettati col nostro
capogruppo, pensammo che avremmo considerato
il viaggio in Rajasthan come un assaggio dell’ India
e ci augurammo di ritornarvi per conoscere un
altro pezzo di Paese, inclusi Varanasi e il Gange.
Io trascorsi le mattinate d’estate al mare,
come ogni anno. Di pomeriggio mi documentavo
sull’India, interessandomi tra le altre
cose anche di cinema. Appresi i nomi di due registe
famose e mi procurai i dvd dei loro film che
guardai con interesse e feci vedere anche a Mariola.
Poi ci scambiavamo i nostri pareri in lunghe
conversazioni telefoniche. Le registe preferite
e i loro film erano i seguenti: Mehta
Deepa - Fire - Water - Earth Mira
Nair: - Gli occhi della vita - Il destino
nel nome - Salam Bombay - Kamasutra - Matrimonio
indiano Inoltre vedemmo altri film interessanti,
come la vita di Gandhi, Viaggio in India, Passaggio
in India e qualche altro di minor valore. Trascorsa
l’estate eravamo pronte per il grande viaggio.

1° giorno, 18 ottobre 2009, sabato
Il primo giorno è il più noioso
perché trascorre in viaggio per raggiungere
gli aeroporti in lunghe attese tra un volo e
l’altro. Alle 7,30 Un pulmino ci trasporta
all’aeroporto di Palermo dove incontriamo
il nostro capogruppo, Mario Porporino, proveniente
da Trapani insieme a un altro gruppo di turisti
della sua città. Voliamo alla volta di
Roma-Fiumicino. Nel pomeriggio voliamo per Monaco
di Baviera e la sera, alle ore 20,00 saliamo
sull’airbus per il volo più lungo,
sette ore, che ci porta a Delhi dove atterriamo
alle ore 3,10 al nostro orologio.
2° giorno, 19 ottobre
2009, domenica
Spostiamo le lancette alle
7,40. Ci viene incontro con un cartello di riconoscimento
la guida indiana che ci dà il benvenuto e ci accompagna sull’autobus.
E’ un giovane di 25 anni e si chiama Rajesh
Tandon. Via via che saliamo sull’autobus
Rajesh ci mette intorno al collo una collana di
fiori gialli: è un modo gentile di ogliere
gli stranieri in India.
Ci vengono assegnate le
camere all’Hotel
Tivoli e alle ore 11,00 tutti quanti siamo pronti
per andare alla scoperta di Delhi. La prima tappa è la
Moschea del Venerdì, una delle più famose
di tutto l'oriente, seconda solo a quella di
Istanbul (Moschea di Solimano). Costruita nella
metà del ‘600, sorge poco distante
dal Forte Rosso, nella parte vecchia di Delhi.
A differenza di Delhi, Nuova Delhi ha un aspetto
moderno. La città non era che un semplice
sobborgo della vecchia Delhi, capitale dell'impero
inglese fino al 1931. Costruita dagli inglesi
a sud dell’antica città, divenne
la nuova capitale e dopo l'indipendenza dell'India
dalla Gran Bretagna (1947), la città conobbe
un rapido sviluppo urbanistico e demografico.
Ci attraggono i sari coloratissimi delle donne
indiane, che indossano con grazia. Io cerco di
fotografarle quando mi passano vicino, e di non
farmi notare da loro. Non risparmio foto e riprese.
Anche gli altri del gruppo fanno lo stesso..
Attraversiamo le strette strade affollate di
gente a piedi o in risciò a pedali; a
destra e a sinistra della strada si allineano
le bancarelle dei venditori. Oltre ai risciò e
ai ciclomotori, circolano i motocarri Ape, che
gli indiani chiamano tuc-tuc, che si muovono
con destrezza nelle stradine affollate. I tuc-tuc
sono i taxi dell'India. Dei bimbi si aggrappano
alla scala a pioli attaccata al retro del nostro
autobus e ci guardano con curiosità sorridendo
davanti alla mia macchina fotografica. La scala
a pioli è presente in tutti i bus per
permettere ai passeggeri di salire sul tetto
del veicolo e di viaggiare all’aperto.
Ci impressiona la sporcizia delle strade. Lasciamo
il vecchio centro per una visita al Memoriale
di Gandhi, che è una semplice quadrato
di pietra nera, posto nel luogo dove venne cremato
il Mahatma. Tutt’intorno c’è un
grande prato verde, che ispira pace e riposo.
Dopo il pranzo al Ristorante “Lazeez Affaire”,
la guida Rajesh, il cui nome da qualcuno viene
storpiato in “Radicchio”, ci porta
col pullman a Nuova Delhi. Delhi
fu la capitale dell'impero britannico delle Indie
dal 1912 al 1931.
Gli inglesi intrapresero la costruzione di New Delhi a sud dell'antica
città e ne fecero la nuova capitale. Dopo l'indipendenza dell'India dalla
Gran Bretagna (1947), la città conobbe un rapido sviluppo urbanistico
e demografico.
Facciamo
due giri in pullman nella piazza circolare per
ammirare e fotografare dai finestrini i moderni
palazzi del Parlamento e del Governo e poi scendiamo
presso la Porta dell'India, che è un
arco di trionfo in pietra alto 42 m. su cui sono
scritti i nomi degli 85.000 soldati dell'esercito
indiano morti nel corso della Prima guerra mondiale
nelle operazioni sul fronte nord-occidentale e
durante la guerra afghana del 1919.
Ma non ammiriamo solo il monumento, ma l'ampiezza
serena del luogo, le famiglie indiane con bambini
che vengono a farvi la passeggiata domenicale con
i vestiti della festa.
Più di ogni altra cosa, ammiro le ragazze
indiane nei loro femminili sari dai colori vivaci.
Hanno il viso accuratamente truccato, mani e
talvolta anche piedi inanellati, capelli nerissinmi
e lucdi. Guardo incuriosita una numerosa famiglia
scendere da un tuc-tuc, che potrebbe contenere
solo tre persone. Mi sento in un altro mondo,
tanto diverso dal mio e tutto ciò mi piace.
La visita di Nuova Delhi si conclude al "Qutab
Minar", la torre più alta
dell'India (73 metri). Dichiarata dall’Unesco “Patrimonio
dell’Umanità”, la torre fu
voluta da un sovrano musulmano di origine centroasiatica,
che aveva sconfitto i regnanti indù verso
la fine del XII secolo. La costruzione iniziò nel
1199.
Un’iscrizione
dice che la torre fu eretta “per proiettare
la luce di Allah sull’Oriente e l’Occidente”.
Serviva anche da minareto per l’adiacente
moschea, la cui costruzione era iniziata sei
anni prima. Nelle decorazioni, di gusto spiccatamente
indiano, ai caratteri della scrittura sanscrita
si affiancano quelli della scrittura araba. Terminata
la visita anche alla moschea vicina, Rajesh ci
invita a salire sul pullman per andare in albergo.
La giornata sta per concludersi, ma una sorpresa
ci attende. Il nostro autobus si ferma un po'
prima dell'ingresso del nostro albergo. Una piccola
banda musicale suona festosamente. Scendendo
in strada ci troviamo nel mezzo di un corteo
nuziale. Per noi è uno spettacolo indimenticabile.
Lo sposo troneggia su una cavalla bianca ornata
da coloratissimi drappi ricamati con perle e
lustruni mentre un invitato sorregge uno sfarzoso
baldacchino sulla sua testa. Tiene stretto davanti
a sè un bimbo, come vuole l'usanza del
luogo, con l'augurio che il suo matrimonio sia
fecondo di figli.
Gli invitati indossano ricchi abiti e dei suonatori
strimpellano chiassosamente. Entriamo in albergo,
nelle camere assegnate, e ci prepariamo per la
cena. Dopo ci intratteniamo nella hall, dove
arrivano gli ultimi invitati al matrimonio, che
si festeggia in giardino, all'aperto. Alcuni
di noi andiamo a curiosare. I camerieri, che
girano con i vassoi, si accorgono di noi e gentilmente
ci offrono dei dolciumi. Le donne girano in giardino
mostrando i loro sari scintillanti. Ero crucciata
per aver lasciato la mia macchina fotografica
in camera, ma Lia aveva la sua in borsa, così ha
potuto scattare qualche foto.
La stanchezza ci vince, ma siamo tutti soddisfatti
della nostra prima giornata in India.
3° giorno, 20 ottobre 2008,
lunedì
Stamattina siamo pronti per lasciare Delhi e il
suo Territorio per raggiungere la seconda città da
visitare. Attraversiamo la capitale guardando dai
finestrini dell'autobus e scattando foto ai bei
templi che corrono sotto i nostri occhi, ma anche
ad immagini che non vorremmo vedere: strade di
terra battuta, polverose e sporche di ogni genere
di rifiuto, baracche sgangherate di venditori,
miscugli di uomini e animali in armoniosa convivenza.
Usciti dal Territorio di Delhi, entriamo nello
stato di Hariana (sono 28 gli stati dell'Unione
Indiana). Rajesh ci dice che la capitale, Gurgaon, è una
vivace città, sede di aziende di alta tecnologia,
caratterizzata da moderni grattacieli, meta ideale
per investire nel settore immobiliare. Il viaggio è lento
sia per le brutte condizioni delle strade, sia
per il traffico caotico e assordante. I guidatori
indiani amano suonare il clacson. Rajesh, intorno
alle 10,30, ci fa sostare in un locale di servizio,
dove ci offre un tè. Il viaggio riprende
per raggiungere Narnaul, dove ci aspetta il pranzo.
Lungo la strada fotografiamo un gruppo di mucche
senza padrone che bivaccano presso un muro.
Ci siamo abituati alla vista degli animali che
vivono liberamente insieme agli uomini. Ci siamo
abituati a vedere anche dei carri trainati da dromedari.
Ora vorrei parlare del nostro autobus, che non ha niente a che vedere con i nostri,
più grandi e confortevoli. I finestrini sono apribili e questo mi piace
perché mi consentono di fotografare senza il riflesso del vetro. Sopra
ogni finestrino c'è un piccolo ventilatore, che a noi non serve perché in
ottobre in India non fa caldo. Il guidatore non sta nello stesso scompartimento
dei passeggeri: tra noi e lui c'è una parete di vetro, apribile solo nella
parte alta. A sinistra del guidatore c'è una panca, che, come ho saputo
dopo, viene utilizzata come letto dall'autista. Oltre a lui c’è un
ragazzo che fa da assistente. E' incaricato di rifornire il frigo di bottiglie
di acqua che vengono rivendute a noi quando ne abbiamo bisogno. L'autista non
ha diritto a dormire in albergo a spese dell’agenzia di viaggio, come invece
si usa da noi.
Questo diritto ce l’ha solo la guida, che pranza con noi
e pernotta nello stesso albergo. Pertanto l’autista e l’assistente
dormono in pullman.
Io non ho mai un posto fisso durante il viaggio. Il desiderio di fotografare
o filmare dal punto di vista migliore mi fa cambiare di posto, evitando di disturbare
i compagni di viaggio. Alcuni invece utilizzano ogni astuzia per accaparrarsi
il sedile in prima: fanno colazione alla svelta e si alzano dalla tavola prima
degli altri appostandosi davanti al pullman ancora chiuso. Non si allontanano
di un passo e quando vedono arrivare l’autista sono i primi a salire quando
lo sportello è aperto. Nelle tappe intermedie, quando si lascia il pullman
per una visita a piedi, lasciano qualcosa sui sedili anteriori: una borsa, una
giacca, un pacchetto, in modo che chi risale prima di loro desista dalla tentazione
di sedersi nei sedili ingombri di oggetti.
Questi furbi pensano che nessuno si avveda delle loro manovre. Se ne avvedono
tutti, mentre loro non si avvedono di essere circondati da un'aureola di antipatia.
Oggi
ho scoperto il posto migliore: senza chiedere permesso a nessuno, apro la parete
di vetro che ci separa dall'autista, scavalco la parte fissa
(non tanto bassa) e mi piazzo nella panca a sinistra
del guidatore. Che vista meravigliosa per la telecamera
e la macchina fotografica! ma anche per me: ho
una visuale frontale e sono in grado di prepararmi
subito per la ripresa o lo scatto. Qualcuno, seguendo
il mio esempio, mi ha raggiunto in cabina, suscitando
un po' di invidia in coloro che non erano in grado
di scavalcare. Ida ha voluto provare anche lei,
ma ha desistito subito. Ora vi presento in una foto le nostre quattro guide:
da destra: Rajesh Tandom, l'autista, di cui non ricordo il nome, Mario
Porporino e l'assistente dell'autista.

Osservando il paesaggio, chiacchierando o scherzando
arriviamo a Narnaul per il pranzo. Siamo vicini
al confine con il Rajastan che
raggiungiamo nel pomeriggio. La città del
nostro pernottamento è Mandawa,
che visiteremo domani. L'albergo di Mandawa,
fuori mano, si chiama " Desert Resort
Mandawa". Un giovanotto indiano con
baffi e turbante arancione ci dà il benvenuto
con una collana di fiori e segnandoci la fronte
con un punto rosso.
La costruzione è particolare, tutta a
pianterreno, con pareti rustiche colore della
sabbia, abbellite da disegni decorativi bianchi.
Le porte sono chiuse da chiavistelli bloccati
da un catenaccio, le stanze spaziose e l'arredamento
essenziale. Dopo una doccia ristoratrice ci avviamo
in giardino, dove troviamo i nostri tavoli per
la cena all'aperto. L'atmosfera è gradevole,
l'aria fresca. Rajesh, che conosce le
nostre date di nascita, ci ha sorpreso
festeggiando il compleanno di un nostro compagno
di viaggio, Mimmo Saggio, con torta e musici
in costume indiano, che ci hanno allietato con
un giro di danza attorno a i tavoli.
Di fronte ai nostri tavoli c'è un teatrino di marionette che suscita la
nostra curiosità. Dopo la cena ci avviciniamo per curiosare: le marionette
sono in vendita a poche rupie. Tutti ne compriamo due, che rappresentano il marajà e
la maranì (la moglie del marajà).
Io, che non amo tenere bambole in mostra nella mia casa, ho comprato una coppia
di marionette per portarle in dono a due miei pronipotini.
4° giorno, 21 ottobre 2008, martedì
Lasciamo l'albergo diretti alle "haveli" di
Mandawa. Prima di partire per l'India avevo letto
nel programma di viaggio che a Mandawa avremmo
visitato le "haveli", residenze signorili
di ricchi commercianti di un tempo, ma mi ero
fatta una idea vaga. Stamattina seguiamo Rajesh
a piedi in un quartiere sconcertante: la strada è di
terra battuta, sporca di immondizie, lungo un
lato scorrono in una canaletta acque nere provenienti
dalle case. Possibile che non esistano le fognature?
Dobbiamo badare a dove mettere i piedi per non
sporcarci. Man mano che avanziamo si formano
gruppi di bambini o persone sfaccendate, che,
incuriositi dalla nostra presenza, ci seguono.
Io mi chiedo: - Dove ci sta portando Rajesh?
Dove sono le case signorili? Non vedo intorno
altro che sporcizia e povertà.
Dopo il villaggio il paesaggio appare scarso di vegetazione fino a diventare
desertico. Cerco di orientarmi sulla cartina: siamo diretti a Bikaner,
situata nel deserto del Thar, lungo una antica via carovaniera.
L'aspetto del paesaggio è monotono, la vegetazione bassa o assente. Maria,
vedendomi assorta a guardare la cartina distesa sulle gambe, si avvicina al mio
sedile e mi chiede: "Siamo in un deserto?"
Io rispondo:" Sì, è il deserto del Thar. Guarda tu quanto è grande!"
E le mostro la cartina.
Ed ecco arrivati davanti ad una haveli.
Sono sconcertata da tanta raffinatezza in un
posto così sporco e misero. Ammiriamo
gli affreschi.
Prima di entrare Rajesh ci spiega che le haveli
sono delle case signorili, testimonianza della
ricchezza dei commercianti indiani di un tempo
ormai trascorso. Aperte su uno o più cortili
interni, ma separate dalla strada da alte mura,
erano abitate da più famiglie dello stesso
clan in modo che donne, vecchi e bambini non
restassero isolati, mentre gli uomini erano lontani
con le carovane. Più che la struttura
architettonica, quel che le rende originali sono
i dipinti murali naif, dai colori netti e vivaci.
I primi affreschi, risalenti alla metà del
XVIII secolo, hanno quasi esclusivamente carattere
religioso o mitologico. In quelli del XIX secolo
furono dipinti treni, navi, automobili, biciclette
e personaggi di quel periodo.
Visitiamo uno dei cortili interni, abitato. Alcuni bambini stanno seduti su un
gradino mentre la mamma cucina per loro le frittelle per la colazione. La scuola
apre alle dieci, perciò hanno ancora tempo. La stessa donna lava con cura
un bambino e lo veste, incurante della nostra presenza.
Io ho filmato in breve quel momento di vita quotidiana nel cortile: una donna
anziana seduta a terra, scalza, passa al setaccio del frumento; la donna giovane
cucina le frittelle adoperando molte spezie; i bambini già vestiti ci
guardano.
Una scala ci porta al piano superiore e poi in terrazza, da cui lo sguardo si
estende sulla città.
Visitiamo altre haveli camminando a piedi nelle strade malandate fino all'autobus,
che riparte per portarci altrove.
Lasciata Mandawa con le sue haveli, attraversiamo, senza fermarci, il villaggio
di Fatehpur. A destra e a sinistra della strada si allineano
povere baracche che espongono ogni tipo di mercanzia.

Il Deserto di Thar, noto anche come il Gran Deserto
Indiano, è una grande ed arida
regione nella parte nord-occidentale del subcontinente
indiano. Ha una superficie di oltre 200.000
chilometri quadrati e si trova in gran parte
nello stato indiano del Rajasthan, e si estende
nella parte meridionale degli stati indiani del Punjab, Hariana e Gujarat settentrionale.
II deserto si estende anche nella parte orientale del Pakistan e sud-occidentale
del Punjab.
Mi accorgo che percorriamo una strada asfaltata,
quindi più agevole delle
altre. Siamo vicino al confine con il Pakistan. Sorpassiamo una lunga colonna
di camionette militari piene di soldati. Inoltre vediamo, lungo il percorso,
delle postazioni militari, delle garitte con guardie. Chiediamo a Rajesh il perché della
circolazione di mililari nella zona che noi stiamo
attraversando. La guida ci spiega che i rapporti
tra India e Pakistan sono tesi e che i soldati
vanno al confine vicino per difenderlo (non ci
sfiorano la mente gli attacchi che accadranno
il 26 novembre a Mumbai con un bilancio di 188
morti e circa 300 feriti).
Rajesh non dà altre spiegazioni e nessuno
di noi ha voglia di preoccuparsi.
Il viaggio è lungo e di tanto in tanto ci rilassiamo socchiudendo gli
occhi. La guida, per tenere desta la nostra attenzione, attacca a parlare del
suo argomento preferito, l'induismo. Sin dal primo giorno, nelle tappe di trasferimento
da un luogo ad un altro, Rajesh ci ha parlato in modo elementare, come quando
si parla ai bambini, di una molteplicità di
figure divine, e anche del fatto che i fedeli
si distinguono per la loro devozione a un dio
particolare.
Tra gli innumerevoli dei, i più importanti
sono Brahma,
che rappresenta la creazione, Visnù, la conservazione
e Shiva, la distruzione (necessaria per la successiva rinascita).
Gli induisti credono nella reincarnazione: se
un uomo si comporta male in questa vita, dopo
la morte la sua anima torna a vivere in un altro
corpo per espiare i peccati commessi: solo chi
onora gli dei e si comporta con carità verso
gli altri uomini raggiunge la pace eterna, il paradiso di felicità.
Visnù e Shiva sono molto popolari e hanno templi e seguaci in ogni parte
dell'India. Inoltre ci sono centinaia di altre divinità,
alcune venerate in tutta l'India, altre in alcune
regioni o villaggi.
Rajesh, sin dal primo discorso sull'induismo,
ha voluto che imparassimo le dieci incarnazioni
del dio Visnù, facendocele ripetere più di
una volta. Io ricordo le prime cinque, per averle
appuntate su un quaderno:
la prima è un pesce;
la seconda una tartaruga;
la terza un cinghiale;
la quarta un mezzo uomo più un mezzo leone;
la quinta un piccolo santone.
Buddha, secondo gli induisti, è una incarnazione di Visnù;
ma i buddisti non lo credono.
Un ciclo di reincarnazioni dura 84 mila volte. Dopo si rinasce umani.
Tra le innumerevoli divinità, di cui Rajesh ci ha imbottito la testa,
mi è rimasto impresso
Ganesha, un dio molto popolare nell'induismo, che aiuta a
superare gli ostacoli, che si prega prima di intraprendere un viaggio, di costruire
una casa, di scrivere un libro; è pure dio della saggezza e della prudenza.
Spesso nelle nostre soste ci è capitato
di vedere un tempietto a lui dedicato.
Figlio di Shiva e di Parvati, viene rappresentato
come un ometto dal ventre prominente e dalla
testa di elefante. Pare che Shiva avesse l'abitudine
di sorprendere Parvati mentre faceva il bagno.
Siccome a Parvati non piaceva essere spiata,
raschiò la
sua pelle, la mescolò con olii e altri unguenti, modellò una figura
e l'asperse con acqua del Gange. Diede così vita a Ganesha perché la
proteggesse. Shiva, geloso, lo decapitò.
Ma al dolore di Parvati non seppe resistere e
ridiede vita al figlio installandogli la testa
della prima creatura incontrata. Il caso volle
che fosse un elefante.

Avvicinandoci alla citt à di Bikaner,
dove sosteremo per il pranzo e il pernottamento,
Rajesh interrompe tutte le sue storielle mitologiche
e comincia a darci alcune notizie sulla città.
Circondata da una cinta muraria di sette chilometri,
sorge in mezzo al deserto di Thar, conservando
l'atmosfera delle antiche città-oasi carovaniere,
dove facevano tappa i mercanti provenienti dall'estremo
oriente, per portare sete, spezie e profumi nel
Mediterraneo.
Al periodo moderno del Maharaja Ganga Singh,
che governò per 56 anni,
risale il famoso "Ganga Canal", imponente
costruzione per l'irrigazione che convoglia sin
qui le preziose acque dell'Himalaya.
Capolavoro architettonico
dello stesso Maharaja è anche
il Lalgarh Palace, reggia eretta
tra il 1902- 1926, da pochi anni trasformata in
albergo, dove fra poco pranzeremo e passeremo la
notte. La famiglia reale di Bikaner vive ancora
in una parte del palazzo.
Entriamo nella reggia di Lalgarh Palace alle
ore 13,30. Prendiamo possesso delle camere assegnate,
spaziose e bellissime, e ci affrettiamo a raggiungere
la stanza da pranzo. Lungo i corridoi ci incontriamo
ed esprimiamo la nostra meraviglia per essere
ospitati nel palazzo di un maharaja. Dopo il
pranzo torniamo nelle camere, ci guardiamo intorno,
scattiamo foto all'interno e all'esterno sporgendoci
dalla finestra. Io e Lia, con cui divido la stanza,
cerchiamo quella di Maria Elena e Valentina.
A differenza della nostra, la stanza delle ragazze
non ha finestre aperte, ma pareti traforate,
fatte apposta perché le
donne possano guardare fuori senza essere viste.
Poco
prima delle ore 16,00 lasciamo le stanze per andare
a visitare la fortezza di Junagarh.
Passando per un lungo e largo corridoio mi soffermo a guardare delle
foto in bella vista su un mobile: sono i ritratti dei padroni del palazzo, il
Maharaja Dr. Karni Singhji e la Principessa Rajyashree Kumar che
abitano in una parte a loro riservata.
Con l'autobus raggiungiamo la fortezza di Junagarh. Costruita
nel 1588 è uno dei pochi forti del Rajasthan
che non occupa la cima di una collina e le sue
uniche difese sono le sue possenti mura con 37
bastioni e il fossato che le circonda. Non è stata
mai espugnata. Ma le regine, i cui mariti morivano
in battaglia, si uccidevano come loro partecipazione
estrema.Questo gesto veniva immortalato riproducendo
sulla parete antistante la porta principale del
forte l'impronta sanguinante delle loro mani.
L'immagine
macabra delle mani rosse di sangue, come si vede
nella foto sopra, a sinistra, mi ha fortemente
impressionato.
Nell'interno della fortezza si intrecciano numerosi palazzi dagli straordinari
intarsi di pietra, come si vede nelle foto sottostanti.
Sono ancora tante le foto che vorrei inserire nel
mio racconto, ma queste sole bastano per avere
una idea della raffinatezza artistica e del lusso
in cui vivevano i Maharaja nel Rajasthan dei secoli
passati.

Chi erano i Maharaja?
Il termine deriva dall’antica parola composta
sanscrita (lingua letteraria dell'India classica
e lingua sacra dell'induismo) mahat, “grande”,
e rajah, “re”. Maharaja
dunque significa Grande re.
Il Rajasthan è dunque la terra dei grandi re, dove tutto è superlativo,
impressionante e la bellezza mozza il fiato; dove la preziosità inimmaginabile
e la pietra trasformata in merletti leggeri, aerei, sembrano essere spuntati
come per per magia. Noi, che attraversiamo le strade sporche, che siamo circondati
da poveri che ci tendono la mano quando scendiamo dall'autobus, o che vogliono
venderci per poche rupie i loro souvenirs, entrando in una fortezza, come quella
di Bikaner, ci sentiamo catapultati in un mondo magico, che ci fa dimenticare
la realtà esterna.
Questa è la prima fortezza che vediamo nel nostro viaggio. Tante altre
ne vedremo fino a confonderci la testa a non distinguerle più l'una dall'altra,
a non valutare più quale è la più bella, quale la più impressionante.
Il gioiello più prezioso al mondo lo vedremo
l'ultimo giorno del nostro viaggio ad Agra, inconfondibile, universalmente riconosciuto
come un raro gioiello di pietra, che resta indelebile nella memoria di chi l'ha
visto.
Ma le sorprese non sono ancora finite oggi. Ce
ne aspetta un'altra all'uscita dalla fortezza
di Junagarh, che ci catapulta nel cuore della
città di
Bikaner, in un bagno di folla vertiginoso.
Non troviamo il nostro autobus ad attenderci,
ma una fila di taxi indiani, quei curiosi taxi
visti il primo giorno a Dehli, cioè i tuc-tuc, che ci faranno
uscire dalla città dopo averla attraversata.
Rajesh ci invita a salire a tre a tre. Io sono
con Lia e Maria Elena.
C'è trambusto nel salire perché siamo tanti in una volta. Le moto
Ape partono strombazzando e ci avventuriamo tutti quanti nel cuore pulsante di
una città indiana. Non trovo le parole adatte per esprimere le nostre
impressioni. Penso a come racconterò, al mio ritorno a casa, questo inaspettato
bagno di folla indiano. Sarà difficile, perciò sporgo
dal tuc-tuc la mia telecamera appoggiata sulle
gambe, premo il pulsante per avviare le riprese
senza inquadratura e registro tutto quanto passa
sotto il suo occhio.
Ci pare di essere sulla giostra dell'autoscontro;
ma non c'è alcuno scontro.
L'autista guida veloce sfiorando quasi i passanti, le mucche, un cinghialino
che attraversa la strada tra le gambe della gente, le capre, altri tuc-tuc, senza
tenere conto della destra o della sinistra, infilandosi dove c'è spazio,
curvando all'improvviso e facendoci sobbalzare
e scuotere .... Non ci sono parole. Alle nostre
esclamazioni di preoccupazione per il modo di
guidare, l'autista si gira verso di noi sorridente
e rassicurante. "No problem" -
dice - e continua imperterrito a fare la gincana
tra gli ostacoli. Abbiamo la sensazione di scontrarci
da un momento all'altro. A destra e sinistra
sfilano sotto i nostri occhi le baracche, i negozietti,
i laboratori dove gli artigiani lavorano allo
scoperto, quasi sulla strada: sarti, fabbri,
meccanici, ecc.
I venditori stanno seduti sul gradino davanti
alla baracca stracolma di oggetti, dove non c'è posto
per una sedia. Non ci sono sedie: gli indiani
stanno seduti a terra, sul gradino della casa,
sotto cui passa la canaletta delle acque putride,
provenienti dall'interno.
Sono le ore 17,30. I tuc-tuc si fermano nei pressi del tempio jainista di Bhandasar
che visitiamo a piedi scalzi, come vuole il regolamento. Ho un vago ricordo della
visita e una sola foto.
I tuc-tuc ci riportano ai piedi della fortezza di Junagarh,
nelle cui vicinanze c'è il nostro autobus
che ci attende.
Il giro in tuc-tuc è stata una esperienza
indimenticabile.
Torniamo nel
Palazzo del Maharaja, che è il
nostro albergo a Bikaner, e dopo una doccia ristoratrice
ci prepariamo per la cena. Stasera si festeggia
un altro compleanno, quello di Ida, con torta
e battimani. Dopo cena ci intratteniamo in giardino,
dove due danzatrici in costume, accompagnate
da alcuni musici, allietano la nostra serata.

5° giorno, 22 ottobre 2008, mercoledì
Stamattina, riposati e di buon umore per l’intensa
giornata vissuta ieri, partiamo per la meta prevista
dal programma: Jaisalmer, Km
340, circa 7 ore di viaggio.
La strada che percorriamo è nel deserto. Il colore predominante è quello
della sabbia dorata, punteggiata da rade piante o arbusti. In lontananza si vede
il profilo dei Monti Aravalli.
Il paesaggio è sempre uguale.
Dopo quasi due ore e mezzo di viaggio, durante il quale Rajesh instancabile racconta
le storie della mitologia induista, che ascoltiamo distrattamente o non ascoltiamo
affatto, per chiacchierare tra noi o sonnecchiare, ci fermiamo per visitare un
villaggio nel deserto. Gli abitanti ci vengono incontro circondando il nostro
pullman e invitandoci a comprare le loro povere cose: collanine, braccialetti,
elefantini, ecc. Ci avviciniamo alle loro primitive capanne, fatte con sterco
di vacca essiccato, impastato con la sabbia. Si vedono ammucchiati in un posto
i pani di sterco, che vengono utilizzati sia per la costruzione che come combustibile.
In un angolino si vede una fontanella di sabbia bagnata con lo sterco sbriciolato
nel mezzo, pronto per l’impasto.
Le donne e le bambine indossano sari dai colori vivacissimi, che spiccano sull’oro
della sabbia, e portano gioielli altrettanto vistosi: grandi bracciali, che coprono
quasi interamente le due braccia, anche fino agli omeri; anelli alle dita delle
mani e anche dei piedi, orecchini, qualche bottoncino al naso, cavigliere.
Si fanno fotografare volentieri e noi ne approfittiamo per portare a casa le
immagini del loro mondo a noi sconosciuto.
Ci avviamo verso il pullman per proseguire il nostro viaggio, seguiti dalla gente
del luogo, uomini, donne e bambini, che si accalcano per convincerci a comprare
le loro chincaglierie e qualcuno quasi entra per contrattare ancora, prima che
la portiera si chiuda...
Riprendiamo il viaggio: il paesaggio del deserto non varia. Lungo il percorso
facciamo sosta due volte in stazioni di servizio per sgranchirci le gambe, usare
le toilettes, prendere qualche bibita al bar e distrarci nel negozio di souvenir.
Valentina si avvolge intorno al corpo un bel drappo a fantasia azzurro a mo'
di sari e si fa fotografare. Io e altre compagne acquistiamo delle borse di stoffa
colorata, statuette di legno raffiguranti il dio Ganesha con la testa di elefante
e quattro braccia, ed altri souvenirs. Lia contratta tenacemente una collana
di turchesi, ma il venditore non molla e lei rinunzia.
Rajesh ci ricorda che il tempo concesso per la sosta è finito e bisogna
riprendere il viaggio. Saliti tutti sul pullman, prima che la portiera si chiuda,
il venditore raggiunge svelto Lia che già si era seduta al suo posto,
e le dà la collana al prezzo offertogli da lei, ora soddisfatta per averla
spuntata.
E' mezzogiorno, perciò manca circa un'ora per il pranzo. Chiedo a Rajesh
dove pranzeremo oggi. Risponde:
" Nel Forte Pokhran, nella città che
ha lo stesso nome".
Lo prego di scrivere di suo pugno, sul mio quaderno
di appunti, il nome della città e lui gentilmente
lo fa. Glielo chiedo sempre, trattandosi di parole
straniere che non saprei scrivere. Così posso
consultare il libro-guida del Touring Club Italiano,
che tengo sempre con me in borsa, e informarmi
in anticipo su quello che c'è interessante
da vedere. Ognuno cerca di passare il tempo come
meglio crede. Guardare dal finestrino il deserto
non ci interessa più, abbiamo guardato abbastanza.
Valentina trae fuori dal suo zainetto un mazzo
di carte e propone, a chi lo desideri, una partita.
Aderiscono Mario Porporino, Marcella e Maria. I
quattro si sistemano in fondo al pullman, appoggiano
sulle gambe un cartone abbastanza grande per poggiarvi
le carte e così giocano fino all'arrivo
al Forte Pokhran. Sono le ore 13,00.

Pokhran , distante 110 chilometri da Jaisalmer, è nel
mezzo del deserto di Thar.
Nei tempi passati è stata un rilevante
centro carovaniero e conserva una bella fortezza
del XIV secolo, oggi adibita ad albergo, ristorante
e museo.
Dopo il pranzo in una grande sala della fortezza,
ci tratteniamo ancora per una visita.
Riprendiamo il viaggio e alle ore 16,15
arriviamo nel meraviglioso albergo " Fort Rajada" a Jaisalmer.
Siamo accolti con collane di fiori e tovaglioli
umidi per rinfrescarci le mani.
Abbiamo il tempo
di fare una doccia e poi usciamo con Rajesh che
ci accompagna in un negozio di pashmine e di tappeti.
Ci fanno sedere nella stanza dei tappeti e ci offrono
del tè; poi ci fanno passare in quella delle
pashmine.
Un esperto tibetano, che parla italiano, ci mostra
delle sciarpe di pashmina, che è la
fibra naturale più lussuosa, morbida e calda
che ci sia al mondo.
Si ricava dalla Capra Hircus, la stessa che fornisce il cashmere, con la differenza
che la pashmina si ottiene esclusivamente da una determinata parte del collo
dell’animale. La fibra della pashmina, infatti, ha un diametro di 12 micron
contro i 16 dei migliori cashmere. Per farci notare la leggerezza di una sciarpa
di pashmina, ha fatto passare quest'ultima dentro l'anello, che si era tolto
dal dito.
Un'altra simile, di lana comune, apparentemente leggera, non passa dentro l'anello.
Le pashmine hanno un costo elevato, soprattutto se sono ricamate e alla lana
si mescola la seta.
Quasi tutti compriamo le pashmine, quelle più semplici e ad un prezzo
accessibile, (30 euro ciascuna), sia per noi stesse che per portarle in dono
alle persone care.
Poi Rajesh ci accompagna in un negozio di oggetti
d'argento. Entriamo in una stanza, dove non vediamo
vetrine. Ci sono delle panche lungo le pareti e
la moquette sul pavimento. Ci dicono di toglierci
le scarpe per non sporcare la moquette, ma ci rifiutiamo.
Pur di vendere, i mercanti tollerano che restiamo
con le scarpe. Non vediamo però niente nella
stanza. Dopo un po' arriva un uomo con un sacco
pieno ,che rovescia sul pavimento. Escono fuori
collane, bracciali, orecchini, soprammobili, tutti
d'argento finemente lavorato, con pietre semipreziose
incastonate. Per esaminare i gioelli siamo costretti
a inginocchiarci a terra e a cercare nel mucchio
qualcosa che attiri il nostro interesse.
Sembriamo tante galline a cui viene gettato il
mangime. L'uomo del sacco ritorna con un altro
che svuota a terra, come il primo. Per ogni oggetto
dobbiamo chiedere il prezzo, che non ci pare conveniente;
inoltre buttate a terra così alla rinfusa,
le cose perdono il loro valore. Io non ho interesse
a comprare alcunché. Torniamo in albergo
delusi. Credo che stasera i venditori non abbiano
fatto affari con noi.
Dopo cena acquisto un bracciale
di corallo e argento nel negozio dell'albergo.

6° giorno, 23 ottobre 2008, giovedì
Stamattina andiamo a visitare il vicino lago
artificiale di Gadsisar, per
arrivare al quale facciamo piacevolmente un tratto
di strada a piedi. Osserviamo che le mucche,
che incontrimo spesso nel nostro cammino, sono
animali educati, discreti: vanno dove vogliono
e ti ignorano.
Mariola, che in occasione di questo viaggio ha comprato una macchina fotografica
digitale, prova gusto a usarla e di tanto in tanto le chiedo di scattarmi una
foto quando mi passa una mucca accanto, visto che io non mi posso fotografare
da sola. Eccone una, mentre Maria riprende il lago che abbiamo già raggiunto.
A differenza delle nostre, le mucche indiane sono di taglia più piccola
e hanno un gibbo sul collo più o meno pronunziato. Quelle di città vivono
di elemosina o frugano nell'immondizia. Chiedo a Rajesh dove trovano riparo quando
piove. Risponde che vengono ospitate nelle case indiane, sotto qualche tettoia,
e quando la pioggia è cessata, le mandano via. Le povere mucche di strada
offrono il loro latte ai poveri quando ne hanno bisogno. La carità è reciproca.
Il lago è davanti a noi. Appena ci avviciniamo alla riva, accorrono verso
di noi centinaia di grossi pesci baffuti, color del fango. Rajesh spiega che
sono i pesci gatto, considerati sacri a Shiva, a cui è dedicato un tempietto
che tra poco visiteremo. Sono supernutriti dagli indiani e quando c'è gente
si ammassano a riva in attesa del cibo.
Rajesh, come si vede nella foto sopra, ci raduna davanti al
tempietto di Shiva per darci delle spiegazioni, prima di entrarvi pochi per volta,
essendovi poco spazio. All'interno vedremo lo Shivalingam, oggetto
di adorazione. Si tratta del simbolo fallico del dio in congiunzione con il simbolo
del sesso femminile, che rappresentano insieme la creazione.
L'utilizzo di questo simbolo come oggetto di adorazione è una tradizione
senza tempo in India.
Nel corso del nostro viaggio ne vedremo altri, anche di dimensioni maggiori.
Ricordo di avere visto una giovane donna pregare davanti ad uno shivalingam simile
a quello della foto, in un tempietto sotto il livello della strada, in una città in
cui le scimmie vivevano indisturbate come le vacche. Rajesh ci ha detto che le
donne, prima del matrimonio pregano Shiva perché il futuro marito abbia
la virilità del dio.
Lasciamo il lago per andare a visitare la fortezza di Jaisalmer, che ieri sera
abbiamo visto da lontano, al nostro arrivo.
La visione ieri è stata suggestiva: sembrava sorgere dall'oscurità come
un miraggio.
Ho cancellato le foto, perché troppo buie e non rendevano l'idea del fascino
proveniente da una costruzione tanto imponente, che Rajesh dice contenere all'interno
tremila famiglie (tutta la città conta 40 mila abitanti).
Ma oggi il resto della mattinata, fino all'ora del pranzo, è dedicata
alla fortezza di Jaisalmer, che lascerà nella nostra mente un ricordo
indimenticabile.
Arroccata su una collina alta 80 metri, circondata da mura di 9 metri di altezza
con 99 bastioni per una lunghezza di 5 chilometri, sembra creata con la stessa
sabbia del deserto.
All'interno si trovano il Palazzo Reale, templi jainisti e indù, e numerose
abitazioni private: un quarto della popolazione di Jaisalmer vive dentro le mura
della fortezza.
L'arenaria gialla di tutte le costruzioni ha dato a Jaisalmer il nome di "città d'oro".
Fu fondata nel 1156 dal principe Jaisal Singh, che decise di spostare qui la
capitale per consiglio di un santo eremita.
Subì tremendi assedi, che talvolta si conclusero col macabro rito dei
suicidi collettivi, detti "johar": per non cader in
mano ai nemici e conservare il loro onore, le donne e i bambini si gettavano
nel fuoco, mentre gli uomini combatevano fino alla morte.
Entrati nella fortezza,
si ha l'impressione di essere in una città lontana nel tempo. E'
una città nella città, con palazzi,
negozi, bancarelle, stradine strette che con consentono
la circolazione di mezzi motorizzati. E' piacevole
camminare a piedi, senza il frastuono del traffico.
Ci soffermiamo a guardare e fotografare il Palazzo
reale (foto sopra), detto palazzo del Marharawal,
che è in reltà un intricato insieme
di edifici, risalenti a epoche diverse.
Come si vede nella foto, è un notevole esempio
della perizia raggiunta dagli artigiani di Jaisalmer
nell'arte di lavorare la pietra.
Dentro la fortezza ci sono sette templi jainisti.
Ne visitiamo due. E' proibito entrare con oggetti
o capi di abbigliamenti in pelle, perciò consegniamo
borse, borselli, cinture, scarpe ecc.
Davanti a questa folla di figure scolpite, Rajesh
sfodera tutta le sue conoscenze mitologiche raffigurate
sul marmo.

I templi jainisti sono tra le migliori opere
architettoniche dell'India.
Abbiamo appreso qualche nozione fondamentale su alcune religioni indiane, che
sono difficili da capire per un occidentale.
Il jainismo è la dottrina della non-violenza e dell'amore universale.
La regola è "Vivi e lascia vivere, ama tutti e servi tutti",
dove per "tutti" si intende ogni essere vivente (umano, animale,
vegetale), ma anche la terra, l'aria, l'acqua.
Può capitare (ma a noi non è capitato) di vedere fedeli che camminano
spazzando la strada davanti a sé per non calpestare involontariamente
qualche insetto. Altri portano una garza alla bocca per non correre il rischio
di ingerire e uccidere i microrganismi presenti nell'aria.
Il giorno che eravamo arrivati a Bikaner, Rajesh ci ha detto che in una città,
distante da noi una trentina di chilometri, c'è un tempio dove si venerano
i topi, il tempio di "Karni Mata". I fedeli li nutrono con latte, cereali,
cocco, tutti desiderosi di incrociare il passo con un topo bianco, segno sicuro
di buona fortuna. Dopo che i topi si sono saziati, i fedeli mangiano i resti.
Provo disgusto a ricordarmene.
Per il jainismo non esistono un dio o più dei creatori: l'universo è increato
ed eterno. Ogni essere vivente è rappresentazione dell'Eterno a aspira
a separarsi dal corpo materiale per rifondersi nell'Assoluto. L'armonia spirituale
dell'Universo si raggiunge con la pratica della non-violenza e con l'impegno
individuale al fine di liberare l'anima dal ciclo trasmigratorio che la incatena
alla materia.
Nel jainismo, come nell'induismo, è presente il concetto di "karma",
che è l'insieme delle azioni compiute da un individuo nelle vite precedenti:
chi si è comportato bene nelle vite precedenti ha un karma positivo; chi
invece ha fatto del male ha un karma negativo. Nella vita corrente o in quelle
successive pagherà o sarà ripagato per le azioni compiute in precedenza.
A differenza dell'induismo, in cui l'uomo subisce il proprio karma, nel jainismo è l'individuo
che interviene direttamente sul proprio karma ed è responsabile nel processo
della sua liberazione dal ciclo delle trasmigrazioni, per unificarsi all'Assoluto.
In
India vivono circa due milioni di jainisti. I fedeli di questa religione non
ripudiano l'organizzazione castale e si occupano prevalentemente di banche
e di ogni sorta di commercio, che non richieda
uccisione di animali o distruzione di vegetali;
pertanto escludono dalla loro attività l'agricoltura,
perché l'aratro semina morte.
Abbiamo visto visto quanto di più prezioso
sia stato costruito in questa cittadella, nel
corso dei secoli. Ora ci accingiamo a scendere
nella strada che porta all'uscita, camminando
a piedi, soffermandoci frettolosamente davanti
alle bancarelle per acquistare qualche souvernir
e badando a scansare gli escrementi delle vacche,
che ormai siamo abituati a vedere nelle strade.
Una nostra compagna di viaggio purtroppo prova
l'esperienza ripugnante di metterci sopra una
scarpa. Un lustrascarpe indiano si offre prontamente
di rimediare, restituendo, dietro un compenso,
la scarpa pulita.
Si dice che l'India è la terra dei contrasti.
Non può esserci più contrasto di
così oggi: dalle meraviglie dell'arte
indiana . . . alla cacca!
Si torna al meraviglioso
albergo "FORT RAJWADA" per
il pranzo e subito dopo si riparte per un'altra
meta, la città di Jodpur. Un po' di stanchezza
e lo stomaco pieno ci portano sonnolenza. Molti
coprono i finestrini con le tendine blu e cercano
di addormentarsi. Lungo il percorso si fanno varie
soste presso le stazioni di servizio, dove c'è sempre
un bazar dove comprare qualcosa da portare a casa.
Nel tardo pomeriggio una signora ha bisogno di
una toilette. Non essendoci nelle vicinanze alcuna
stazione di servizio, Rajesh fa fermare l'autobus
e la invita a scendere per fare pipì nel
bordo della strada, dietro un cespuglio, nel deserto.
E' quasi buio, non c'è traffico di automobili
e intorno non c'è nessuno. Insieme a lei
scendono altre signore. E' una esperienza insolita
che si aggiunge alle altre del nostro viaggio.
Arriviamo all'Hotel Ummeid di Jodpur un po' dopo le ore 20,00. La serata si conclude,
dopo la cena, con uno spettacolo di burattini.

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