
Le città sommerse
India
Una città sotto il mare, risalente a 7.500 anni fa, è stata scoperta
nei pressi di Cambay, sulla costa nord-occidentale della penisola indiana, dai
geologi del National Institute of Ocean Technology. L'evento, se confermato dalle
ultime indagini ora in corso, imporrà un arretramento dell'orologio della
storia di ben 4.000 anni.
Fino ad oggi infatti, la palma della città sommersa più antica
spettava a Uruk (Mesopotamia), fondata nel 3.500 avanti Cristo dal re Gilgamesh.
Ed era in buona compagnia. A cominciare dalla mitica Atlantide, passando attraverso
il porto egiziano di Heracleion (IV secolo a.C.) e fino all'ultima scoperta indiana,
sono migliaia i ritrovamenti e le scoperte sottomarine che fanno tremare un mondo
in apparenza immobile e riflessivo come quello della geologia. Anche grazie ai
relitti di navi che, cariche di reperti, rappresentavano uno dei mezzi di trasporto
più usati dagli uomini di ogni tempo.
Nella più classica delle tradizioni la scoperta è avvenuta per
caso nel maggio scorso. Durante una ricognizione nel golfo di Cambay per monitorare
il livello di inquinamento della zona i sonar hanno rivelato la presenza sul
fondale, a 40 metri sotto il livello del mare, di una serie di strutture geometriche.
Dopo i primi rilievi, queste si sono rivelate molto simili agli edifici delle
città sorte lungo la valle dell'Indo verso il 2.500 prima di Cristo: una
acropoli, una grande piscina, fondazioni di edifici, cortili, scale e canali.
Bagni, piscine e canali sono la caratteristica principale della "civiltà dell'acqua" dell'Indo,
che si è espansa nel corso degli anni anche verso Est come testimoniano
centri importanti come il porto di Lothar.
Ulteriori indagini sono ora in corso anche se molte sono le difficoltà che
i geologi devono affrontare. Nel Golfo di Cambay infatti le correnti sono talmente
forti da non permettere ai sub di immergersi. Nella seconda ricognizione, a novembre
2001, ci si dovette dunque accontentare di nuove immagini sonar e di strumenti
in grado di penetrare il fondale marino di oltre dieci metri. Si individuò così il
letto di un antico fiume seguendo il quale per nove chilometri si trovarono tracce
di edifici per tutta la lunghezza del percorso. Con una draga si portarono in
superficie ceramiche e perle, ossa e denti, pezzi di sculture e di legni incisi.
E uno di quei legni, analizzati al carbonio 14, ha fornito in questi giorni il
responso definitivo sulla datazione dei reperti. Incredibilmente risalenti a
ben 9.500 anni fa.

Ma questo non è che l'inizio di una lunga
storia che, solo se confermata da altre analisi,
permetterà di aggiornare i libri di storia
dando all'India quel primato che oggi spetta
alla Mesopotamia. Se è vero che 11.500 anni fa nella costa
occidentale dell'India il livello del mare era
100 metri più basso di oggi e che questo
si è alzato progressivamente fino ai livelli
attuali, circa 6.000 anni fa con le ultime glaciazioni
questo non vuol dire che - pur coincidendo alla
perfezione date e periodi - ci si possa fidare
ed affidare all'analisi di un solo reperto ligneo,
per esser certi di aver fatto una scoperta così importante.
Il primato di altre città sommerse, già venute
alla luce e certificate da scavi geologici epocali,
non è per ora quindi scalfito. Tra
queste, oltre a Uruk - la più antica
per ora - ricordiamo: Samsat, in
Turchia, nella regione di Urfa, dove
templi e monumenti di 7000 anni fa giacciono
ora sott'acqua a causa delle dighe costruite
sull'Eufrate; Tell Brak e Tell Hamoukar
in Siria, entrambe risalenti agli inizi
del IV millennio; così come Arslantepe
in Turchia, dove una missione archeologica italiana
conduce i suoi scavi fin dal 1961.
Turkia
La visita al borgo di Kale e alla rada
di Kekova svela un
tratto di costa ricchissimo di memorie archeologiche.
Il villaggio isolato di Kale Köy, l’antica
Simena, si raggiunge solo via mare o a piedi.
Sormontato dai bastioni di un ennesimo castello
dei Cavalieri di San Giovanni che racchiude all’interno
i resti di un teatro e dall’acropoli dell’antica
Simena, è una zona archeologica protetta
dove non è permesso costruire. Non ha
strade e solo poche case in pietra, taverne e
pensioni più che spartane, ma affacciate
su uno specchio d’acqua dal quale emergono
rocce, sarcofaghi a carena rovesciata, isolotti
e promontori pieni di resti antichi. Nel
braccio di mare fra Kekova e Kale affiorano gradini
di roccia, forse i resti di un porticciolo ellenistico.
Ovunque si giri lo sguardo, la rada è punteggiata
di rovine, visibili lungo la costa, sul crinale
del paese o a filo d’acqua. Da Kale, o
da Uçagiz (raggiungibile in auto con una
deviazione dalla 400), si parte in barca per
esplorare la baia, costeggiando le rovine sommerse
della città bizantina distrutta da un
terremoto, sull’isola di Kekova.
..."Anche le acque della vicina baia di
Kekova custodiscono il segreto di una città sommersa,
che per non danneggiare i fondali si esplora
a bordo di agili barchette che partono dal porticciolo
di Ayagzi, nella baia di Demre, e scivolano leggere
sul dedalo di rovine licie. Demre è il
punto di partenza anche per l'imperdibile escursione
a Myra, 5 km nell'interno, la tappa più suggestiva
prima di far rotta per Kemer, capolinea delle
crociere lungo la Costa Turchese. Città tra
le meglio conservate della Licia, Myra ha un'impressionante
necropoli rupestre, un teatro romano del II secolo
a.C. e un santuario dedicato a San Nicola, che
fu vescovo della città ma è passato
alla storia come protettore dei naviganti. Forse
non è un caso, quindi, se lungo le coste
turche si dipanano rotte tra le più incantevoli
del Mediterraneo..."

Mar Nero
..."La verità consiste
nel fatto che quattro città giacciono
sotto l'acqua da Cadice a Gibilterra e sono sommerse
da almeno 36 metri di banchi di sabbia continentale.
Se si considerano 3 metri per ogni 1000 anni
d storia documentata, possiamo osservare delle
città sprofondate, altamente sviluppate,
i cui resti risalgono ad almeno 9.000 anni fa
o anche di più (cfr. www.web-hed.com/amra).Anche
se questi resti non fossero de Atlantide, una
tale evidenza comporterebbe comunque il riconoscere
che gli inizi della civiltà risalgono
almeno a 5.000 anni prima della città egiziane.
Al tempo del diluvio universale, sopravvisse
solo 1'1% della popolazione, probabilmente rifugiata,
secondo i resoconti biblici, sul monte Ararat
in Turchia. D'altra parte, Gerico nella Terra
Santa è databile al 9200 a.C.: ciò comporterebbe
che i sopravvissuti di Atlantide portrebbero
essere rimasti per generazioni in cima al monte
Ararat prima di scendere per fondare una città al
livello del mare simile alla "casa ancestrale" che
ricordavano, Atlantide.
Le
leggende di tutte le popolazioni
parlano del diluvio universale, inclusi
gli Indiani Navaho nel sud-ovest
degli Stati Uniti e i Maya in Messico.
Anche dei blocchi di ghiaccio prelevati
al Polo Nord forniscono prove di
un diluvio nel 9.600 a.C., e alcune
iscrizioni nei pressi di Gibiliterra
raffigurano delle persone che fuggono
dal diluvio su delle imbarcazioni.
Si crede che i sopravvissuti di Atlantide
abbiano navigato attraverso la Spagna
e il Mediterrraneo.
Infatti, la Sicilia potrebbe essere
stata un primo luogo di sopravvivenza
per gli Atlantidei come anche Matla
e Cipro, dove sono state identificate
testimonianze di civiltà avanzate databili
al 7500 a.C.Altri sopravvissuti de Atlantide
si diressero verso il Nord Europa, nell'attuale
Irlanda, e forse sono arrivati fino al fiume
Danubio.
Italia
Ad occidente di Napoli si estende
la regione dei Campi Flegrei (dal
greco flegraios = ardente) di cui
fa parte anche Baia che fu la città più sontuosa,
più ricca e più lussuriosa dell'impero
romano.
Immersioni nel parco archeologico di Baia Sommersa
Città sommersa (-5 m)
Sito archeologico di straordinario interesse scoperto
nel 1956 dal comandante Raimondo Bucher. Sono visibili
i resti dell'antica città romana di Baia,
sprofondata anticamente in mare a causa del bradisismo e definita da molti la "Pompei
subacquea". Mosaici, colonnati e perimetri di edifici rendono suggestiva
questa meravigliosa immersione.
Villa dei Pisoni (-6 m)
Rappresenta il primo nucleo del Parco Archeologico di Baia Sommersa. Si tratta
di un percorso sagolato ed illustrato che si snoda fra i resti di una antica
villa patrizia dell'epoca imperiale romana appartenuta alla famiglia dei Pisoni
e successivamente confiscata da Nerone. Oltre ai resti dei colonnati e dei corridoi
che circondavano un grande giardino, sono visibili una fontana ed una piscina
termale, di grandi dimensioni, perfettamente conservate e divenute oggi sede
di una colonia stanziale di corvine.
Villa a Protiro (-6 m)
Situata all'interno del Parco Archeologico di Baia Sommersa, come la precedente,
si avvale anch'essa di un percorso sagolato. I marmi, i resti di affreschi e
uno stupendo mosaico perfettamente conservato, accompagnano il visitatore lungo
tutto il percorso che mena anche a resti di antiche botteghe ed impianti termali
con condutture tutt'ora efficienti. Colonne marmoree e resti di anfore e manufatti
sono visibili in gran numero.
Secca Fumosa (-13 m)
Visibili i resti della barriera frangiflutti dell'antico Portus Julius. In tale
zona è ben evidente il fenomeno delle "fumarole", colonne di
bolle gassose di origine vulcanica che si sprigionano dal fondale. Presenti anche
sorgenti di acqua calda ed una ricca fauna.

Egitto
..."Abbiamo identificato due siti
che mostrano i resti di costruzioni
imponenti.Il primo, a circa due chilometri
dalla costa corrisponde a Menouthis".
Una parte di questo luogo, che emerge dal sedimento, era già stata parzialmente
studiata negli anni Trenta dal principe Omar Tousson, un pioniere delle ricerche
subacquee nella Baia di Abu Qîr", "ma i mezzi dell'epoca non
gli avevano permesso di approfondire le ricerche e di scavare con sistematicità.i
primi risultati non si sono fatti attendere a lungo. "A Menouthis abbiamo
già rinvenuto numerose statue le cui teste faraoniche risalgono alla ventesima,
alla venticinquesima e alla ventiseiesima dinastia","una
magnifica statua a grandezza naturale di Iside d'epoca tolemaica in granito nero
e diverse parti mancanti del famoso Naos delle Decadi. Questa è forse
la scoperta più importante della prima fase dei lavori". Un frammento
di questo piccolo tempio in granito nero, voluto dal faraone Nectanebo I, che
regnò dal 380 al 362 a.C., era già stato recuperato nel 1777 da
Sonnini de Manoncour ed è oggi custodito al Louvre di Parigi. Nel 1934,
il principe Omar Toussoun ne ritrovò un secondo pezzo, nella Baia di Abu
Qîr, oggi esposto nel Museo Greco-Romano di Alessandria.
Quelli recuperati recano numerose immagini
e iscrizioni geroglifiche che rappresentano
e spiegano i percorsi delle 36 decadi, i periodi di dieci giorni definiti dall'apparizione
e dalla scomparsa in cielo di importanti stelle chiamate Decani, che sono alla
base del calendario egizio. Inizialmente le osservazioni di questi astri erano
utilizzate per contare le ore notturne, poi, a partire dal IX secolo a.C., gli
egizi cominciarono ad attribuire loro la capacità di influire sul destino
degli uomini. "Queste iscrizioni e questi geroglifici sono un vero documento
astrologico che contiene delle previsioni sull'influenza che ogni decade può avere
sulla natura, sugli animali, sulle comunità umane e sulla salute individuale.
Ma anche sui faraoni, sulle personalità pubbliche
e addirittura sugli stati confinanti". Considerando
che i testi astrologici che conosciamo, di origine
greca, sono datati III secolo avanti Cristo, due
secoli dopo il Naos delle Decadi, è facile
comprendere come i frammenti recentemente recuperati,
integrando i pochi pezzi che già si avevano,
getteranno nuova luce sull'origine dell'astrologia.
Il secondo sito è localizzato
a sei chilometri dalla costa, in mare
aperto, ed è coperto da circa
due metri di sedimento marino. "Si
tratta delle vestigia sommerse di una
intera città, mai individuata
prima". "Dobbiamo
ancora cominciare gli scavi, ma le
prime investigazioni hanno messo in
evidenza, in un'area di circa un chilometro
quadrato, una quantità straordinaria
di reperti in ottimo stato di conservazione.
Tutto fa pensare che la città in
questione sia Herakleio.Un'ipotesi
confermata anche dalle prime prospezioni
geologiche, che sembrano mostrare,
in prossimità delle rovine,
la traccia dell'antico letto di un
fiume interrato e sommerso, quasi certamente
l'antico braccio Canopico del Nilo,
alle bocche del quale sorgeva la città portuale.
In che modo Herakleion e Menouthis
finirono in fondo al mare è ancora
un mistero da svelare. Le ipotesi plausibili sono molte. Si va dai movimenti
sismici ai cambiamenti climatici che potrebbero nel tempo aver fatto alzare il
livello del Mediterraneo. Herakleion potrebbe essere stata distrutta da una forte
scossa di terremoto, come sembrano indicare le colonne e i muri, caduti sistematicamente
nella stessa direzione (come succede alle tessere di un domino). A Menouthis
sono state scoperte faglie e spaccature, anch'esse indicative di eventi sismici.

Lo scenario che si va pian piano delineando è quello di un evento distruttivo
di grande portata. Probabilmente in seguito a una serie di violenti terremoti,
lenti fenomeni di subsidenza hanno causato spro-fondamenti del fondale marino,
consentendo al mare di inghiottire tutta la zona, comprese le due città che
sono oggi del tutto sommerse. Alcuni indizi fanno pensare che il terribile cataclisma
si sia verificato tra il settimo e l'ottavo secolo dopo Cristo. I sommozzatori
hanno infatti ritrovato monete e gioielli, islamici e bizantini, risalenti a
questo periodo, ma nulla che possa essere ricondotto a un tempo più recente.In
futuro potremo ricostruire una cartografia precisa delle città e del territorio
circostante.
I reperti recuperati ci daranno molte informazioni
sulla vita in questi centri che un tempo, grazie
ai numerosi templi eretti in onore degli dei Serapide,
Iside e Osiride erano luoghi di culto e di pellegrinaggio
molto importanti.
C'è moltissimo lavoro da fare e tante cose da apprendere su queste due
magnifiche città.
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