
Lo Zen
e l'arte del Te
Negli ultimi decenni si è notata, in Italia, una lenta ma progressiva
diffusione delle culture orientali sotto forma di moda, religione e stile di
vita. Per quanto spesso tali culture siano considerate un tutt’unico, spiccano
per importanza e diffusione lo yoga e il buddhismo che in una sua forma tipicamente
nipponica, lo zen, ha colpito l’immaginario collettivo tanto da divenire
in principio una moda dal gusto orientaleggiante, in sèguito un vero e
proprio punto di partenza per comprendere la cultura nipponica. Di fatti, molte
delle arti tradizionalmente legate allo zen cominciano ad interessare gli italiani.
Tanto per citare alcuni esempi, ci sono i concorsi di Haiku (breve componimento
poetico spesso ermetico), corsi di preparazioni del tè (secondo il modello
della cerimonia del tè giapponese), mostre di scrittura e da sempre corsi
di arti marziali che per primi hanno cominciato a destare l’interesse di
molti verso l’Oriente.
Non va dimenticato, tuttavia, che lo zen resta relegato, principalmente, in un àmbito
prettamente elitario e rappresenta uno “stile di vita” ancora accessibile
a pochi.
Lo Zen non conosce dèi, non ricerca l'immortalità e non ammette
concetti come peccato o anima.
La pratica fondamentale dello Zen è lo zazen, che viene intrapresa al
fine di ottenere le condizioni ottimali per vedere direttamente in se stessi
e scoprire nella purezza della propria esistenza la vera natura dell'essere.
Lo Zen crede che la persona comune sia presa in un groviglio di idee, teorie,
riflessioni, pregiudizi, sentimenti ed emozioni tali che non le permettono di
cogliere la verità e la realtà ma solo frammenti di essa. Lo scopo
dello zazen è dunque quello di liberare l'individuo e di consentirgli
di entrare in modo pieno e diretto nella realtà.
In particolare, la cerimonia del tè, nella sua essenza, è l’espressione
sintetica degli aspetti fondamentali della cultura giapponese. In quanto tale
si è conservata nei secoli e nonostante l’inevitabile commercializzazione,
avvenuta nell’immediato dopoguerra, è riuscita a preservare la sua
simbologia al di là dell’innegabile aspetto folkloristico ad essa
connesso.

In ambiente religioso, dove trovò una
duratura collocazione nei secoli, le foglie della
sua pianta venivano considerate tra l’altro
un ingrediente fondamentale di quell’elisir
di lunga vita invano vagheggiato dai monaci taoisti.
I monaci buddhisti inoltre attribuirono agli
infusi preparati col le foglie di tè una
ulteriore proprietà: quella di favorire
la concentrazione.
Di fatto proprio i monaci se ne servivano estensivamente durante le lunghe ore
di meditazione per combattere la sonnolenza. L’uso del tè come bevanda
era certamente assai diffuso in oriente.
Il tè giunse in Giappone per la prima volta intorno al X secolo ma fu
il XIII secolo a testimoniarne la diffusione a seguito dello sviluppo della dottrina
Zen, una forma di buddhismo contemplativo mutuata dalla Cina.
La tradizione attribuisce al monaco buddhista Eisai (1141-1215) il merito di
aver introdotto il tè in Giappone. Si narra che Eisai avesse trascorso
un certo periodo in Cina studiando lo Zen e che al suo ritorno in Giappone avesse
portato con sé i semi di quella pianta magica e che avesse iniziato a
coltivarla nel giardino del monastero. Al pari dei suoi antenati cinesi egli
era convinto delle svariate proprietà officinali della pianta.
Fu solo
in un momento successivo però che il tè si diffuse come forma di
intrattenimento, sia per gli ospiti del monastero che per gli stessi monaci.
E in qualità di intrattenimento dunque il tè si trasformò presto
in teismo, ovvero culto del tè, il Chanoyu (letteralmente "acqua
per il tè"), e avvicinandosi sempre più all’arte cominciò a
dissociarsi dall’ambiente esclusivamente monastico.
Il Sado, la via del tè,
nella sua sobrietà rappresentava quella
costante ricerca della semplificazione che è tipica
dello Zen e dallo Zen mutuava il suo peculiare
senso estetico, propriamente quella sensuale
consapevolezza del Vuoto espressa dal concetto
di Wabi. Il Chanoyu si diffuse a partire dal
XV secolo grazie ad altri monaci zen che lo adattarono
ai gusti giapponesi e progressivamente fecero
di esso una forma artistica e nel contempo furono
iniziatori di varie scuole, alcune delle quali
ancora oggi fiorenti.

ll tè che si usa nella cerimonia non è il
comune tè in foglie che
si immerge in acqua calda. Si tratta
di un tè dal caratteristico
colore verde brillante, finemente
polverizzato e disciolto in acqua
calda con un frullino di bambù.
Ne risulta una bevanda densa, leggermente
spumosa, da un caratteristico sapore
amarognolo assai diverso da quello
del tè comune. Uno scrittore
cinese lo ha infatti poeticamente
definito "spuma di giada
liquida".
Acqua, terra, fuoco, legno, metallo
Nella cosmogonia dell'estremo oriente sono
gli elementi fondamentali che costituiscono
ogni cosa, e sono presenti nella Cerimonia
del Tè.
L'Acqua, purificatrice e apportatrice
di vita. Nella Cerimonia è presente sia
acqua fredda, che calda, cioè sia lo Yin
che lo Yang
Terra: è presente comel
vasellame di terracotta o porcellana. Alcune
ceramiche, ad esempio le ceramiche Raku, hanno
un'aria volutamente "terrestre", con
colori presi dalla natura
Fuoco: il braciere
Legno: molti degli oggetti
usati sono di legno
Metallo: il bollitore in ghisa
La
cerimonia del tè si divide in tre
momenti distinti:
- Kaiseki un pasto leggero consumato
prima del tè;
- Koicha il tè denso;
- Usucha il tè leggero.
La cerimonia nella
sua interezza richiede molte ore per cui, riservando
la cerimonia completa alle occasioni speciali,
generalmente ci si limita al solo momento dell’Usucha.
Un elaborato codice di etichetta regola tutte
le fasi della cerimonia a partire dal numero
di giorni di anticipo con cui si estende un invito
(generalmente non più di cinque), al rituale
lavaggio delle mani prima di accedere alla sala
del tè, al posto da occupare durante la
cerimonia, sia per gli ospiti che per il padrone
di casa, alla designazione dell’ospite
d’onore, al modo di servire e di bere il
tè. La rigida osservanza delle regole
formali altro non è che un modo per assicurare
che nulla di imprevisto turbi la decorosa serenità e
armonia di spirito associata alla cerimonia stessa.
L’Usucha e il Koicha rappresentano visivamente
due momenti distinti della cerimonia e il rituale
ad essi associato è infatti diverso. Il
Koicha prevede l’uso di un’unica
tazza da cui ogni ospite beve solo pochi sorsi.
Il protocollo prevede che prima di portare la
tazza alle labbra la si ammiri; dopo aver assaggiato
il tè ci si complimenti per il sapore
e poi si bevano ancora un paio di sorsi prima
di passare la tazza all’ospite vicino avendo
accuratamente asciugato con un tovagliolo la
parte da cui sia ha bevuto.
Finito il giro è possibile
che l’ospite più importante chieda
di ammirare nuovamente la tazza per apprezzarne
la qualità. Nel caso dell’Usucha
il protocollo è leggermente diverso. Ogni
ospite infatti beve tutta la tazza di tè,
poi con le dita asciuga il bordo e si asciuga
le mani con un tovagliolo, e restituisce la tazza
al padrone di casa che la lava con acqua calda
e dopo averla asciugata la riempie di nuovo per
servire un altro ospite. La tazza viene data
all’ospite presentando la parte più bella.
L’ospite a sua volta avrà cura di
girarla in modo da non bere dalla parte migliore

Il buddhismo Zen non solo ha creato
la cerimonia del tè conferendo ad essa spiritualità e
profondità, ma ha permeato e spiritualizzato
la stessa sala adibita al suo culto. La sala da
tè può essere una unità separata
dal resto della casa (sukiya) o far parte della
casa stessa. Le dimensioni della classica sala
da tè sono di quattro tatami e mezzo, con
il mezzo tatami al centro.
Al centro è posta
la teiera mentre gli ospiti, non più di
cinque per le piccole dimensioni della stanza,
si dispongono sui rimanenti quattro tatami. La
sala da tè, per dimensioni e semplicità,
contrasta spesso con il resto della casa. In essa
si vuole creare un’idea di raccoglimento
e di semplicità. Si differenzia da un soggiorno
perché è chiusa su tutti e quattro
i lati, rappresentando uno spazio isolato e recluso
molto suggestivo.
La luce vi filtra poco e l’unico
elemento decorativo è dato dal tokonoma
(sorta di pannello decorativo verticale) che può ospitare
un dipinto importante o una composizione floreale.
La spoglia eleganza di questo locale, basata solo
sulle gradazioni del buio, permette all’animo
umano di liberarsi dai legami della vita mondana,
librandosi verso più alti valori spirituali.
La vera realtà della stanza è il
vuoto che, in quanto tale, permette una infinità di
interpretazioni e libertà di movimento,
sia in senso spirituale che fisico.
"Solo nel vuoto
infatti trovano espressione e realizzazione la
vasta gamma di emozioni estetiche e solo attraverso
il vuoto l’uomo riesce a superare i suoi
limiti fisici e intellettuali, morali e spirituali."
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