
I Mongoli
Si dice che l'immensità del paesaggio
della Mongolia, fra i più spogli al mondo,
possa creare sgomento a chi non vi sia nato.
La steppa è per questo il regno dei Mongoli.
Le popolazioni mongole sono moltissime, diffuse,
nel corso dei millenni, nell'Eurasia. Si pensi
alle varie tribù dei Turchi, loro cugini
stretti, o ad alcune tribù in Siberia,
Cina e India. Si tende però ad identificare
i Mongoli con un'unica tribù, quella dei
Khalkha, celebre per le gesta di Gengis Khan.
Fin dai tempi antichissimi i Khalkha erano pastori
erranti nella taiga e nei deserti subsiberiani,
dediti all'allevamento di bestiame, adoravano
Tengri, un dio uranico; tutti gli altri dei venivano
consultati e controllati dagli sciamani. La religione
professata dai mongoli prevedeva riti e forme
di culto curiosi e superstiziosi: il sacro rispetto
per l'acqua era tale da vietarne praticamente
l'uso, salvo soddisfare la sete. L'unico mezzo
consentito ed usato per fare il bagno, era quello
di raccogliere l'acqua con la bocca e quindi
spruzzarsela addosso.
Nella casa di ogni principe, un focolare sacro
era custodito in continuazione da un apposito
funzionario, in segno di rispetto al fuoco, era
proibito vibrare colpi di scure vicino alla fiamma,
spingervi dentro il combustibile con i piedi,
mescolare la cenere con l'immondizia.

Gengis Khan, per assumere il pieno potere, si appoggiò al culto del dio
Tengri che era fuori dalla portata degli sciamani e principio imperiale. I Mongoli
più tardi abbracciarono il Buddhismo lamaista, il profondo rispetto che
i mongoli nutrono da sempre per il buddhismo tibetano è testimoniato dai
solidi e antichi rapporti che legano la Mongolia al Tibet.
Erano abili cavalieri, spietati guerrieri e quasi invulnerabili, furono creduti
dai cristiani diavoli usciti dal Tartaro e per questo chiamati “Tartari”.
I Mongoli sono rimasti nomadi, i loro usi e costumi non sono cambiati molto.
Il Buddhismo che in Tibet ha contribuito ad una pacificazione di intenzioni e
di cultura sorprendenti non ha affatto addolcito i loro costumi. La maggior parte
dei Khalkha è tuttora nomade e vive nelle tende, ger, disprezzando gli
abitanti della città.
I ger sono organizzati con uno schema interno universale:
l'ingresso si affaccia sempre verso sud; sul fondo, leggermente verso ovest,
si trova il posto d'onore riservato agli ospiti; ugualmente in fondo c'è il
khoimor, il posto degli anziani e delle proprietà più apprezzate,
l'altare di famiglia con immagini buddhiste, foto dei congiunti e borse da viaggio.
Le danze tsam, eseguite per esorcizzare gli spiriti maligni, si basano sul nomadismo
e sullo sciamanesimo. Messe al bando durante gli anni del regime comunista, oggi
le danze stanno tornando a nuova vita. Il canto mongolo chiamato khoomi, viene
eseguito da voci maschili sapientemente impostate in modo da produrre corposi
suoni armonici di gola e più note in una stessa emissione. La musica e
la danza mongole implicano sempre un certo grado di contorsionismo.

Dopo la caduta del comunismo, con la riapertura
dei monasteri buddhisti, la Mongolia è tornata
alla propria dimensione mistica e primitiva dei
riti sciamanici.
Oggi i mongoli riescono a conciliare
con disinvoltura il culto buddhista con quello
sciamanico: quasi la totalità della popolazione
crede in Buddha e negli sciamani. Il territorio
mongolo è punteggiato dagli ovoo, altari
di pietra e rami che segnano, secondo antiche
mappe esoteriche, la presenza degli spiriti.
Ogni persona che incontra un ovoo gira tre volte
intorno in senso orario e getta un’offerta,
che vale sia in funzione buddhista che sciamanica.
Pare che l'integrazione sia un problema dei senza
spirito, la coesistenza premia sempre donando
spessore e grazia ai popoli che la sperimentano.

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