Viaggi Avventura: racconti di viaggio

 



Viaggio per lavoro

Viaggio per lavoro, viaggio sempre, aerei, treni, automobile, sono la mia casa e il mio ufficio, viaggio senza accorgermene, con auricolare, computer, note-book, penne elettroniche, bluetooth e qualunque altra cosa serva a tenermi connesso col mondo.

Il mio sedile è il mio ufficio, che sia in macchina, in un vagone ferroviario o nella cabina pressurizzata di un velivolo. Viaggio ma rimango sempre ancorato a me stesso, al lavoro, ai contatti, alle consulenze, alle scadenze, ai pareri non rinviabili, agli impegni e ai progetti.
Sono quello che parla ad alta voce nell’auricolare mentre è appeso a una maniglia nel pulmino che lo trasporta all’aereo, e cita cifre, dichiara centinaia di migliaia di euro, azzera bilanci e fa cadere teste.

Sono quello che in aereo si collega appena può, e ha lo schermo pieno di tabelle e di dati imprescindibili, e riaccende il telefonino prima ancora di slacciare la cintura di sicurezza.
Sono quello che guida e parla, o meglio ancora siedo accanto ad uno che guida, mentre parlo, e appena partito è come se fossi già arrivato.

Sono quello che in treno è sempre al telefono, ora ne squilla uno ora l’altro, e il computer è acceso, e le connessioni connesse. Il treno è il mio ufficio preferito. Non devo spegnere nulla, e in più ho sempre il panorama da guardare, che scorre veloce al mio fianco se voglio distrarmi. Ma in realtà non voglio distrarmi mai, perché il mio tempo scorre veloce, e io corro appresso a lui, e tempo per altro non c’è.

E quando sono in vacanza?



In teoria in vacanza non dovrei essere mai, il tempo è denaro, e contatti, e rapporti, e soldi e promesse da mantenere, e scadenze, e responsabilità, e traguardi che si affastellano uno sull’altro, e appena ne hai scavalcato uno c’è n’è un altro da superare più in alto, un ostacolo dietro il qual forse c’è il premio o forse no, il premio non c’è mai ma tu sei solo uno scalino più sopra.
Vacanze non ne dovrei fare, mai.
Invece ogni tanto fuggo.
Ma non viaggio. No.
Io torno.
Torno dove sono già stato, in posti già conosciuti e consueti dove non ho nulla da esplorare, da scavalcare, da scoprire o da conquistare.
Torno in luoghi familiari dove posso essere abitudinario.

La stessa finestra, il medesimo panorama, sempre uguale negli anni, e i soliti quattro passi fino all’identico tavolino, e quelle poche cose da mangiare, sempre le stesse, e la musica di sottofondo, me la porto appresso ed è sempre lei, e i visi conosciuti, e le due chiacchiere rassicuranti che non significano nulla e non ti fanno scoprire niente, e lo sguardo che spazia lontano sempre sugli stessi confini, e il silenzio.
Il silenzio.

Il silenzio in cui la mia mente può spaziare, lei sì che viaggia, e si apre a mondi inesplorati, ad orizzonti sconosciuti, e allora io viaggio con lei, e sono quel bambino che gioca a palla contro il muro da solo, o quella ragazza con la gonna corta e le gambe abbronzate che si affretta chissà dove e mi sbircia distratta, un uomo insignificante seduto ad un tavolino dietro gli occhiali da sole.
Oppure sono la vecchia signora che forse va in chiesa, o forse va dal suo amante, è possibile amare a qualsiasi età, o forse…

Io sono tutti loro, vivo con la mente dentro la testa di ognuno di loro, e sogno, e esploro, e costruisco le loro storie e le loro esistenze, affronto tante e tante possibilità, e mi innamoro di ciascuno di loro e della vita che forse fanno, o forse gli faccio fare io.



Poi, dopo giorni di vacanza e di viaggio e di sogno dentro di loro, ne scelgo uno, uno qualsiasi, la ragazza, il bambino, la vecchia signora, la mamma trafelata, l’uomo d’affari in giacca e cravatta, l’imbianchino, chiunque, uno qualsiasi, e lui diventa mio. Pianifico con cura, è nel mio istinto, fa parte della mia altra vita, e poi non lo seguo più solo con lo sguardo, il mio prescelto.

No, sono dietro di lui nel buio, il mio passo un attimo dopo il suo, il mio respiro un fiato dopo il suo, la mia mano sopra di lui, e ad un certo punto la sua vita è mia, e il suo viaggio è finito, finito per sempre.

Dopo, terminate le vacanze, torno alla mia vita. Torno al correre frenetico da una stazione a un aeroporto a un parcheggio, su strada, su rotaia o nei cieli, a volte perfino in nave, avanti e indietro, al cellulare, su internet, sono dovunque e in ogni luogo, sono quello che parla dietro di te, e sussurra vicino al tuo orecchio cifre e decisioni e ratifica impegni.

Ma non temere, non sono ancora in vacanza.

 

by Diana Lama Torna alla lista
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