
La
Cina, quando ancora non era vicina
Quando visitai Pechino, nel 1982, la Cina era
ancora un territorio sconosciuto. Il muro di
Berlino non era ancora crollato, piazza Tienanmen
non era ancora stata insanguinata. I cinesi non
avevano aperto ristoranti e take away in tutte
le grandi città occidentali e la Coca-Cola
era arrivata solo da due anni (ma già campeggiava
in un enorme cartellone, l'unica pubblicità a
noi familiare).
Internet, manco a parlarne, non era neppure stato concepito.
L'offerta alberghiera era ancora molto limitata e non era possibile scegliere
tra le centinaia di lussuosi hotel che ci sono oggi, ma l'unico luogo conveniente
per alloggiare era il Grand Hotel Beijing, l’Hotel Pechino, con la sua
aria un po' vecchiotta, le stanze assai spartane e il suo fascino d'altri tempi.
Dall'albergo noi stranieri potevamo uscire soltanto accompagnati. Ci fu infatti
assegnata, fin dal nostro arrivo all'aeroporto, una guida locale: un giovanotto
dal volto olivastro che rispondeva a un nome impronunciabile, che noi semplificammo
in “Ciu-giu”. Ciu-giu parlava l'Italiano e ci fece da angelo custode,
o per meglio dire da ombra, per tutta la durata del soggiorno.
Era lui ad accompagnarci
la mattina a visitare la città in taxi, era lui a portarci a fare shopping
esclusivamente nei grandi magazzini riservati ai
turisti, dove tra la paccottiglia il meglio che potei
comprare fu un campanello cinese per la bicicletta,
che era assai più squillante di quelli in
dotazione alle bici di noi ragazzi in Italia. Nei
magazzini erano anche vendute, a poco prezzo, pietre
di valore, di cui si affrettarono a fare scorta i
turisti che viaggiavano con noi, contrattandoli naturalmente
in Italiano. Non che i rivenditori parlassero la
nostra lingua, ma certo avevano il comune con noi
l'arte di arrangiarsi.

Era forse quell'arte che li spingeva, al calare
delle tenebre, a scendere in strada e a sedersi
a terra sotto i lampioni, con un libro aperto
in mano, per leggere all'unica luce che gli era
possibile procurarsi, mentre intorno a loro la
strada continuava a brulicare di altri cinesi
in bicicletta, vestiti con le divise verdi e
grigie del regime comunista.
Noi turisti non potevamo comunicare con loro,
neanche durante i pasti: per i pranzi e le cene,
venivamo portati dalla nostra guida in ristoranti
frequentati soltanto da stranieri, o comunque
in sale riservate, perché non contaminassimo
con la nostra cultura occidentale i sani principi
di un popolo comunista.
La sera del nostro arrivo,
però, forse nell'impossibilità di
organizzare un dinner sufficientemente isolato,
fummo fatti accomodare a un grande tavolo tondo
in aeroporto, dove ci fu servita una cena, di
cui ricordo soprattutto le piccole ciotole con
un riso completamente scondito e incollato. Eravamo
ben lontani dalla favolosa cucina cantonese che
avrei poi assaggiato all'hotel Mandarin di Hong
Kong. Al ristorante per stranieri, però,
successivamente assaggiai uno dei piatti più buoni
della mia vita: l'anatra laccata alla pechinese,
servita in grandi vassoi, da cui la prendevamo
con una forchetta per poi immergerla in un condimento
bruno.
A Pechino visitammo anche la Città Proibita
imperiale, con un clima caldissimo e soffocante,
benché fossimo solamente in maggio. Era
grandissima; dopo l'ho rivista soltanto nei film
di Zang Yimou.
La nostra partenza si svolse ben prima dell'alba,
naturalmente sotto la scorta del povero Ciu-giu,
con cui ci scambiammo l'indirizzo.
E poi la Cina è arrivata
anche da noi.

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