
San Juan
Chamula
E’ passato un mese dal breve viaggio in
Messico (tredici notti e dieci giorni sono pochi
per un paese grande sei volte e mezzo l’Italia),
viaggio che ho cercato di dilatare guardando
e riguardando le riprese con la telecamera, scorrendo
sul monitor del computer le seicento fotografie
digitali scattate, aggiungendo sotto ogni foto
uno scritto per fissare nella memoria quello
che ho appreso sul luogo fotografato e le sensazioni
provate. Tutto mi è piaciuto del viaggio:
le piramidi immense di Teotihuacàn, quelle
di Palenque e di Chichèn Itza soffocate
dalla giungla e tante altre che non immaginavo
così numerose. Sapevo delle favelas di
Città del Messico, viste più di
una volta nei documentari televisivi, ma non
sapevo nulla del Chiapas. Per questa mia ignoranza
il Chiapas ha lasciato nella mia mente una traccia
molto forte insieme a una sensazione di mistero
che emana da tutto ciò che è stato
sconosciuto, che non è stato mai immaginato
e che perciò si rivela all’improvviso,
cogliendoci impreparati e attoniti.
L’unica
strada che attraversa il Chiapas è tagliata
nella giungla verdissima. Dopo ogni curva i rilievi
della Sierra Madre ricoperti di foreste apparivano nella loro lussureggiante
vegetazione in colori e forme sempre diverse che io cercavo di catturare con
la telecamera per portarmele a casa e rivederle, timorosa che la memoria, con
il trascorrere del tempo, avrebbe sbiadito immagini e colori. Ciò però che
mi ha scosso di più del Chiapas è il villaggio indigeno di San
Juan Chamula. Gli abitanti sono discendenti dei Maya. Pelle bruna, olivastra,
statura piccola, capelli neri, lisci, lucidi. La scuola è obbligatoria
sulla carta, ma la maggior parte dei bambini non ci vanno, perché è distante
dalle loro capanne e non hanno mezzi di trasporto se non le proprie gambe.
La
guida ci aveva raccomandato di non fotografare
e di non filmare. Nei tempi passati gli indigeni
non consentivano le visite degli stranieri, perché gelosi
della loro vita privata e delle loro tradizioni.
Ora consentono che gli stranieri entrino a pagamento
nella loro unica chiesetta perché hanno
bisogno di denaro per mantenerla.
Nel villaggio c’è una sola stradina
con alcune case in muratura, per lo più negozi.
Sono considerati ricchi quei pochi che hanno in
casa l’acqua e l’elettricità.
La stradina arriva in una grande spianata di terra
battuta senza case intorno, dove uomini e donne
del luogo, accoccolati a terra, espongono la loro
povera mercanzia su delle stuoie. I bimbi, scalzi
e sporchi, tendevano una mano e chiedevano un peso.
La guida ci aveva raccomandato di non dare alcuna
moneta ai bambini, per non abituarli all’accattonaggio.
Alcune bimbe portavano addosso un fratellino o
una sorellina più piccola dentro un telo
di stoffa che le avvolgeva e che si annodava sul
petto. Donne e bambine portano rozze gonne pelose
di lana nera spessa e ruvida, nonostante
il caldo.

La Chiesetta, unico edificio
della piazza, è bianca, con decorazioni verdi e blu, sormontata da tre
campane e una croce. Di fronte alla chiesa una grande croce si erge su un podio
di tre gradini. Dietro si estende la giungla a perdita d’occhio, che nasconde
le capanne degli indigeni. Nessun segno della nostra civiltà era visibile.
Il tempo sembrava fermo all’epoca precedente l’arrivo degli spagnoli.
Entrammo senza immaginare quello che ci aspettava. Il fumo dell’incenso
e le luci di miriadi di candele accese sul pavimento e su alcuni tavolinetti
offrivano uno spettacolo allucinante, simile ad una cappella di cimitero il giorno
dei Morti, dove si accendono i lumini. Ma i lumini della chiesetta di Chamula
erano moltiplicati per mille. Le famiglie stavano accoccolate sul pavimento coperto
di aghi di pino (non c’erano banchi o sedie) e una sola persona per ogni
gruppo pregava litaniando nella lingua locale in modo lento, ripetitivo, per
un tempo interminabile. Erano presenti anche i bambini, che se ne stavano tranquilli
accanto ai familiari.
Oltre alle candele ardenti, si vedevano allineate a terra, attorno ad ogni gruppo
familiare, tante lattine di Coca-Cola e di altre bibite. La Coca-Cola, legata
nella mia mente alle immagini del mondo moderno, mi sembrò una nota stonata
in quell’atmosfera primitiva.
La guida diceva che dopo un’ora e mezzo di monotona litania, l’orante
cade in trance. Colui che prega, spiegava la guida, è lo sciamano, che
chiede al santo, a cui si rivolge, un favore: ad esempio la guarigione di un
ammalato. Egli fa da tramite tra la terra e il cielo.
Ci fermammo ad osservare
un gruppetto di persone che seguiva assorto la preghiera di uno
sciamano. Nessuno, neanche i bambini, si lasciava
distrarre dalla nostra presenza. Accanto a lui
stava inginocchiata una donna dall’aspetto
sofferente.
A lei erano rivolte le sue attenzioni. Dopo aver
apposto la mano sulla sua testa e averla segnata
sulla fronte, lo sciamano le fece bere alcune pozioni,
che la donna accettò, fiduciosa nel miracolo
della guarigione. Alla fine del rito lo sciamano
sollevò in alto, verso il fumo dell’incenso,
una gallina, che se ne era stata cheta cheta, come
stordita, sul pavimento accanto a lui. Tre volte
la sollevò in alto, poi le tirò il
collo e l’animale, dopo qualche fremito,
si acquetò per sempre sul pavimento.
Chiesi sottovoce alla guida se la gallina sarebbe finita in pentola. Mi rispose
che con quel rito lo sciamano aveva trasferito la malattia dal corpo della donna
ammalata alla gallina, che per questo era stata sacrificata. Pertanto la gallina
andava buttata via.
Prima della venuta degli spagnoli, gli indios facevano alle loro divinità dei
sacrifici umani. Avendoli gli invasori spagnoli vietati e imposta la religione
cattolica, gli indigeni continuarono i sacrifici sostituendo gli esseri umani
con gli animali, quasi sempre galline.

Girando lo sguardo verso un altro gruppo di persone, a pregare era una donna
mentre allattava un bimbo. Come lo sciamano, ripeteva le stesse parole, con lo
stesso monotono ritmo. Accanto a lei, distesa e con le zampe legate, un’altra
gallina se ne stava immobile, come se fosse stata drogata. Anch’essa fece
la stessa fine. Maria Elena, che non aveva mai visto ammazzare una gallina, era
inorridita. Io le spiegai che da bambina parecchie volte avevo visto la mia mamma
o la nonna ammazzare allo stesso modo il pollo che veniva portato fumante sulla
tavola e che quell’immagine di morte, una volta per me abituale, ora lontana
nel ricordo e rinvenuta nella memoria, non suscitava in me lo stesso raccapriccio
che in lei.
Girammo il perimetro della chiesa per guardare le statue dei santi nelle nicchie.
A differenza delle nostre statue, quelle di Chamula (ma anche tutte le altre
del Messico) erano vestite con abiti di stoffa. I santi, che hanno gli stessi
nomi dei nostri, portavano parrucche di capelli veri e ciglia vere incollate
sul bordo delle palpebre. Ai miei occhi nessuna sacralità emanava
da quelle statue; anzi avevano qualcosa di carnevalesco. Pur movendoci in silenzio
nella chiesa, mi pareva però di violare con la sola nostra presenza, con
la nostra curiosità, l’intima spiritualità di quella gente,
gelosa del proprio culto e delle proprie tradizioni. Prima di lasciare la chiesa,
mi fermai un po’ a guardare per l’ultima volta quello strano luogo.
Uscii all’aria aperta con la strana sensazione di aver fatto un salto indietro
nei primordi della storia.
Riflettei che l’uomo,
da quando ha cominciato a pensare, ha considerato se stesso superiore agli altri
esseri viventi, ma ha sentito sempre il limite delle sue capacità, sia
fisiche che intellettive, di fronte a fenomeni naturali non controllabili dalle
sue forze. Nacque nella sua mente l’idea della divinità che può tutto,
che sa tutto ciò che a lui non è dato sapere. Gli esseri viventi
nascono e muoiono. Ma l’uomo, che si considera superiore, non può rassegnarsi
alla transitorietà della vita terrena; perciò si è creata
una vita ultraterrena dove possa continuare a esistere, ma solo lui, per l’eternità.
Ho visto pregare gli indios
di Chamula davanti alle statue dei santi cattolici. Ho visto pregare i cinesi
davanti alle statue dei templi buddisti. Ho visto pregare i fedeli cattolici
nelle nostre chiese. Ho pensato che questo intimo desiderio di contatto con il
divino accomuna tutti gli uomini della terra, in qualsiasi longitudine e latitudine
si trovino e a qualsiasi religione appartengano, monoteistica o politeistica.
Tutte
le religioni del mondo hanno la stessa radice.
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